L'origine delle disuguaglianze sociali secondo Rousseau

L'origine delle disuguaglianze sociali secondo Rousseau

I dati raccolti e studiati dall’Oxfam a inizio anno confermano un adagio che negli ultimi tempi sta diventando persistente. “I poveri sono sempre più poveri, i ricchi sono sempre più ricchi.” Per adesso, infatti, gli effetti della globalizzazione e dell’automazione tecnologica stanno avendo effetti pesanti sulla disuguaglianza sociale. Un problema che Jean-Jacques Rousseau aveva esposto e spiegato molto tempo fa.

Nel 1755, il filosofo svizzero aveva scritto un breve saggio intitolato Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini. Un testo che metteva a nudo i meccanismi che, secondo Rousseau rendevano—e rendono— iniqua e sperequata la società.

L’origine del “Discorso sull’ineguaglianza”

Il famoso trattato del filosofo giunse dopo un altro lavoro meno noto, intitolato Discorso sulle scienze e le arti. Scritto nel 1750 per gareggiare in un bando indetto dall’Accademia di Digione. Il tema riguardava il reale impatto della scienza e dell’arte nel migliorare la vita dell’uomo. Impatto che, secondo Rousseau, non era di così venerabile entità. Perché non aveva migliorato al cuore la vita reale dell’uomo.

Lo scrittore ginevrino vinse il primo premio grazia a quel saggio. E l’Accademia, stuzzicata dalla sue conclusioni, aprì un altro bando letterario. Il tema, stavolta, era le disuguaglianze sociali. Il testo del bando chiedeva ai partecipanti di riflettere su di esse, e sul ruolo giocato dallo stato naturale delle cose nella loro formazione. In poche parole: le disuguaglianze nella società civile sono un riflesso diretto delle disuguaglianze naturali? Rousseau non riuscì ad aggiudicarsi nuovamente il primo premio, ma grazie a questo lavoro gettò le basi per le sue riflessioni future su una società più giusta. Che poi sarebbero state illustrate più profondamente ne Il Contratto Sociale e L’Emilio.

L’equilibrio dello stato di natura

Prima di iniziare a spiegare la visione dello stato naturale di Rousseau, occorre fare una piccola precisazione di natura storico-filosofica. Prima dell’avvento di Darwin, e del suo lavoro sulle dinamiche evolutive, la visione della natura era—per lo meno in alcuni aspetti—piuttosto bucolica. E questo si nota nelle idee del pensatore di Ginevra.

Per Rousseau l’uomo primitivo—nel suo status naturale più profondo—è in totale omeostasi con la sua identità e con il mondo esterno. Privo di relazioni sociali che non prescindono dai bisogni fondamentali, l’uomo “naturale” non ha bisogno d’altro se non quello che gli offre la natura.

È fisicamente dotato, proprio come gli animali, e in grado di procacciarsi il cibo. Non nutre alcun interesse—proprio perché non li conosce—per i “bisogni sociali“. Non conosce la pulsione dell’amore romantico, perché ha solo la necessità di accoppiarsi. Ignora l’invidia, perché anche se un suo simile si appropria di un bene con la forza, ne esistono altri che può ottenere. E di conseguenza, non è rancoroso, vanitoso, crudele o represso. In quanto essere sensibile, è naturalmente portato a non essere violento con i suoi simili. E comunque ad esserlo con moderazione.

Se sono obbligato a non fare alcun male al mio simile, non è tanto perché esso è un essere ragionevole quanto perché è un essere sensibile—qualità che, essendo comune all’uomo e alla bestia, deve dare a questa almeno il diritto di non essere maltrattata inutilmente.

Per il filosofo svizzero questa condizione non è da biasimare. Al contrario. Vede nello stato di natura un’esistenza fatta di libertà e di autosufficienza. Come gli animali, l’uomo vive in base alle sue passioni, che non travalicano mai il confine dei meri bisogni fisiologici.

Questo equilibrio naturale, secondo Rousseau, è stato infranto dall’avvento della società civile. Il filosofo, quindi, nega che ci sia una correlazione diretta fra disuguaglianze naturali e disuguaglianze sociali. Perché i contrasti incontrati dall’uomo naturale si risolvono sempre brevemente e senza strascichi. Le tensioni e disuguaglianze, quindi, sono figlie soltanto dell’uomo “sociale”.

La società civile e la disuguaglianza morale

Le uniche caratteristiche naturali che differenziano l’uomo dall’animale, per Rousseau, sono il libero arbitrio e la capacità di migliorarsi. E sono questi due aspetti i caratteri fondativi della società civile: la fine dell’uomo naturale.

Ripercorrendo in fast forward la storia sociale dell’uomo, Rousseau individua nella progressiva crescita della popolazione e nella capacità di manipolare gli utensili i primordi delle associazioni umane. Gli uomini primitivi imparano a cacciare insieme, e a costruirsi delle abitazioni.

Raggruppandosi, poi, gli uomini danno vita ai primi nuclei familiari. È così che nascono i sentimenti sociali: amore, e bisogno di stima e fiducia. Con il raggrupparsi delle varie famiglie, poi, nascono anche le “nazioni primigenie“, e quindi anche i sentimenti di identificazione. Che hanno nel linguaggio verbale il primo effetto.

Andando sempre più avanti, il filosofo nota come la progressiva socializzazione dell’uomo lo allontana dal suo status libero ed equilibrato. Con la nascita di gruppi di identità, nascono anche i primi conflitti sanguinosi con gli altri gruppi. E quindi la guerra, l’invidia, e il disprezzo.

L’organizzazione delle comunità, poi, porta a una gerarchizzazione dei ruoli. Nascono le leadership, i rapporti di forza sociali, e soprattutto i privilegi che ne derivano. Tutto questo dà vita alla disuguaglianza morale.

Ma Rousseau non ne fa soltanto una dinamica legata ai rapporti intergruppo. È il progresso culturale, storico e tecnologico che amplia tutto. Con la nascita della metallurgia e dell’agricoltura, nascono privilegi ancora più grandi. Possedere la possibilità di controllare i primitivi mezzi di produzione dà vita al più grande abominio—secondo Rousseau—della società civile. Ovvero la proprietà privata.

II primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!”

La burocratizzazione della disuguaglianza

E via via che la vita sociale dell’uomo progrediva, con essa progredivano le disuguaglianze. I tribunali, le autorità sovrane, e ogni apparato di origine burocratica tendeva ad avere sempre più il controllo sulla vita sociale degli uomini. Ogni privilegio era non soltanto mantenuto e ampliato, ma protetto attraverso la regolamentazione delle leggi e della politica.

Leggi che al contempo instillavano nell’uomo un carattere di posizione sociale che poi—come esposto successivamente da Marx—sarebbe sfociato nella formazione delle classi sociali. Creando non soltanto privilegi legati alla proprietà privata, ma anche successivi privilegi di ordine sociale. Come il prestigio, e il censo.

A questo punto viene da chiedersi: ma la soluzione a questi mali esiste per Rousseau? Per il filosofo il rimedio alle disuguaglianze sociali non sta in un ritorno alle condizioni naturali. Visto che l’uomo moderno non è nelle condizioni di sopravvivere, ormai, senza la società civile. Ma la distribuzione delle risorse e della proprietà deve essere riequilibrata. Soprattutto grazie a una rivoluzione culturale simile a quella che Platone indicava nella Repubblica. Rivoluzione che passa soprattutto attraverso l’educazione delle nuove generazioni: come spiega il filosofo nel suo Contratto Sociale e nell’Emilio.

Immagini: Copertina