Necromanteion: il tempio in cui gli antichi greci si mettevano in contatto con l'aldilà

Necromanteion: il tempio in cui gli antichi greci si mettevano in contatto con l'aldilà

La negromanzia è un’arte divinatoria attraverso la quale i popoli antichi credevano di poter creare un punto di contatto e comunicazione con il regno dei morti. Spesso si utilizzavano sostanze allucinogene per creare una distorsione sensoriale, e poi si svolgevano dei riti in templi appositi, per attirare l’attenzione dei defunti. Per gli antichi greci, ad esempio, il tempio dedicato al culto dei morti era il Necromanteion di Efira.

Il culto dei morti per i greci aveva molte sfumature. Già nell’Odissea, ad esempio, Omero faceva riferimento alla catabasi. La discesa di un eroe negli inferi per ottenere parte del sapere dei defunti, che lo avrebbe aiutato nelle sue imprese. Ma in generale era molto diffusa la semplice pratica di recarsi in un luogo di culto, periodicamente, per poter parlare con i propri cari defunti.

Il Necromanteion

Il tempio Necromanteion si trovava sulle rive dell’Acheronte—il “fiume dei defunti”—vicino alla città di Efira, nell’Epiro. Una regione al confine fra Albania meridionale e Grecia nord-occidentale. Tradotto, il termine significa “Oracolo dei Morti“: ed era dedicato al dio Ade e alla dea Persefone. Rispettivamente il dio dominatore degli inferi e dei morti, e la sua sposa.

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Necromanteion of Acheron

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Non era ovviamente l’unico tempio in cui i greci svolgevano la negromanzia. Esistevano molte altre ziggurat, in Grecia, in cui ci si recava per rendere omaggio ai morti e mettersi in comunicazione fra loro. Ma il Necromanteion era sicuramente il più importante e famoso. E lo possiamo capire perché viene citato spesso in grandi opere classiche e in cenni storici.

Nell’Odissea di Omero, di nuovo, è proprio questo tempio che funge da passaggio ad Ulisse—nel canto XI—per accedere agli inferi per ricevere indicazioni dall’indovino cieco Tiresia su come tornare a Itaca. E secondo le ricostruzioni storiche di Erodoto, fu questo il luogo in cui, nel VI secolo a.C., il tiranno di Corinto, Periandro, cercò di mettersi in contatto con la moglie defunta, Melissa.

Il rito

Il tempio era stato costruito con finissime tecniche acustiche nella realizzazione dei corridoi. Per amplificare l’effetto sonoro dei rumori, per diffrazione, e far assumere al luogo un’atmosfera onirica. I visitatori dovevano percorrere i lunghi e tortuosi corridoi quasi completamente al buio. In modo anche anche il senso dell’orientamento e del tatto fossero distorti.

Ogni visitatore prima di entrare doveva compiere un rito di purificazione. E consumare un pasto che consentiva di mettersi in contatto con i morti. Il pasto consisteva in semi di fave (che provocano piccole allucinazioni), maiale, pane d’orzo, e un composto narcotico a base di erbe.

Dopodiché i partecipanti dovevano sacrificare delle pecore al di fuori del tempio. E portare una serie di doni da offrire agli dei all’interno. Ognuno dei lunghi e bui corridoi del Necromanteion terminava infatti con un cancello. E per oltrepassarlo bisognava lasciare un dono.

Raggiunta l’area centrale del tempio, i nekyomanteia—così venivano chiamati coloro che intendevano parlare con i morti—avrebbero incontrato il sacerdote del tempio. A cui potevano porre delle domande. A cui lui avrebbe risposto facendo da tramite e andando in trance per incarnare i morti in terra. Fluttuando nella sala, sorretto da una gru di legno e fili invisibili.

La scoperta

Stando a quanto ricostruito dagli archeologi, il tempio fu definitivamente distrutto dai romani nel 167 a.C. E per interi secoli venne completamente dimenticato. Nel 1958, però un gruppo di archeologi—senza sapere cosa stessero cercando, né in cosa si stavano imbattendo—cominciò a scavare l’area in cui si trovava il tempio.

Gli scavi andarono avanti per anni, fino a che l’archeologo greco Soterios Dakares non riuscì finalmente a riconoscere—tramite studi sulla sua posizione—l’identità del Necromanteion.

Immagini: Copertina