Il mito delle navi di Nemi: la storia del loro ritrovamento e della loro distruzione

Il mito delle navi di Nemi: la storia del loro ritrovamento e della loro distruzione

Le nostre conoscenze sulla cultura romana sono spesso dovute a ritrovamenti e reperti archeologici, che testimoniano l’evoluzione della tecnica e delle arti. Come abbiamo visto nel caso delle miniere di Las Médulas in Spagna, o in occasione del ritrovamento delle navi di Nemi. Due antiche imbarcazioni che hanno arricchito la conoscenza sulla tecnica navale utilizzata dai Romani.

Il recupero di queste due imbarcazioni—sul fondale del lago di Nemi—richiese un’impresa quasi sovrumana, condotta nel 1928 dall’allora governo fascista. Voluta fortemente da Mussolini, infatti, questa operazione archeologica richiese il drenaggio quasi completo di un lago. Testando una tecnica idrica mai provata prima.

Il mito delle navi di Nemi

Il lago di Nemi è un grande specchio d’acqua che si trova sui Colli Albani, a circa 30 chilometri da Roma. Da tempo immemore gli abitanti del luogo favoleggiavano sull’esistenza di due imbarcazioni misteriose, sommerse nelle acque del lago. Lo testimoniavano i continui ritrovamenti di legname proveniente dagli scafi che i pescatori del lago ritrovavano.

I tentativi di recupero sono stati molteplici. Già all’inizio del 1400, stando ai documenti storici, furono svolte delle operazioni per tentare di recuperare gli scafi. Tutti falliti. Per secoli le autorità del luogo hanno tentato, senza riuscirvi, di recuperare le navi di Nemi per analizzarle. Solo nel XIX secolo, gli ingegneri si resero conto che le navi erano troppo pesanti per poterle recuperare in modo normale.

Allora iniziarono le operazioni di recupero dei materiali interni. Nel 1827 il il cavaliere Annesio Fusconi con una campana subacquea areata con un tubo riuscì a raggiungere i relitti e prelevare dei materiali.

Interno dell'emissario romano, dopo i lavori di sistemazione

Interno dell’emissario romano, dopo i lavori di sistemazione. Via

L’operazione di recupero

Soltanto un secolo dopo le navi vennero finalmente recuperate. Nel 1926, infatti, venne istituita dal governo una commissione incaricata di trovare un modo per salvare i reperti, che rischiavano di danneggiarsi irreversibilmente a causa dei continui tentativi clandestini di trafugare i materiali degli scafi. L’operazione venne guidata dall’archeologo Corrado Ricci.

La svolta avvenne nel 1927, quando le Costruzioni Meccaniche Riva misero a disposizione del governo e della commissione delle pompe idrauliche e delle turbine. I lavori di preparazione richiesero quasi un anno: durante il quale vennero tolti i detriti che ostacolavano l’operazione, e vennero costruite le strutture per condurre il recupero.

navi di nemi

20 ottobre 1928. Benito Mussolini, circondato da altre personalità, osserva l’impianto idrovoro per lo svuotamento del lago. Via

Finalmente, il 28 ottobre 1928, Mussolini diede inizio alle operazioni effettive. Il piano, infatti, era quello di svuotare il lago con delle pompe idrovore, e trainare fuori dal lago le due navi romane. Il marzo successivo, emersero finalmente le parti superiori delle due imbarcazioni sommerse.

Il 30 gennaio del ’30 le due navi erano completamente emerse. Dopo un drenaggio in profondità di oltre 22 metri. A questo punto, però, i lavori si fermarono per mancanza di fondi. E la situazione rimase stazionaria per circa due anni. Nel 1932 il governo riuscì finalmente a portare via dal lago le due navi.

L’importanza storica di questa impresa

Fin dalla completa emersione delle navi, il ritrovamento apparve agli archeologi come una delle scoperte più importanti riguardo alla tecnica navale romana. Vennero alla luce, inoltre, preziosissimi reperti: monete, decorazioni, strumenti per la navigazione.

A questo punto il governo decise di aprire un museo interamente dedicato alla nautica romana dove esporre i due scafi. I lavori iniziarono nel 1934, e nei due anni successivi le due navi vennero trasportate all’interno della struttura. Che venne, infine, ufficialmente inaugurata il 21 aprile 1940.

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Veduta aerea dello scafo della seconda nave di Nemi, completamente emerso dalle acque. Via

Stando agli studi condotti dagli esperti dell’epoca, gli scafi di Nemi sono attribuiti cronologicamente all’epoca dell’impero di Caligola (37-41 d.C.). Secondo quanto ricostruito, le due imbarcazioni erano luoghi cerimoniali: Caligola li utilizzava come “templi acquatici” in cui avvenivano riti celebrativi per la dea Iside.

navi di nemi

La prima nave posizionata sull’invasatura. Via

La distruzione delle navi

Le navi ebbero purtroppo vita breve nel museo costruito da Mussolini. Nella notte fra il 31 maggio e il 1º giugno 1944, un incendio distrusse interamente la struttura. Inizialmente si pensò alle conseguenze di un bombardamento alleato, ma in realtà i testimoni raccontarono che ad appiccare il fuoco erano stati i soldati nazisti.

Delle due navi si salvarono soltanto dei materiali già trasportati a Roma per esporli in altri musei. E oggi esistono soltanto delle copie, basate sugli studi degli originali.

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Elemento decorativo in bronzo per testa di trave. Via

Immagini: Copertina