Quando Italo Calvino e Cesare Pavese litigarono per un romanzo

Quando Italo Calvino e Cesare Pavese litigarono per un romanzo

Ti abbiamo già parlato di grandi rivalità fra scrittori molto diversi, come quella tra Hemingway e Faulkner. È anche possibile però che tra scrittori di indole diversissima nasca una grande amicizia. Quella che c’era, ad esempio, tra Cesare Pavese e Italo Calvino. Due tra i più grandi scrittori italiani del ‘900.

Dovuta certamente alla congiunzione professionale, ma non per questo di facciata, quella tra Calvino e Pavese era probabilmente l’amicizia sincera di cui parla Seneca in una lettera a Lucilio: per la persona saggia, un amico è qualcuno da liberare, se prigioniero di qualche nemico o demone. Il nemico più grande di Pavese fu senz’altro quella che ancora Seneca aveva definito una “sconsiderata tendenza dell’animo verso la morte”. Dopo il fatale 27 agosto 1950, Calvino dové spesso affrontare il rimorso di non aver saputo strappare l’amico alla sua triste libido moriendi. E in quello che forse è anche un tentativo di compensazione, lo stesso Calvino si fece curatore delle Poesie pavesiane, del Mestiere di vivere e dell’epistolario—proprio a lui Fernanda Pivano avrebbe negato l’autorizzazione a pubblicare le lettere d’amore che Pavese le aveva inviato, perché “le parole dell’amore non si pubblicano con leggerezza”.

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Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 1908 — Turim, 1950) é um dos grandes nomes da literatura italiana do século XX, tendo publicado romances, coletâneas de poesia, coletâneas de (micro)contos, entre outros. Pavese traduzia do inglês para o italiano e também dava aulas nas escolas públicas italianas; trabalhou na editora Einaudi, em Turim, onde também traçou laços de amizade com outros grandes nomes da literatura italiana, como Natalia Ginzburg. . "Casa al mare" [Casa de Praia] é um de seus microcontos e foi ponto de reflexão sobre tradução literária na oficina ministrada por Francisco Degani, nesta segunda-feira, 13. Esse é um dos tantos projetos desenvolvidos na universidade @universidadeufsc #literatura #letteratura #cesarepavese #tradução #traduzione #séculoxx #secoloxx #universidadepublica #sosuniversidadespúblicas #universidadebrasil #ufsc

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“Pesantezza” contro “leggerezza”: quando Pavese e Calvino litigarono per un romanzo

Una volta, tuttavia, Pavese e Calvino litigarono per lettera. Segno di un’amicizia in grado di sopportare scatti di insofferenza e ruvida franchezza. L’occasione fu il manoscritto del romanzo breve scritto da Pavese nel 1949, Tra donne sole—incluso poi nel trittico La bella estate. Venne inviato a Calvino per un giudizio, che fu negativo. Alla base dei commenti al romanzo, puntuali ma acidissimi e insinuanti, che Calvino inviò, e della risposta offesa dell’autore, stanno due caratteri e due concezioni della letteratura quasi incompatibili.

Bisogna ricordare che la proverbiale “leggerezza” di Calvino—di cui lui stesso ci parla nella prima delle Lezioni americane—era stata segnalata anzitutto proprio da Pavese, che sull’Unità del 26 ottobre 1947 aveva recensito con entusiasmo Il sentiero dei nidi di ragno, romanzo d’esordio del papà di Marcovaldo.

A ventitré anni ltalo Calvino sa già che per raccontare non è necessario ‘creare i personaggi’, bensì trasformare dei fatti in parole. […] Questo Sentiero dei nidi di ragno […] è il più bel racconto che abbiamo sinora sull’esperienza partigiana. […] L’astuzia di Calvino, scoiattolo della penna, è stata questa, di arrampicarsi sulle piante, più per gioco che per paura. E osservare la vita partigiana come una favola di bosco, clamorosa, variopinta, ‘diversa’.

Ecco, proprio la bella definizione “scoiattolo della penna” sarà rinfacciata—mutata di segno—nella lettera di Pavese in risposta ai commenti di Calvino a Tra donne sole.

