Carpe Diem, l'invito alla

Carpe Diem, l'invito alla "consapevole felicità" che ci ha lasciato Orazio

Condizioni di disagio e frustrazione generano spesso impazienza, rabbia e quella che chiami ansia, una forma di paura non detta e contenuta in una rigida corazza, secondo le parole di James Hillman. Queste sono spesso il risultato stressante di un vagare della mente in momenti diversi da quello presente.

Di una perdita, magari temporanea, di auto-consapevolezza: la quale, per dirla con lo psicologo Daniel Goleman, è unacostante attenzione ai propri stati interiori” che può insegnarti davvero a gestire le emozioni. Molto prima di Goleman—2000 anni prima—un romano del I secolo a.C. già parlava ai suoi contemporanei—e ne parlava poeticamente—dell’importanza dell’autoconsapevolezza. Era Orazio, il poeta del carpe diem.

Scritte venti secoli fa in un clima di incertezza politica e individuale, le Satire e le Odi di Orazio sono opere i cui contenuti poetici sono stati filtrati dai secoli poiché come tutti i classici, secondo Italo Calvino, “si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo”.

Orazio, in breve: l’equilibrio nella vita quotidiana

Nato a Venosa nel 65 a.C., Orazio era figlio di un liberto che tenne molto alla sua educazione, permettendogli di studiare a Roma e in Grecia. Durante la guerra civile combatté anche a Filippi, senza distinguersi. Quando poté tornare a Roma, diventò segretario e iniziò a scrivere versi. Grazie all’amico Virgilio entrò nel circolo di Mecenate, dedicando la vita alla poesia.

Il fatto che Orazio sia stato definito (da un latinista insigne, Alfonso Traina) poeta della cura, cioè, in italiano, dell’ansia, non significa che sia un poeta ansiogeno. Al contrario, significa che in poesia Orazio va in cerca di ciò che l’uomo prova, che sente in sé, nello spatium brevis della vita: nel tentativo di dissolverne le apprensioni. E non è una poesia prettamente lirica. Orazio si rivolge spesso a un “tu”, e questo, indubbiamente, ci mette a nostro agio. È come se ti parlasse viso a viso.

Tradizionalmente, Orazio è il poeta della vita quotidiana, dell’importanza fondamentale delle cose semplici, dell’equilibrio (l’aurea mediocritas) e della padronanza di sé (l’autarchia epicurea). Indicativa l’Ode 29 del terzo libro:

…vivrà padrone di sé, felice, chi di giorno in giorno potrà dire: ho vissuto. Domani Giove occupi pure il cielo di nera nube o di sole splendente; non renderà però vano tutto quanto è alle spalle.

Ma di dove nasce, per Orazio, la consapevolezza che ti fa dire: ho vissuto? Dalla coscienza della brevità della vita. Siamo arrivati all’ode del celebre carpe diem.

Carpe diem: “Afferra l’oggi”

Nell’undicesima del primo libro delle Odi, Orazio conversa con la sua giovane amica Leuconoe. Rileggiamo il testo nella traduzione di Luca Canali.

Non chiedere, o Leuconoe (è illecito saperlo) qual fine
Abbiano a te e a me assegnato gli dei,
e non scrutare gli oroscopi babilonesi. Quant’è meglio accettare
quel che sarà! Ti abbia assegnato Giove molti inverni,
oppure ultimo quello che ora affatica il mare Tirreno
contro gli scogli, sii saggia, filtra vini, tronca
lunghe speranze per la vita breve. Parliamo e intanto fugge l’astioso
tempo. Afferra l’oggi, credi al domani quanto meno puoi.

Ogni traduttore ha offerto la sua versione della callida iunctura (l’abbinamento “accorto” e piacevole delle parole) più famosa della storia. “Goditi il presente”, “cogli la giornata”, “Afferra l’oggi”, “Cogli ogni giorno che viene”. Ma cosa voleva dire davvero Orazio? Di certo, non voleva invitare a un godimento sfrenato, irragionevole, dettato appunto dall’ansia del tempo che fugge. Al contrario: intendeva affermare la necessità di non distogliere l’attenzione dalla nostra condizione mortale, e di appropriarci delle gioie del momento. Solo così, guardando indietro, potremo sapere di aver posseduto la nostra vita. Bisogna eludere le speranze in un futuro troppo lontano nel tempo, di fatto irreale (gli “oroscopi babilonesi” dell’Ode). Questa è l’autoconsapevolezza secondo Orazio

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Statua di Musa: Polimnia, conservata alla Centrale Montemartini di Roma

Il carpe diem e la filosofia orientale

Come ha scritto Alfonso Traina, il verbo carpere è un “verbo alla frontiera tra i due campi semantici di prendere e cogliere, che indica un movimento progressivo che va dal tutto alle parti”. Prendere a spizzichi, come si coglie o si mangia un frutto. Proprio questo significato di carpere getta un ponte fra Orazio e la filosofia orientale.

In Vita di Siddharta il Buddha, biografia del Buddha storico ricostruita filologicamente dal monaco Thich Nhat Hanh, troviamo questo splendido discorso di Siddharta ai suoi piccoli discepoli. Parla appunto di cosa significa “afferrare l’oggi”, e il protagonista è un frutto: un mandarino.

Cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza? Mangiando un mandarino, sapete che lo state mangiando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza. Il mandarino aveva nove spicchi. Li ho messi in bocca uno per uno in consapevolezza e ho sentito quanto sono splendidi e preziosi. Non ho dimenticato il mandarino, e così il mandarino è diventato qualcosa di molto reale. Se il mandarino è reale, anche chi lo mangia è reale. […] Mangiare il mandarino con presenza mentale significa essere davvero in contatto con ciò che mangiate. La vostra mente non rincorre i pensieri riguardo allo ieri o al domani, ma dimora totalmente nel momento presente. Il mandarino è totalmente presente. Vivere con presenza mentale e consapevolezza vuol dire vivere nel momento presente, con il corpo e la mente che dimorano nel qui e ora.

L’affinità con Orazio, sebbene la visione del poeta romano sia più tragica, è sorprendente. “Afferrare l’oggi” significa conquistare la “presenza mentale”. Ma non pensare che questa delicata ricerca dell’equilibrio sia propria solo dei tempi antichi. Facciamo un balzo millenario e torniamo nel Novecento. Ascoltiamo Albert Camus: “La vera generosità verso il futuro consiste nel donare tutto al presente”.

Gli echi del carpe diem oraziano risuonano attraverso i secoli e arrivano fino a te.

Orazio è considerato il più “classico” fra i classici latini. Per citare ancora Calvino, “nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione”: leggi direttamente Orazio invece che libri su di lui. Scrisse 17 Epodi ispirati alla poesia lirica greca. Due libri di Satire. Due libri di Epistole. E le Odi (Carmina), raccolte in ben 4 libri. Il testo di Thich Nhat Hanh che abbiamo citato, Vita di Siddhartha il Buddha. Narrata e ricostruita in base ai testi canonici pali e cinesi, è un libro avvincente e serio, l’ideale per avvicinarsi alle filosofie orientali. 

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