Orfeo e Euridice: la storia d'amore più straziante della mitologia classica

Orfeo e Euridice: la storia d'amore più straziante della mitologia classica

Ma se mi assistessero la lingua e il canto di Orfeo,
sì da poter ingannare con gli inni la figlia di Demetra
o il suo sposo, e poterti strappare all’Ade,
andrei laggiù, e non mi tratterrebbero né il cane di Plutone,
né Caronte che guida con il suo remo le anime,
sinché non avessi riportato la tua vita alla luce.

Questi versi da Alcesti, famosa tragedia a lieto fine di Euripide rappresentata nella seconda metà del V secolo a.C., alludono al mito di Orfeo e della sua leggendaria discesa nell’Ade per riavere l’amata Euridice.

Probabilmente non c’è storia della mitologia classica che sia penetrata più a a fondo di quella di Orfeo nella tradizione culturale dei millenni successivi e nella nostra immaginazione. Da Platone nel Simposio, a Virgilio nelle Georgiche, a Ovidio nelle Metamorfosi, il mito è stato tramandato mentre veniva riscritto e manipolato. Arrivando fino a Rilke e Campana, e nel Novecento inoltrato a Calvino (nelle Cosmicomiche), a Buzzati (che gli dedicò un Poema a fumetti), fino a Stanisław Lem—il suo capolavoro Solaris filmato da Tarkovskij—la storia straziante della coppia di antichi amanti ha invaso la letteratura di ogni epoca.

Così come la musica (pensiamo solo all’opera di Gluck che aprì la “riforma” all’insegna dell’equilibrio fra musica e parola), e la pittura—in una mostra milanese sul simbolismo di qualche tempo fa, c’era un’intera sezione dedicata alle immagini di Orfeo. Nonché il cinema: il film di Jean Cocteau e Orfeo negro sono forse gli esempi più noti.

Il mito immortale di Orfeo

Cosa ci raccontano i discorsi mitologici su Orfeo? Argonauta dalle molte imprese trionfanti. Suonatore di lira e cantore sopraffino. Sciamano incantatore di animali. Protagonista della più nota catabasi della storia. Sbranato dalle Menadi—la sua testa mozzata, caduta sulla lira, resterà a galla sull’acqua, continuando a cantare—oppure ucciso dalle donne di Tracia, a seconda che lo si voglia sacerdote di Apollo oppure missionario greco che predicava l’astinenza dall’amore eterosessuale dopo la perdita definitiva di Euridice.

Orfeo sarebbe stato—topos mitologico—anche il “fondatore” della dottrina religiosa che per prima, contrapponendo l’anima (psyché) alla sua “custodia” il corpo (sōma), sosteneva l’immortalità dell’anima.

L’orfismo ebbe notevole influenza sulla filosofia presocratica—Eraclito, Anassimandro—e sul pensiero occidentale. Ve n’è l’impronta in un passo fondamentale di Socrate nel Cratilo di Platone (400 c.) da cui tutta la tradizione del corpo “prigione dell’anima” derivò.

Il mito di Orfeo e Euridice raccontato da un grande studioso

Quello di Orfeo e Euridice ebbe forse origine come mito di fertilità, similmente a quello di Persefone. La ninfa Euridice era forse la moglie del cantore, che aveva come “rivale” in amore un personaggio semidivino, l’apicultore Aristeo. Durante l’ennesima fuga dalle insidie di quest’ultimo, Euridice muore a causa del morso di un serpente calpestato.

Con la lira in braccio, il disperato Orfeo s’incamminò allora, vivo, per la strada del regno dei morti. Così Károly Kerényi, nella splendida opera di consultazione Gli dèi e gli eroi della Grecia, racconta la catabasi.

Piangeva la schiera innumerevole di anime, che si erano radunate intorno a Orfeo. Soltanto Euridice non era ancora giunta. Ella indugiava tra le anime appena arrivate, e avanzava lentamente con la caviglia ferita dal morso. Un pittore della Magna Grecia la rappresenta mentre avanza guidata dall’Amore.

Si vede anche Persefone che, commossa dal canto, chiama Euridice con atto gentile: il cantore sta tra le due figure. Egli tiene bensì la mano dell’amata, ma in nessuna di queste pitture è raffigurato nell’atto di guardare né lei, né altri. Tale era la legge degli abitanti degli Inferi: nessuno doveva guardarli.

Corot - Orfeo guida Euridice fuori dall'Ade. Via

Camille Corot – Orfeo guida Euridice fuori dall’Ade. Via

Orfeo si volta. Euridice scompare

Prosegue il racconto:

Alla divinità dei morti si sacrificava con la faccia voltata: nessuno sguardo, ma soltanto la voce era permessa nel regno dei morti. Questa poteva far miracoli, ma non poteva scongiurare la morte, prerogativa degli dèi di quel regno. La legge degli Inferi era la legge di Persefone. E veniva confermata dal fatto che un essere vivente vi si ribellasse. Soltanto quando era violata, la legge entrava in vigore.

Euridice poteva seguire l’amato: ciò aveva ottenuto Orfeo col suo canto. Però egli non doveva guardarla, lungo la difficile strada che conduceva dalla morte alla vita. Perché si volse il cantore? Quale fu la ragione, se non l’enorme, la definitiva separazione che divide il vivo dal morto? Fu follia? Voleva forse baciarla? O voleva soltanto assicurarsi che lo seguisse? Si vede la scena in un antico rilievo attico. Non vi sono più due figure, ma tre: Orfeo si volge indietro e la guarda. Euridice fa un gesto d’amore e di saluto poggiandogli lievemente la mano sulla spalla.

La sua destra è già afferrata da Ermes, la guida delle anime. Quando Euridice fu richiamata nel regno dei morti, una voce di tuono risuonò tre volte, la voce dell’immutabile Fato.

L’interpretazione di Pavese

Perché Orfeo si volta? Cesare Pavese, scrittore seriamente interessato all’etnografia e alla mitologia, ha dato una personale e agghiacciante risposta nel dialogo L’inconsolabile, in Dialoghi con Leucò, un libro di “ricerca poetica” in cui l’autore si proietta nel mito.

Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

Orfeo rivela a Bacca cosa lo assillava tornando verso luce: la vita con Euridice “un’altra volta sarebbe finita”. È possibile “riscattare” il passato? No. Nella discesa agli Inferi l’Orfeo di Pavese “trova se stesso”, e abbandona Euridice, come un vestimento non essenziale.

Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefone nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla. […] Non si ama chi è morto.

Una simile frase rivolgeva Alcesti al marito, nella favola di Euripide citata all’inizio, prima di andarsene. “Il tempo ti consolerà: non è più niente chi muore”.

Qui Gli dèi e gli eroi della Grecia di Kerenyi. Una scelta di frammenti presocratici riguardanti l’orfismo si trova nel vecchio primo volume di La sapienza greca, a cura di Giorgio Colli. 

Immagine di Copertina: Gustave Moreau, Orfeo, 1886. Museo d’Orsay. Via