Chi è stato Pietro Germi: uno dei padri della commedia italiana

Chi è stato Pietro Germi: uno dei padri della commedia italiana

Divertire non significa soltanto far ridere, ma far ridere e far piangere o emozionare o tenere sospesi con il fiato in gola.

Così Pietro Germi descriveva la sua arte, e l’importanza della commedia come genere cinematografico. Il regista genovese, infatti, è stato uno dei grandi padri della commedia italiana.

I film di Germi non si limitavano a far ridere, o a mostrare al pubblico italiano il talento straordinario dei migliori attori, ma riflettevano il Paese. I suoi costumi, i suoi umori, le sue mode. Pochi registi hanno saputo raccontare l’Italia e i suoi cambiamenti come Germi.

L’infanzia e gli esordi come attore

Pietro Germi nasce a Genova il 14 settembre 1914. A soli 13 anni rimane orfano del padre, e la madre lo iscrive a un’accademia nautica. Il suo sogno è quella di vedere il figlio lavorare sulle grandi navi. Ma Pietro non si diplomerà mai: durante l’adolescenza, ha scoperto al sua vera passione, il cinema.

Dopo aver lasciato l’accademia, Germi si trasferisce a Roma per iscriversi al Centro sperimentale di cinematografia. Qui impara molto sulla recitazione, e assorbe i rudimenti della sceneggiatura e delle dinamiche di regia. Il suo esordio nel mondo del cinema, però, non avviene come regista, ma come attore. A 25 anni recita nel film Retroscena, di cui aveva scritto parte della sceneggiatura.

I primi film neorealisti e polizieschi

Nonostante sia passato alla storia come un grande della commedia, Germi inizia con film drammatici e commoventi. Esordisce nel 1946 con Il testimone, un film di genere poliziesco. Nei due film successivi si concentra sul proliferare della criminalità nell’Italia post-bellica. Gioventù perduta (1947) e In nome della legge (1949) sono film duri per l’epoca. In particolare il secondo, che rappresenta un primo, vero, film sulla mafia.

Per tutti gli anni Cinquanta, Germi si cimenta in film di genere o neorealisti. Aveva esordito negli anni del boom neorealista, e alcuni dei suoi primi film seguono questo filone. Il cammino della speranza (1950), e Il ferroviere (1955) sono i suoi film più riusciti in questo senso. Il secondo ottiene un grandissimo successo di pubblico.

Nel 1959, poi, presenta Un maledetto imbroglio—adattamento del romanzo di Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana—che ottiene un’ovazione di critica e di pubblico. È il primo vero e proprio film poliziesco all’italiana.

Ma a questo punto della carriera Germi sorprende il suo pubblico. Con l’avvento degli anni Sessanta, il regista genovese compie una svolta netta: abbandona i temi che hanno guidato i suoi primi anni di regia, e si cimenta seriamente con la commedia.

La grande commedia italiana

Germi era noto al pubblico italiano come regista capace di commuovere facilmente. Nel 1961, però, presenta un film che non ha niente in comune con quelli che ha girato fino a quel momento. Un capolavoro assoluto della commedia: Divorzio all’italiana. Con estrema sagacia, ironia ed eleganza, Germi porta all’estremo i canoni della commedia.

Divorzio all’italiana è interamente incentrato sulla tematica del delitto d’onore, in un’epoca in cui il divorzio non era previsto dalla legge italiana. Ma lo fa con un’ironia e una comicità che stravolgeranno l’idea che il pubblico ha della commedia. Il termine “commedia all’italiana” viene proprio ispirato da questo lavoro di Germi. Il film vale al regista un Oscar per la migliore sceneggiatura originale, e una candidatura per la miglior regia.

Questa nuova linea tracciata da Germi comincia a essere dilagante dopo la presentazione di altri due capolavori del genere: Sedotta e abbandonata (1964) Signore e signori (1966). Attraverso queste commedie Germi riesce non soltanto a far ridere il pubblico in modo intelligente, ma anche a descrivere i mutamenti del paese.

La vita di provincia, le meschinità della morale comune, il rapporto di squilibrio fra nord e sud: Germi con le sue commedie descrive perfettamente il Paese che si affaccia alla seconda metà del Novecento. E non si limita agli aspetti sociali, scende in profondità anche in quelli personali. Con l’Immorale (1967), ad esempio, mette a nudo anche la vita privata degli italiani.

L’ultimo lavoro e la sceneggiatura di Amici Miei

Il suo ultimo film, Alfredo Alfredo (1972), gli dà la possibilità di lavorare con un giovane attore americano che presto diventerà uno degli interpreti mondiali più apprezzati: Dustin Hoffman. E gli fa vincere un David di Donatello per il miglior film, e una nomination ai Golden Globes per il miglior film straniero.

Dopo aver terminato questo film, inizia a lavorare a un nuovo progetto, che intitola Amici Miei. Ma ormai malato di cirrosi epatica da tempo, cede la sceneggiatura al collega e amico Mario Monicelli. Il film diventerà un classico della commedia italiana. Muore nel 1974, lasciando un’eredità enorme ai suoi successori.

Immagini: Copertina