Quella volta che Sergio Leone litigò con Kurosawa su

Quella volta che Sergio Leone litigò con Kurosawa su "Per un pugno di dollari"

Quando si pensa al genere spaghetti-western, il primo nome che viene in mente è quello di Sergio Leone. La sua Trilogia del dollaro è la serie di film western italiani più famosa di sempre. Cominciata nel 1964 con Per un pugno di dollari: il film che rese celebre Clint Eastwood in tutto il mondo.

Non tutti sanno, però, che quel film—a cui seguirono capolavori come Per qualche dollaro in più Il buono, il brutto, il cattivo—non fu un’intuizione originale di Leone. Il film mutuava fortemente da un’opera del regista giapponese Akira Kurosawa. Intitolato La sfida del samurai.

La sfida del samurai

Uscito nelle sale italiane nel 1963, il film di Kurosawa raccontava la storia di un grande samurai misterioso che arriva in un piccolo villaggio dell’antico Giappone feudale. Toshiro Mifune. Spadaccino estremamente dotato, e senza padrone, offre i suoi servigi a due fazioni rivali che si spartiscono il potere economico della zona. Scatenando una guerra senza tregua.

Il film, al di là della trama, conteneva dei topoi singolari. Kurosawa era un regista che amava i movimenti di macchina che evidenziavano il dinamismo dei protagonisti nelle scene. Gli spettatori, attraverso le inquadrature, erano letteralmente catturati dai gesti e dalla postura degli attori mentre si muovevano nelle ambientazioni o combattevano.

A questo, poi, si aggiungeva la struttura che il regista giapponese aveva creato per la storia. Utilizzando un tono che mescolava allo stesso tempo la ritualità dell’antico Giappone nei combattimenti, e l’ironia di uno sguardo contemporaneo. C’erano, insomma, molti elementi di rottura rispetto ai film di ambientazione storica dell’epoca.

L’intuizione di Sergio Leone

A consigliare la visione del film di Kurosawa a Sergio Leone fu il regista Enzo Barboni. Leone seguì il suo consiglio, e si recò con la moglie al cinema Arlecchino di Roma. Rimanendo lui stesso estremamente colpito dalla storia raccontata da Kurosawa, ma soprattutto dallo stile che aveva utilizzato.

Da tempo Leone sognava di realizzare un film western. E dopo aver approfondito le origini del film di Kurosawa, decise di proporre un adattamento in salsa western di quell’opera ai suoi produttori. Stando a quanto dichiarato da Leone stesso in seguito, dalle sue ricerche era emerso che lo stesso film di Kurosawa secondo lui era un “adattamento rivisitato del romanzo Piombo e sangue di Dashiell Hammett“. In realtà Kurosawa aveva parlato di un altro libro noir che gli aveva ispirato le atmosfere: La chiave di vetro di Stuart Heisler

Leone voleva trasportare l’impianto narrativo creato da Kurosawa in un universo diverso. Mantenne molti aspetti del film del regista giapponese nel copione di Per un pugno di dollari: la figura dello straniero che arriva in un piccolo villaggio per creare scompiglio, l’iconicità dei gesti e dei movimenti in combattimento dello stesso protagonista—utilizzando inquadrature e movimenti di macchina molto simili a quelli di Kurosawa—e un’ironia molto affine all’originale di Kurosawa.

Come si può leggere nel libro Sergio Leone. Danzando con la morte di Christopher Frayling, fu lo stesso regista, in seguito, a spiegare il suo intento.

La cosa che più mi aveva incuriosito era una notizia stampa che aveva seguito l’uscita di “La sfida del samurai”: si diceva che il film era stato ispirato da un romanzetto giallo americano. Kurosawa lo aveva plasmato e rimodellato con maschere grottesche e una cadenza marziale: ecco i samurai. Vidi il film e subito mi venne la voglia di spogliare quei burattini e dopo averli reinventati cow-boy, rifar loro attraversare di gran fretta l’oceano e riportarli in patria. Era quella la provocazione.

Le accuse di plagio

Leone ovviamente aggiunse anche il suo tocco al film, che si può notare soprattutto nei dialoghi, dove ampliò l’utilizzo dell’ironia. Il protagonista è smargiasso al limite del fumettistico, e certi dialoghi sono entrati a far parte dell’immaginario cinematografico comune. Stando a quanto riportato da Frayling nel suo libro, Leone prima di scrivere la sceneggiatura si procurò il testo delle battute del film di Kurosawa, cercando scientemente di non ricalcare nessun passaggio.

Ma ovviamente questa operazione non bastò a nascondere le ovvie ispirazioni. Visto anche l’enorme successo di pubblico che ottenne il film di Leone appena uscito. La casa di produzione di Kurosawa, infatti, poco tempo dopo l’uscita del film contattò i produttori di Leone, minacciando azioni legali. Il film del regista italiano conteneva delle scene e delle situazioni quasi identiche all’opera di Kurosawa (come si può vedere anche nel video qua sotto, che mette a confronto i film).

Dopo la distribuzione, Leone ricevette addirittura una lettera personale da Kurosawa, nella quale rivendicava una parte dei diritti del film. Iniziò una causa tra i produttori. Quelli di Leone pensarono a un escamotage per non pagare: cercare un altro film o un’altra opera “molto simile” al film di Kurosawa. Per rinforzare la tesi che anche Kurosawa avesse copiato. Venne fatto il nome di Carlo Goldoni. Il suo “Arlecchino servitore di due padroni” presentava analogie con il film di Kurosawa. Questa controffensiva (che potrebbe sembrare assurda) ammorbidì la contesa e si arrivò al patteggiamento.

Il processo per plagio non avvenne, ma al regista giapponese venne riconosciuta una parte dei diritti del film. Leone si infastidì per questo epilogo. Disse:

Kurosawa aveva tutte le ragioni per fare ciò che ha fatto. È un uomo d’affari e ha fatto più soldi con questa operazione che con tutti i suoi film messi insieme

Immagini: Copertina