Che cosa ci ha lasciato Philip Roth: simbolo del romanzo americano del Novecento

Che cosa ci ha lasciato Philip Roth: simbolo del romanzo americano del Novecento

Aveva già scritto alcuni libri ed era in un periodo di crisi quando cominciò a buttare giù pagine e pagine del “Lamento di Portnoy”. Bastarono un paio di capitoli anticipati da riviste a far capire che stava per succedere qualcosa: nella letteratura americana e di tutto il mondo, nella famiglia di Roth, nella sua vita e nella sua carriera.

Questa breve descrizione scritta da Francesco Piccolo riesce perfettamente a raccontare cosa abbia rappresentato il terzo romanzo di Philip Roth per la sua carriera e la letteratura americana. L’inizio di un percorso letterario che ha segnato profondamente un’epoca.

L’infanzia e l’esordio

Nato a Newark, nello stato del New Jersey, il 19 marzo 1933 Philip Roth crebbe in una famiglia della media borghesia colta americana. La sua famiglia—di origine ebraica—era immigrata negli Stati Uniti dalla Galizia. L’ambiente familiare di Roth era colto ed educato. Ma anche classicamente restrittivo e tradizionale: caratteristica che segnerà fortemente il giovane Philip.

Spinto verso lo studio delle materie umanistiche dal padre, terminato il liceo Roth decide di proseguire gli studi in letteratura inglese. Iscrivendosi alla Bucknell University. Una volta laureato, poi, si iscrisse a un MFAMaster in Fine Arts—alla Chicago University. Conseguendo l’abilitazione per insegnare letteratura e scrittura.

E fu proprio l’insegnamento la sua base professionale per molto tempo. Mentre intraprendeva i primi passi nel mondo della scrittura. Per molto tempo, infatti, insegnò scrittura creativa alle università dell’Iowa e a Princeton. Prima di diventare titolare della cattedra di Letteratura comparata alla Pennsylvania University, dove rimase fino al 1991.

Durante gli anni del master a Chicago, Roth ha cominciato anche a scrivere. Nel ’59 pubblica una raccolta di racconti (Goodbye, Columbus) che gli permette di vincere l’anno successivo il National Book Award. Nel 1962, pubblica il suo primo romanzo: Lasciar andare. A cui seguirà Quando lei era buona nel 1967. Questi due tentativi non riscuotono grandissimo successo di pubblico, anche se vengono apprezzati dalla critica per la verve ironica della prosa, e per la capacità narrativa.

Il punto di svolta nella sua carriera avviene nel 1969. Anno in cui esce Lamento di Portnoy. L’opera arriva dopo anni di profonda crisi esistenziale da parte dell’autore, che voleva tentare un nuovo stile di scrittura. Il romanzo rappresentò un caso letterario di livello epocale: considerato osceno per i tempi, la sua sincerità e arguzia nel descrivere le dinamiche familiari e sociali dell’America dei tardi Sessanta segnò un’epoca.

Lo stile

Lo stile di Roth, a partire proprio da Lamento di Portnoy, si articola in tre diversi momenti. Quello iniziale, rappresentato soprattutto da quest’opera e dalla Trilogia di Nathan ZuckermanLo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato e La lezione di anatomia. Questo periodo è segnato da una forte vena ironica e cinica—che condizionerà tantissimo il primo Woody Allen—e dai continui riferimenti alla cultura ebraica statunitense (inteso come retaggio familiare e culturale).

Poi c’è il Roth della maturità. Non meno ossessionato dal sesso e dalle convenzioni, ma comunque più attento alla profondità di analisi della società. Rappresentato soprattutto da opere come La controvitaIl teatro di Sabbath e Pastorale americana. Roth diventa lo scrittore simbolo degli anni Novanta: che raggiunge i premi letterari americani più ambiti—come il Pulitzer—e viene annoverato fra i grandi del Canone Occidentale dal celebre critico Harold Bloom.

Prima della parte finale dell’opera di Roth, ben distinta dagli altri romanzi, c’è forse il suo capolavoro assoluto: La macchia umana. Che apre gli anni duemila.

Poi arrivano i romanzi della vecchiaia. Come Indignazione (2008), L’umiliazione (2009), e Nemesi (2010). Sono romanzi brevi, lapidari, in cui Roth ripercorre le sue grandi ossessioni letterarie. Il sesso, la famiglia come sistema oppressivo, ecc. Questa fase è la meno apprezzata dal pubblico e dalla critica, e culmina con l’annuncio del ritiro dalla scrittura, avvenuto nel 2012.

Le opere

Per approfondire l’opera di Roth è consigliabile seguire un ordine cronologico. Percorrendo i tre grandi periodi della sua produzione. Quello inaugurato con Lamento di Portnoy: la storia di un ragazzo ebreo colto e ben istruito della classe media americana che confidandosi con lo psicanalista svela una vita fatta di ossessioni sessuali e frustrazioni familiari.

Successivamente, si può proseguire con la Trilogia di Nathan Zuckerman. Un trittico di romanzi che funge quasi da biografia per l’autore. Anche se non annoverati fra i suoi capolavori, questi romanzi sono molto importanti per gli appassionati di Roth. Perché fra le pieghe della narrazione si nascondono molti cenni biografici. Nathan Zuckerman, infatti, è il suo alter ego.

E quindi arriviamo ai romanzi della maturità: soprattutto Il teatro di Sabbath, Pastorale americana, La macchia umana. In questi romanzi Roth amplifica la sua poetica, e la lega a una capacità stilistica più consapevole. Il secondo citato è il romanzo forse più famoso di Roth—quello con cui vinse il premio Pulitzer. Attraverso la vita di Seymour Levov, Roth racconta una porzione intatta di storia americana.

Importante anche la biografia intitolata “Roth scatenato” di Claudia Roth Pierpont, nella quale si fa luce sul rapporto dello scrittore con i genitori, la cultura ebraica, gli altri scrittori, la politica e le donne.

Immagini: Copertina