Il cuore non tremante della ben rotonda verità: l'Essere secondo Parmenide

Il cuore non tremante della ben rotonda verità: l'Essere secondo Parmenide

Che cosa è l’essere? Questa domanda, scrisse Aristotele, è “l’oggetto di ogni ricerca passata, presente e futura”. Molta filosofia dell’antichità, in effetti, è dedicata proprio alle condizioni per cui si può pensare e dire ciò che è. Vediamo come, per primo, lo pensò Parmenide, vissuto fra VI e V secolo a. C. a Elea (Magna Grecia, oggi in Campania), maestro della scuola detta appunto eleatica.

All’inizio del Poema sulla natura di Parmenide, la Dea che ha condotto l’autore oltre i sentieri del Giorno e della Notte esclama:

È necessario che tu apprenda ogni cosa, / tanto il cuore non tremante della ben rotonda verità / quanto le opinioni dei mortali, / cui non si può concedere vera fiducia. / Ma nondimeno imparerai anche queste, / poiché facendo esperienza completa di tutte le cose / è necessario che le apparenze siano vagliate.

La contrapposizione tra verità e opinione (e fra ontologia e fisica) fissata nel passo citato rispecchia la struttura del poema—diviso appunto in due parti—di cui restano pochi frammenti. E rappresenta, in un certo senso, il fulcro del pensiero di Parmenide, che dedicò tutta la sua attività filosofica alla riflessione sull’essere, che gli antichi designavano non come essere, al modo infinito, ma come ente: ciò che è.

I sentieri dell’essere e del nulla

Di fronte all’esigenza umana di conoscere la verità, Parmenide stende due vie. Una sostiene:

Ciò che è, è, e non può non essere.

L’altra sostiene:

Ciò che non è, non è, e non può non essere.

Il sentiero del non essere, che necessariamente non è, Parmenide lo definisce, nel secondo frammento del poema, “assolutamente oscuro”. Cioè impraticabile, impensabile. Pensare una cosa, infatti, significa intenzionarla, farla esistere. Pensare che è. Come indica nel terzo frammento della prima parte del poema.

È infatti la stessa cosa pensare ed essere.

Se proviamo a immaginare il nulla—anche nel modo più tipico, come uno spazio infinito tutto bianco, o tutto nero, “privo” di “cose che sono”—lo assumiamo pur sempre come qualcosa. Quindi come essere, e non come nulla. Sullo sfondo di tutto ciò che riusciamo a pensare del nulla, infatti, giace comunque l’intuizione che l’essere è essere, e non nulla. La noce del discorso sull’essere è una tautologia: l’essere è.

Ma se il nulla non esiste, e l’essere esiste, come “è fatto” questo essere secondo Parmenide? Lo scopriamo nei frammenti 7-8 del poema.

Come è fatta la “ben rotonda verità” parmenidea

L’essere è immobile. Se si muovesse, sarebbe soggetto al divenire, e, come essere, ora sarebbe, ora non sarebbe: il che è contraddittorio.

Quale essere in divenire potresti infatti cercare in lui? / In che modo e da dove cresciuto? / Io non permetterò che tu lo dica / né che lo pensi: non dicibile infatti e non pensabile / è che non sia.

L’essere è uno. Se fosse due, e il primo fosse essere, il secondo, che non sarebbe il primo, non sarebbe essere. Ma come può non essere qualcosa che è essere? Ciò è contraddittorio.

Neppure è divisibile, poiché è tutto identico; / né vi è qualcosa di più, né qualcosa di meno / che lo storni dalla sua coerenza con sé, / ma è tutto pieno di essere.

L’essere è eterno (e ingenerato e immortale). Che l’essere ora sia, ora non sia, come abbiamo già visto, è contraddittorio.

Come potrebbe mai esistere l’essere in un futuro? / O come potrebbe nascere? Se infatti nacque, non è / e così pure se dovrà esistere in un futuro.

L’essere è indivisibile. Se lo fosse, sarebbe in parti, e si incontrerebbe di nuovo l’aporia. A rigore, infatti, non può esserci una parte dell’essere.

Né vi è qualcosa di più, ne qualcosa di meno / che lo storni dalla sua coerenza con sé, / ma è tutto pieno di essere. È dunque un tutto continuo.

Come si vede, l’essere di Parmenide è un oggetto dedotto dalle regole del ragionamento. Parmenide ragiona per assurdo, mostrando quanto facilmente, svolgendo la negazione della sua tesi, si vada incontro all’aporia. L’essere parmenideo è “stretto nei limiti della sua necessità (ἀνάγχη)”. Come figurarsi quest’oggetto? Qui sotto vedi una sfera, compatta e omogenea: “lì dentro”, diciamo, c’è “tutto ciò che è” (compreso il tempo).

Che i caratteri dell’essere non corrispondano al regno della nostra esperienza sensibile, a Parmenide non interessa. Quello dell’esperienza, infatti, è un altro piano: il regno della doxa, dell’opinione.

Il mondo dell’opinione

Ad esso era dedicata la seconda parte del poema. Troppo poco è rimasto per stabilire definitivamente se questa fosse una descrizione del “sentiero del non essere”, oppure se—poiché tale sentiero è impraticabile—si trattasse di una terza via. In questo caso, si intende la via delle opinioni umane (scienza compresa), in cui si trova mescolato, per Parmenide, ciò che è a ciò che non è. Questa terza via, sostiene la Dea nel poema, è:

la via dove vanno errando i mortali che nulla sanno, / uomini dalla doppia testa. / L’incertezza, infatti, dirige nel loro petto / una mente errabonda.

Tutte le opinioni umane, dalla “prospettiva” dell’essere, sono errore. Eppure, per Parmenide, non dobbiamo considerarle tutte ugualmente errate. Bisogna conoscere, esporre e sottoporre a critica quelle che hanno un più alto valore conoscitivo. Che meglio spiegano i fenomeni del mondo visibile.

Rileggere Parmenide

Può esistere un creatore che abbia tratto dal nulla l’essere? Anche i valori dell’etica sono fondati sulla logica? Esiste un’assolutezza dell’etica? Quanto è importante non lasciarsi sedurre oltremodo dalle parole con cui formuliamo le nostre opinioni? Sono moltissime le domande a cui possiamo provare a rispondere, ancora oggi, interrogando a nostra volta Parmenide, il cui messaggio non è affatto esaurito.

Tra gli italiani, si riconducono apertamente al pensiero di Parmenide, con posizioni distinte, due grandi filosofi contemporanei: Emanuele Severino e Gennaro Sasso. Per iniziare a “interrogare” Parmenide ti consigliamo l’edizione Bompiani, commentata, del Poema sulla naturaÈ intitolato “Parmenide” uno dei più ardui dialoghi di Platone, in cui l’eleate pone a Socrate le sue obiezioni alla dottrina delle idee. Per il rapporto complesso fra Platone e Parmenide, il dialogo fondamentale, e studiatissimo, è Il Sofista

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