La profondità della semplicità: il grandissimo cinema di Yasujiro Ozu

La profondità della semplicità: il grandissimo cinema di Yasujiro Ozu

Presto o tardi, chiunque ami il cinema arriva a Ozu.

Il critico Roger Ebert ripeteva spesso, nelle sue recensioni, questa considerazione piana e veritiera come un film di Ozu. Magari ci si arriva piuttosto “tardi” che “presto”, come ci arrivò un po’ tutto l’occidente cinefilo nel ‘900, che scoprì Yasujirō Ozu, “il più pacato, il più amabile, il più umanista e il più sereno di tutti i registi” (ancora Ebert) tempo dopo Akira Kurosawa e Kenji Mizoguchi.

Aggiungiamo pure che Ozu è stato considerato “il più giapponese” tra i registi giapponesi. Anche in patria.

Yasujirō Ozu, il più giapponese fra i registi giapponesi 

È colui che più di tutti ci parla attraverso il Mono no aware, il dato di cultura che significa lo sguardo desolato, compassionevole del trapasso delle cose nel mondo della storia, con senso di accettazione, di partecipazione alla bellezza della natura. Un sentimento che si ritrova in molti haiku, e si può avvicinare al significato dell’espressione latina lacrimae rerum. Lacrime delle cose.

Ma Ozu è stato “il più giapponese” anche perché girò praticamente solo film di ambientazione contemporanea, drammi sulla vita delle “persone comuni” del suo paese (shomingeki). Quasi tutti i suoi film parlano dei rapporti all’interno della famiglia. Dipendenza, solitudine, matrimonio, delusione, cura, disgregazione, incomunicabilità, affetto. Tanto che il più grande regista giapponese di oggi che parla della famiglia, Hirokazu Kore’eda, è meccanicamente considerato da chiunque l’erede di Ozu.

Infine Ozu è stato “il più giapponese”, ancora e notoriamente, per lo stile inconfondibile. La posizione bassa, che esalta le linee degli interni giapponesi, della macchina da presa. La posizione decentrata della stessa, affinché le pareti di un corridoio si trasformino in quinte teatrali (vedi immagine sotto). Un modello di campo e controcampo (con attori che guardano sempre in macchina) e un uso a 360° dello spazio, alternativi al cinema occidentale.

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Ancora, un uso del tempo che valorizza l’ellissi. Una grazia compositiva che nei film a colori insiste su oggetti di colore rosso: come nello stacco da questa quest’altra inquadratura nel film “Buon giorno”. La camera fissa. Eliminazione di artifici e dissolvenze. E poi quelli che il critico Noël Burch ha definito Pillow shot. Cioè inserti fra scena e scena, di solito campi lunghi, panorami, o stanze vuote, che non hanno alcuna relazione necessaria con la storia, ma possono amplificarne il senso. Nel videosaggio qui sotto, “La profondità della semplicità“, è spiegato bene.

Orientarsi nella filmografia di Ozu

Ozu è stato un uomo dalla vita regolare—nato il 12 dicembre 1903, morì esattamente 60 anni dopo (stesso giorno), e non si sposò mai—e un regista prolifico. Con circa 50 lungometraggi—una ventina solo negli anni 1927-30. Realizzati quasi sempre per la stessa casa cinematografica. La Shochiku, in cui entrò a vent’anni come assistente operatore, contro il volere del padre, dopo una mediocre carriera studentesca. 39 film di Ozu ci sono pervenuti integri, altri sono stati distrutti durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale.

Per le ragioni accennate nel paragrafo precedente, Ozu è un regista che piace molto ai cinefili duri. E ai registi cinefili (Paul Schrader, sceneggiatore di Taxi Driver di Scorsese). E a quelli che hanno una forte “visione personale”. Come Jim Jarmusch l’autore di Daunbailò. Wim Wenders. Abbas Kiarostami. E Aki Kaurismaki. Siccome di Kaurismaki ci si può sempre fidare, sbirciamo nella sua lista di film preferiti, troviamo tre film di Ozu, due dei quali ideali per iniziare a conoscere il regista.

Sono Viaggio a Tokyo, 1953, e Tarda Primavera, 1949: portano lo spettatore alle lacrime. L’Ozu di questo periodo è nella piena “maturità” artistica: quasi “venerato maestro” in patria.

La profondità della semplicità: I capolavori di Ozu

Si parte da una situazione statica fra i personaggi, che si rompe anche molto drammaticamente, finché non viene ricostruita un’armonia su nuove basi, o subentra un’amara consapevolezza. In Tarda primavera un padre vedovo finge di avere un’amante per spingere la figlia a lasciare casa e farsi una vita. In Viaggio a Tokyo—per molti il film più bello di sempre—due genitori anziani sopportano un lungo viaggio per andare a trovare i figli adulti e con famiglia inurbati a Tokyo, che però non gli dedicano tempo. I genitori se ne tornano mestamente a casa: subito dopo, l’anziana madre muore, e ora tocca ai figli intraprendere il viaggio.

Dopo questi due capolavori, puoi vederne altri dello stesso periodo, come “Il tempo del raccolto del grano”, o tornare indietro fino ai primi bellissimi film sonori di Ozu, come Figlio Unico, o addirittura i muti, come Sono nato ma… .

Oppure puoi scoprire gli ultimi film del regista, a colori. Alcuni dei quali sono commedie. Questi i titoli imperdibili, in ordine cronologico.

Fiori d’equinozio (1958)

Buon giorno (1959, quasi un remake di “Sono nato ma…”)

Erbe fluttuanti (1959)

Tardo autunno (1960)

Il gusto del sake (1962)

Lo studioso di cinema giapponese Dario Tomasi ha scritto un castoro su Ozu e un libro dedicato a Viaggio a Tokio. Dello stesso autore c’è una bella puntata Wikiradio su Ozu. Paul Schrader ha dedicato un libro a Ozu, Bresson e Dreyer, intitolato Il trascendente nel cinema. Qui due recensioni di Roger Ebert.

Immagini: Copertina