Da Platone a Cartesio: l'antico rapporto fra filosofia e sport

Da Platone a Cartesio: l'antico rapporto fra filosofia e sport

Siamo abituati a valutare le attività culturali e quelle fisiche come profondamente distinte. Quasi che mente e corpo fossero separati. Ma in realtà il legame fra cultura e sport è antichissimo: basti pensare ai grandi filosofi che hanno trattato l’argomento sportivo. O che vi hanno partecipato, come in questo divertente sketch dei Monty Python.

A partire da Platone e Aristotele, fino ad arrivare a Cartesio, molti grandi pensatori hanno riflettuto sull’utilità e l’importanza dell’attività sportiva. D’altra parte le discipline sportive erano radicate nella cultura occidentale ben prima che la filosofia—come la intendiamo oggi—nascesse come disciplina. Due secoli prima della nascita della filosofia, infatti, avvennero i primo Giochi Olimpici. E il concetto greco di kalokagathìa, d’altra parte, ha sempre testimoniato come nella cultura occidentale classica la ricerca della perfezione mirasse a entrambi gli ambiti: quello morale e quello fisico.

Platone

Leggendo alcuni passi del Fedone, si ha erroneamente l’impressione che il filosofo greco attribuisse scarsa importanza alla cura e all’allenamento del corpo. L’autore infatti, per mezzo di Socrate, asserisce in un famoso dialogo che il corpo altro non è se non un ostacolo per la trascendenza morale dell’uomo. L’attività filosofica è descritta come “distacco dal corpo”.

Ma se si analizza nella sua interezza l’opera di Platone, si noterà che in realtà l’attività sportiva ha un ruolo filosofico ed educativo fondante. Già nel Simposio, Platone sostiene che l’amore per la bellezza del corpo è una delle prime fasi per avvicinarsi all’amore per la bellezza dell’altro.

Sia nei dialoghi La Repubblica che ne Le leggi, Platone valuta l’importanza dell’attività fisica come vettore per l’educazione.

Dopo la musica e la poesia, è attraverso la ginnastica che i giovani devono essere addestrati. (…) È quindi necessario che fin dall’infanzia, e per tutta la loro vita, siano rigorosamente addestrati in quest’arte.

Per Platone la ginnastica era suddivisa principalmente in due discipline: la lotta e la danza. Che contribuivano entrambe all’equilibrio fisico. Come si può leggere in un famoso passaggio de Le leggi. La ginnastica, inoltre, non aveva soltanto un ruolo “fisico”, ma serviva anche a temprare lo spirito. Sono, quindi, un altro dei viatici verso le virtù: e vanno integrate con il pensiero e le arti per ottenere un reale equilibrio.

Coloro che si dedicano esclusivamente alla ginnastica vengono a una eccessiva brutalità, mentre coloro che si dedicano esclusivamente alla musica e alla poesia diventano più morbidi di ciò che è buono per loro.

Aristotele

Anche Aristotele prosegue sulla stessa falsariga di Platone riguardo all’importanza dello sport e della cura del corpo. Nel suo principale testo di filosofia sociale, Politica, il filosofo affronta a più riprese l’importanza dell’attività fisica. Insieme alle lettere, alla musica, e alla poesia, la ginnastica è una delle quattro fondamentali branche dell’educazione che Aristotele raccomanda per i giovani.

Attraverso l’attività sportiva, infatti, i giovani sviluppano non soltanto l’equilibrio fisico, ma anche il contatto con le proprie mancanze morali. E competendo sportivamente possono affinarle e migliorarle. Ma ne stabilisce anche dei limiti: il cittadino che si dedica troppo allo sport, rischia di diventare un bruto: e di accrescere troppo la propria alterigia fisica.