“Tra donne sole”: il bel romanzo di Pavese che non piaceva a Calvino

Nel romanzo del 1949, la protagonista Clelia, partita operaia da Torino a Roma, realizza se stessa grazie al lavoro e ritorna a Torino, come modista, per gestire un negozio del centro. Clelia è un esemplare personaggio pavesiano che torna al luogo d’origine ed è assalito dallo spaesamento,

Avrei voluto andarmene. Quello era tutto il mio passato. Insopportabile eppure così diverso, così morto. M’ero detta tante volte in quegli anni—e poi più avanti, ripensandoci—che lo scopo della mia vita era proprio di riuscire, di diventare qualcuna. Per tornare un giorno in quelle viuzze dov’ero stata bambina e godermi il calore, lo stupore, l’ammirazione di quei visi familiari, di quella piccola gente. E c’ero riuscita. E le facce la piccola gente eran tutti scomparsi. […] Maurizio dice sempre che le cose si ottengono, ma quando non servono più.

Clelia impatta traumaticamente con la classe agiata della sua città, di cui patisce il vuoto di valori. Da questo milieu provengono le altre protagoniste del romanzo (qui sotto nel film di Antonioni tratto dal libro, “Le amiche”): Rosetta, Momina, Mariella, che Clelia frequenta e segue senza cedere al loro cinismo (gli uomini nel romanzo sono tutti comprimari).

“Ho subito deciso che non mi sarebbe piaciuto”

Pavese, soddisfatto del lavoro, inviò in lettura il manoscritto a Calvino. Che gli scrisse da Sanremo con la spudoratezza del 26enne talentuoso rivolto a uno scrittore quasi affermato che ha 15 anni di più. Anzitutto, gli comunica che il personaggio di Clelia non gli è piaciuto.

Caro Pavese, Tra donne sole è un romanzo che ho subito deciso che non mi sarebbe piaciuto […]. Sebbene l’abbia letto con grande interesse e divertimento. Ho deciso che è un viaggio di Gulliver, un viaggio tra le donne, o meglio tra strani esseri tra la donna e il cavallo. […] E la cosa che scombussola di più è quella donna-cavallo con la voce cavernosa e l’alito che sa di pipa, che parla in prima persona e fin da principio si capisce che sei tu con la parrucca […] che dici: ‘ecco, una donna sul serio dovrebbe esser così’.

Calvino, dopo aver notato un “filone unitario” tra le opere di Pavese, nota poi che:

Il vero messaggio del libro è un approfondimento del tuo insegnamento di solitudine […]. Sul fatto che i rapporti tra esseri umani non fondati sul lavoro diventano mostruosi. Sole si salvano le comunioni d’amici, legate da non scritte regole di purezza e solitudine.

Ancora:

Non mi convince […] la tua rappresentazione dei borghesi. […] Per scriver bene del mondo elegante bisogna conoscerlo e soffrirlo come Proust. Amarlo o odiarlo non importa, ma aver chiara la propria posizione rispetto a esso. […] Tu non hai, mi sembra, fatto ancora la scoperta del piglio che devi prendere rappresentando la gente chic.

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E Pavese rispose: “Vergogna!”

Il 29 luglio 1949 Pavese scrisse da Torino.

Caro Calvino, non mi dispiace che Tra donne sole non ti piaccia. […] Applichi due schemi, come due occhiali, al libro e ne cavi impressioni discordanti che non ti curi di comporre. […] Il mondo è un’esperienza dei vari io (Berto Pablo Clelia etc) e questi io sono la vera serietà del racconto. Ma tu—scoiattolo della penna—calcifichi l’organismo in fiaba e tranche de vie. Vergogna! Mi ha comunque molto consolato la scoperta del filone unitario tra le varie opere. […] Figurati se vengo a San Remo. Fossi matto.

Insomma, Pavese non la prese benissimo, pur rispondendo con lo stesso tono ironico dell’interlocutore. Gli avrebbe sicuramente fatto piacere scoprire che, qualche anno dopo, in un saggio che oggi si può leggere nel volume Una pietra sopra, il suo amico Calvino aveva cambiato completamente idea.

Certo il personaggio più bello d’uno scrittore che non credeva nei personaggi, Pavese, è quella Clelia di Tra donne sole, che viene a impiantare un negozio di mode a Torino, quella donna lavoratrice, autosufficiente, amara, esperta, ancora curiosa e pietosa dei vizi e del valore della società che la circonda, ma corazzata dentro come chi si è fatta da sé.

Le due lettere sono riprodotte nella più recente edizione Einaudi di Tra donne sole

Immagini di Copertina: 1 e 2 via WikipediaCommons