La storia d'amore più straziante dell'antichità: il mito di Piramo e Tisbe

La storia d'amore più straziante dell'antichità: il mito di Piramo e Tisbe

Oh, caro pugnale! Questo è il tuo fodero! Arrugginisci qui e fammi morire.

Le ultime parole di Giulietta prima di infilarsi l’arma in petto, davanti al cadavere di Romeo che stringe ancora il bicchiere vuoto del veleno che l’ha ucciso, sono parole di una che ha fretta di morire per amore, perché arriva gente, e non sia mai che la costringano a mutare proposito. Un proposito fermo quanto la convinzione di entrambi i protagonisti della tragedia lirica di Shakespeare: che la vita non sia degna di essere vissuta senza l’oggetto del proprio amore. Questa regola amorosa “inflessibile” arriva a Shakespeare da molto lontano: da una struggente storia d’amore scritta circa 1600 anni prima dal poeta romano Ovidio nelle Metamorfosi. La tragica storia di Piramo e TisbeArchetipo di quella di Romeo e Giulietta.

Nei circa 250 episodi narrati nelle Metamorfosi—repertorio molto amato dal medioevo all’età moderna, e fondamentale per la lettura iconografia di moltissime opere d’arte—Ovidio portava quaggiù il mondo degli dei, dei semidei, degli eroi, facendo dell’amore il perno di un mondo “di confine”, tra realtà e apparenza, ma comunque terreno, nostro. Fra le molte vicende che si intrecciano, quella di Piramo e Tisbe, due sfortunati giovani babilonesi, esposta nei vv. 55-166 del libro IV,  è una delle più struggenti storie d’amore dell’antichità insieme a Gli amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista.

La storia è un tema che si è propagato nei secoli affascinando le letterature romanze medievali—lo ripresero Maria di Francia, Dante, Boccaccio, Chaucer—e successivamente la poesia e la novellistica rinascimentali: per la sua tragedia Shakespeare attingerà da un poema inglese del 1562, traduzione dal francese di un racconto che era a sua volta la traduzione di una novella di Matteo Bandello, ambientata a Verona, in cui Piramo e Tisbe si sono già “trasformati” in Romeo Montecchi e Giulietta Cappelletti.

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“Allor che ‘l gelso diventò vermiglio”: la storia d’amore di Piramo e Tisbe nelle Metamorfosi di Ovidio

Piramo e Tisbe, due giovani babilonesi, si amavano contro il volere dei parenti. Le loro case erano contigue. I due erano separati soltanto da un muro “crudele” (è il motivo poetico del paraclausithyron, il lamento davanti alla porta chiusa dell’amata/o, frequente anche in Catullo). Una crepa nel muro permetteva loro, che non potevano vedersi né toccarsi, di scambiarsi tenerezze bisbigliando. Così facendo, decisero di scappare di casa. Incontrandosi, di notte, sotto un grande gelso bianco. Accanto al sepolcro del re assiro Nino.

John William Waterhouse - Tisbe. Via

John William Waterhouse – Tisbe. Via

Arrivò prima Tisbe all’appuntamento. Mentre aspettava vide passare una leonessa intenta a masticare le ventraglie di qualche animale. Corse a nascondersi spaventata in silenzio. Nella fuga le cadde dalle spalle il velo bianco. Piramo, arrivato anche lui mentre Tisbe era nascosta da qualche parte, vide il velo stracciato e insanguinato dalla leonessa, che prima di allontanarsi ci aveva ficcato il muso.

Credendo morta Tisbe, Piramo si trafigge con la spada. Poi estrae la spada e si lascia morire mentre il sangue zampilla intorno come acqua dal foro di una conduttura. Lo scopo di questo gesto nella narrazione serve a Ovidio per costruire un mito eziologico. Cioè dare la spiegazione “poetica” del perché di un nome o di un fatto: in questo caso, perché le more del gelso—che il sangue macchia, trasferendo e perpetuando nella natura la sofferenza degli amanti— siano anche scure.

Da Ovidio a Shakespeare, gli amanti nati “sotto contraria stella”

Tornata al luogo dell’appuntamento, Tisbe vede Piramo morente. Geme, lo chiama. Qui Ovidio colloca l’accento più patetico di tutto l’episodio: “Al nome di Tisbe, Piramo alzò gli occhi gravati dalla morte, e, vistala, li richiuse per sempre“. Dante (Purgatorio, XVII, 37-39), riprenderà questo passo per offrire un termine di paragone agli scatti improvvisi della sua mente al solo sentire la parola “Beatrice”:

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che ‘l gelso diventò vermiglio[…]

Tisbe, nei versi di Ovidio, prende immediatamente la decisione: si uccide al fianco di Piramo. Non prima di aver levato una supplica alle famiglie rivali—che sarà ascoltata—affinché li seppelliscano insieme.

Anche la mia mano è forte a questa sola impresa. Forte è anche il mio amore: questo mi darà il coraggio di ferirmi. Ti seguirò estinto, e sarò detta causa infelicissima e compagna della tua morte. E tu che solo dalla morte potevi essere, ahi!, da me strappato, non potrai essermi strappato nemmeno dalla morte.

I due giovani che si amano contro il volere dei parenti. La morte apparente che permette la specularità della dimostrazione d’amore. Il finale tragico che riappacifica le famiglie rivali. Come si vede, c’è un folto intreccio di fili teso tra gli amanti di Ovidio e gli “star cross’d lovers”, gli amanti nati sotto contraria stella, di Shakespeare.

Xilografia da un incunabolo del "De mulieribus claris" di G. Boccaccio. Via

Xilografia da un incunabolo del “De mulieribus claris” di G. Boccaccio. Via

Qui l’edizione Einaudi delle Metamorfosi di Ovidio. Su Iconos trovi un repertorio delle fonti letterarie classiche, medievali, rinascimentali per la storia di Piramo e Tisbe, di cui Publio Ovidio Nasone può essere considerato “l’autore”. Un’introduzione a Romeo e Giulietta si trova nel classico Shakespeare. Genesi e struttura delle opere di Giorgio Melchiori.

Immagine: Copertina