Attribuendo troppa importanza a questa parte secondaria dell’istruzione e trascurando le altre discipline indispensabili, rendi i tuoi figli dei cittadini limitati. Inoltre, la ginnastica in eccesso può essere dannosa non solo per lo sviluppo del potere dell’anima, ma anche lo sviluppo fisico del bambino.

Gli stoici

Gli stoici avevano una visione diversa del corpo rispetto ai filosofi che abbiamo visto. Per gli stoici dell’era imperiale, come Epitteto, il corpo è uno degli aspetti dell’esistenza che non dipendono da noi. È distinto dalle tre attività dell’anima che sono sotto il nostro controllo. Ovvero i nostri giudizi, i nostri desideri, e i nostri impulsi di agire.

E questo perché le nostre possibilità fisiche sono in gran parte già decise alla nascita. L’unica, vera, libertà di cui disponiamo nella vita, è quella interiore. Ma questo non significa che dobbiamo trascurare la cura delle nostre doti naturali: dobbiamo utilizzarle per accrescere la libertà dell’anima. Come spiega Seneca.

Se manteniamo le nostre qualità fisiche e le nostre attitudini naturali con cura e serenità, nella consapevolezza di quanto sono effimere e fugaci, se non subiamo la loro servitù e non lo facciamo per influsso di oggetti esterni, se le soddisfazioni avventizie del corpo sono per noi nella stessa posizione in cui si trovano in un campo di battaglia gli ausiliari e le truppe leggere, allora esse possono essere di ausilio per l’anima.

Per gli stoici, quindi, lo sport era solo un mezzo, e non parte integrante di una cultura equilibrata. La pratica di uno sport è utile all’anima di colui che, attraverso questi esercizi fisici, esercita le sue facoltà morali. Sopportare il dolore di un esercizio di resistenza come la corsa, ad esempio, permetterà di migliorare il proprio autocontrollo.

Dal Cristianesimo a Cartesio

Come abbiamo visto, pian piano la filosofia si è allontanata dal concetto di unione fra mente e corpo. E quindi fra cultura e sport. Durante il Medioevo la questione si fece ancora più confusa. Perché se fino al tramonto dell’Impero romano l’ideale umano era sempre stato improntato alla crescita delle virtù umane, e all’affermazione della funzione politica e sociale—di cui lo sport faceva parte—con l’avvento del Cristianesimo le priorità dell’uomo si sono portate verso l’importanza della fede e di un ideale umano “pio”.

Questo cambio progressivo di priorità—che privilegiavano l’anima al corpo—si fece ancora più evidente con Cartesio. Per il celebre filosofo, fondatore della filosofia moderna, nell’uomo esiste uno scisma netto fra mente e corpo. Ma non solo: Cartesio afferma l’assoluta predominanza della mente sul corpo.

Questa scissione cartesiana prende il sopravvento su quasi tutte le altre concezioni filosofiche. Infatti fino al Novecento solo in alcuni casi abbiamo dei riferimenti a delle pratiche corporee. Come ad esempio in Thomas Hobbes.

Nel suo Rassegna delle passioni rappresentate in una corsa, infatti, si serve dell’esempio fornito da una gara di corsa per analizzare filosoficamente il concetto di virtù e di vana gloria.

La filosofia dello sport

I filosofi successivi a Cartesio, dunque, non tennero quasi mai in considerazione lo sport. Fino almeno al 1969, anno in cui il filosofo Paul Weiss pubblicò il libro Sport: A Philosophic Inquiry. Un trattato filosofico sull’importanza dello sport.

Weiss—docente di filosofia a Yale—era molto rispettato nell’ambiente accademico. E il suo lavoro determinò una riscoperta disciplinare per la filosofia. Nel 1972 venne fondata l’Associazione Internazionale per la Filosofia dello sport (IAPS). E nel corso degli ultimi 50 anni, finalmente, i filosofi sono tornati a occuparsi di sport non soltanto come componente fisica, ma anche come mezzo per dissertare sull’etica e sulla politica.

Immagini: Copertina