Paolo Villaggio e Fabrizio De André: due amici geniali

Paolo Villaggio e Fabrizio De André: due amici geniali

Paolo Villaggio, negli ultimi anni di vita, è stato un contenitore umano di memorie: aneddoti, storie, dietro le quinte, tutto ha conservato tra i suoi ricordi del periodo più bello e creativo del nostro passato recente: con il suo straordinario eloquio ci ha ricordato, senza mai stancarci, un fermento culturale e artistico forse irripetibile.

Un genio, un intellettuale, un artista, Paolo Villaggio è stato spesso associato al suo (straordinario) personaggio Fantozzi che ha rappresentato magistralmente le nefandezze, la malinconia, la fragile rivalsa dell’italiano medio che sono nascosti in ognuno di noi. Tanto che oggi è entrato anche nel dizionario della lingua italiana, alla voce fantozziano si legge: “Di persona, impacciato e servile con i superiori; oltre che di accadimento penoso e ridicolo”.

Per ricordare Paolo Villaggio ci vuole tempo, come ce ne vuole per i mostri sacri della nostra cultura: Ugo Tognazzi, Marco Ferreri, Walter Chiari e altri. Per conoscere meglio il suo genio ci sembra allora giusto restringere il campo, affrontare un’impresa più realizzabile, e raccontare chi era Villaggio attraverso l’amicizia di un altro indimenticabile artista: Fabrizio De André.

Paolo e Fabrizio si incontrano per la prima volta a Cortina nel 1948“Fabrizio, come me, faceva parte di una famiglia piccolo borghese di persone arriviste, rampanti e molto snob. I nostri genitori erano amici; genovesi, di buona famiglia, si andava tutte le estati a Pocol sopra Cortina dove c’era una colonia di genovesi.” Fabrizio ricorda che il suo amico era “un ragazzino incazzato che parlava sporco”. I due si trovano subito, perché ritrovano l’uno nell’altro una ribellione giovanile (che sa anche tanto di posa): “Gli piacevo perché ero tormentato, inquieto e lui lo era altrettanto, solo che era più controllato”.

Dal 1956 i due legano tantissimo, tanto che “per vent’anni ci siamo visti tutti i giorni“. Fabrizio aveva una band musicale, i Crazy Cowboys and Sheriff One. “Io e Fabrizio eravamo due veri creativi, facevamo una vita dissennata, andavamo a caccia di amici terribili”, ha ricordato Paolo: “I nostri genitori erano terrificati da questo tipo di vita, non si faceva niente e si dormiva regolarmente sino alle due del pomeriggio”.

I due amici scelgono entrambi il liceo classico (anche se in due scuole diverse di Genova) e poi si iscrivono entrambi a Giurisprudenza per poi abbandonare gli studi. L’unico posto che non condividono è la curva dello stadio: Villaggio tifa Sampdoria, De André il Genoa. Ma la sera stanno sempre insieme, inseparabili.

È in questi anni giovanili che Villaggio conia per l’amico il soprannome “Faber“, riferendosi ai pastelli che amava tanto. Il momento artistico più alto che nasce dalla loro amicizia è sicuramente la composizione di due brani, “Il fannullone” e “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers“, usciti in 45 giri nel 1963. Il secondo brano, entrato nel patrimonio culturale italiano, viene composto una sera dell’anno precedente ad Albaro, un quartiere di Genova, a via Bovio dove Villaggio viveva. “Eravamo tutti e due in attesa del parto delle nostre signore, che poi partorirono lo stesso giorno.” Fabrizio ha in braccio la chitarra e suona un giro di accordi dal sapore medievaleNel libro “La vera storia di Carlo Martello”, Villaggio racconta: “Tocca le corde, pin pin…. ‘Che bello questo motivo’, dico io, ‘sembra una musica trobadorica‘. Fabrizio allora mi guarda e dice: ‘Tu che sei un patito di storia medievale, aiutami a scrivere le parole’”.

La versione di Paolo non coincide con quella di Faber: “Fabrizio ci mise solo la musica, in una settimana scrissi le parole di questa presa in giro del povero Carlo Martello”. Paolo rivendica di essere l’unico autore, ma Fabrizio ha sempre smentito.

I due, una volta terminato il pezzo, si rendono conto che quella è una canzone atipica per il periodo (censurata più volte al tempo, “avevamo dovuto trasformare il verso finale che in originale suonava: frustando il cavallo come un mulo, quella gran faccia da c… con: frustando il cavallo come un ciuco, tra il glicine e il sambuco…“) e Paolo racconta in un’intervista con Castaldo quello che avviene dopo averla completata. La vogliono far ascoltare a Nanni Ricordi, a Milano, “l’unico discografico illuminato che conoscevamo.” I due prendono in prestito la macchina del fratello di Fabrizio, Mauro: una spider. Dopo le raccomandazione di rito del fratello, al ritorno slittano su una macchina d’olio distruggendo la vettura e tornando in autostop…

I due sono ancora molto lontani dal successo che sarebbe arrivato anni dopo, e così ammazzano il tempo facendo lavoretti qua e là: suonando ad esempio sulle navi da crociera: “Fabrizio attaccava con le prime note de Il Testamento e davanti a una platea formata principalmente da anziani, ci accorgevamo che quei vecchi non erano ancora morti: ce ne accorgevamo perché alle prime parole di Fabrizio, tutti toccavano ferro…”

La loro amicizia termina con la morte di Fabrizio, ma prima succede qualcosa di imprevedibile, di doloroso, di commovente. Quando Fabrizio si ammala, negli ultimi due mesi di vita, Paolo non ha il coraggio di andarlo a trovare. “Quella volta”, ricorda Villaggio: “Non era un gioco, non era letteratura, era la terribile realtà”.

Villaggio è stato sempre molto lucido e onesto quando ha dovuto raccontare la morte e la “santificazione” di De André. Il suo era un punto di vista privilegiato, di chi lo conosceva bene. “Faber è stato deificato, si è costruito un personaggio finto, ombroso, non tanto allegro; invece lui era molto divertente, paradossale, disposto a cose molto normali. Purtroppo la deificazione è arrivata dopo la morte e lui non se l’è potuta godere”. Un’amicizia forte, non convenzionale, che nel gennaio del 1999, il giorno dei funerali di Faber, spinge Paolo a dirsi tra sé: “Quel funerale, di quel tipo, con quell’emozione, con quella partecipazione di tutti… a lui l’avrei detto… gli avrei detto: ‘Guarda che ho avuto invidia, per la prima volta, di un funerale’”. Chissà oggi cosa invece avrebbe pensato Fabrizio, se ancora vivo avesse assistito a quello di Paolo, il suo “amico geniale”.

Immagini via Flickr | YouTube