La paronomasia: una figura retorica che ci insegna a giocare con l'italiano

La paronomasia: una figura retorica che ci insegna a giocare con l'italiano

Nel Prontuario di italiese ripubblicato oggi da Henry Beyle, Ennio Flaiano spiattellava un mucchio di frasi improbabilissime tutte obbedienti al meccanismo di una figura retorica, la paronomasia: un “bisticcio”—una relazione—tra parole che si somigliano nel suono ma che hanno significato diverso.

Si sono tutti alcolizzati contro di me.

Apriamo una paralisi.

Mia moglie fa una cura contro le vene vanitose.

Ha un completo di inferiorità.

Saluti dalle pernici del Monte Bianco.

Le zucchine mi piacciono trafelate.

Ho un salottino tutto di Rimini.

Mi sono tagliato il pipistrello del pollice e ho dovuto farmi un’iniezione sottocatania.

Un giochino old fashioned con cui Flaiano si divertiva a prendere in giro bonariamente, con gli errori da lui inventati, da una parte i tic e gli strafalcioni dei parlanti italiani che per vari motivi non hanno il polso della situazione comunicativa—la dimensione diafasica, nel gergo della linguistica. Dall’altra, il linguaggio dei “mass-media“, spesso ai suoi tempi scalcagnato come ai nostri: oggi Flaiano farebbe magari dire a qualcuno di aver ottenuto il “certificato di resilienza“, e a qualcun altro di dover sopportare “un collega distopico” in ufficio.

Giocare con le parole: la paronomasia

La paronomasia ha una lunga tradizione, le sue radici spingono fino ai mondi greco e latino. In italiano la letteratura, la poesia, la formazione dei proverbi, la titolistica dei quotidiani, la pubblicità, si sono sempre alimentati, e tuttora lo fanno, di “paronimi”. Bisogna distinguere, come ricorda ogni manuale di retorica, fra paronomasia apofonica, che fa perno sull’alternanza vocalica nella radice delle parole, come nei proverbi:

chi non risica non rosica

oppure

dalle stelle alle stalle.

E paronomasia isofonica, fra parole in cui, al contrario, l’accento cade sulla stessa vocale. Succede ad esempio nel primo verso di un famoso sonetto di Petrarca:

L’aura che ’l verde lauro et l’aureo crine
soavemente sospirando move,
fa con sue viste leggiadrette e nove
l’anime da’ lor corpi pellegrine.

In un verso ci sono tutte le parole fonicamente affini con cui nel Canzoniere si allude a Laura, la cui figura umana è evocata tra l’altro dal verde lauro, che per sineddoche significa il suo corpo.

Da Petrarca a Fabri Fibra: una delle figure retoriche più usate in italiano

Anche Dante usa spessissimo la paronomasia—come nel “fui per ritornar più volte vòlto” all’inizio del primo canto dell’Inferno—spesso in maniera preziosa. Come nel sonetto della Vita Nuova in cui si rivolge alla “Morte villana”, accusandola del suo

fallar d’ogni torto tortoso.

Il latinismo tortoso—che allude quasi con evidenza grafica a un andamento molto diverso da quello indicato da retto, che è il suo opposto—è un tipo particolare di paronomasia, definito figura etimologica perché i due termini hanno la stessa radice.

La paronomasia è divertente perché ci fa giocare con le parole: dal medioevo di Iacopone (Donna de Paradiso: “Figlio, l’alma t’è ’scita, figlio de la smarrita, figlio de la sparita”), passando per il Barocco, l’Ottocento, i libretti d’opera da Metastasio a Arrigo Boito, il ‘decadentismo’ di D’Annunzio (ci si può divertire a cercare paronomasie nella Pioggia nel pineto) e tutto il Novecento, la paronomasia si è dimostrata una figura di parola di uso larghissimo anche nella produzione umoristica di ogni tipo, fino alle invenzioni estemporanee durante una serata fra amici.

La paronomasia è ovunque nella musica pop (un esempio su un milione: “orrore amico, errore mio/che non ti ho detto neanche addio”, Baustelle, Amanda Lear) e ovviamente nel rap e nella trap, in cui le assonanze sono fondamentali. Vip in trip di Fabri Fibra è un titolo paronomastico, e contiene un verso del genere: 

Mille strofe, rime catastrofe / L’opposto, l’apostrofo, apostolo, a posto…

Un “trip” paronomastico di Sanguineti

Se cerchi un repertorio di paronomasie, ecco la prima delle otto poesie di Edoardo Sanguineti che formano il suo “Omaggio a Pascoli” intitolato L’ultima passeggiata (1982). Come capita spesso con le figure retoriche, qui la paronomasia tende a fondersi con altre figure e con le rime.

Ti esploro, mia carne, mio oro, corpo mio, che ti spio, mia cruda carta nuda,
che ti segno, che ti sogno, con i miei seri, severi semi neri, con i miei teoremi,
i miei emblemi, che ti batto e ti sbatto, e ti ribatto, denso e duro, tra le tue fratte,
con il mio oscuro, puro latte, con le mie lente vacche, tritamente, che ti accendo,
se ti prendo, con i miei pampani di ruggine, mia fuliggine, che ti aspiro, ti respiro

con le tue nebbie e trebbie, che ti timbro con tutti i miei timpani, con le mie dita
che ti amano, che ti arano, con la mia matita che ti colora, ti perfora, che ti adora,
mia vita, mio avaro amore amaro:
io sono qui così, la zampa del mio uccello, di quello
che ti gode e ti vigila, sono la papilla giusta che ti degusta, la pupilla che ti vibra
e ti brilla, che ti tintinna e titilla: sono un irto, un erto, un ermo ramo, io che
ti pungo, mio fungo, io che ti bramo: sono pallida pelle che si spella, mia bella, io,
passero e pettirosso del tuo fosso: io la piuma, io l’osso, che ti scrivo, io, che ti

[vivo […]

Continua così per molto. Puoi leggere il resto qui e nella raccolta Il gatto lupesco. Le frasi del Prontuario di italiese di Ennio Flaiano citate all’inizio si trovavano nel Frasario essenziale per passare inosservati in società, (appendice all’edizione Bompiani di Il gioco e il massacro). Un classico Manuale di retorica è quello di Bice Mortara Garavelli. 

Immagini: Copertina