Qual è la poesia più breve della storia?

Qual è la poesia più breve della storia?

Ricordi i tempi della scuola quando bisognava imparare a memoria una poesia? Oggi, la maggior parte di noi ricorda soltanto gli incipit più famosi, in parte perché la nostra memoria è stata messa a dura prova negli anni e in parte perché abbiamo smesso di leggere poesie.

Rispetto ai romanzi, la poesia ha meno fortuna nelle nostre librerie, perché la lettura apparentemente più semplice (per la sua brevità) è invece più impegnativa per l’attenzione che bisogna rivolgere a ogni singola parola. Ed è proprio una singola unità linguistica che a volte può trasformarsi in una poesia.

Per risvegliare la curiosità verso quest’arte abbiamo deciso di raccogliere, non soltanto nella tradizione italiana, alcuni componimenti tra i più brevi in assoluto. Qualche volta queste poesie hanno scatenato dibattiti letterari sulla dignità poetica. Puoi partecipare anche tu alla discussione, ma al di là di tutto, queste composizioni brevissime hanno il pregio di scolpirsi saldamente nella nostra memoria.

Salvatore Quasimodo

Premio Nobel per la letteratura nel 1959, Quasimodo non è stato soltanto un poeta, pregevole esponente della corrente dell’ermetismo, ma anche un raffinato traduttore, in particolare di liriche greche. Una delle sue poesie più famose, più belle e più brevi è: Ed è subito sera. La poesia comparve originariamente in Acque e terre del 1930. Divisa in tre movimenti, la poesia descrive tre fasi diverse della vita dell’uomo. La prima illustra la condizione di solitudine e incomunicabilità; la seconda, la precarietà della nostra esistenza, in equilibrio tra dolore e speranza; la terza, la morte, inevitabile sigillo della vita:

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Giuseppe Ungaretti

Poeta che non ha bisogno di presentazioni, autore di liriche spesso brevi e intensissime. Quella che batte il “suo record personale” è “Mattina”, anche se è talmente famosa che spesso il testo ha sostituito il titolo. Fa parte della raccolta L’Allegria, composta il 26 gennaio 1917 con il titolo originario di “Cielo e mare” (che forse descriveva meglio l’impatto della luminosità del testo). Scritta mentre era soldato sul Carso durante la Prima guerra mondiale, in due versi il poeta lega, con meravigliosa sintesi, l’uno e l’assoluto. Rappresentando un’armonia di speranza e luminosità con il cosmo:

M’illumino

d’immenso.

Cassius Clay

È strano trovare in questa classifica letteraria un pugile, ma Cassius Clay (poi Muhammad Ali) non è stato soltanto uno dei più forti pesi massimi della storia della boxe, ma anche una figura carismatica, soprattutto per il movimento degli afroamericani. Era noto per avere una parlantina molto sciolta (sia fuori che dentro il ring). Tra le sue tante massime, ce n’è una, per qualcuno un’autentica poesia, di sole due parole:

Me, We. [Io, noi]

La brevissima frase venne pronunciata dal pugile durante una conferenza stampa ad Harvard, ma la storia è controversa. Pare infatti che Ali non avesse pronunciato queste due parole, ma “Me? Whee”, (“Io? Evvai!”), trascritta poi in maniera sbagliata. Un primo caso di “poesia involontaria“?

Franco Fortini

Figura di primo piano nel dibattito politico e culturale del dopoguerra italiano (oggi incredibilmente dimenticato), Fortini è stato redattore della rivista “Il Politecnico” e di “Avanti!”. Dal 1971 ha insegnato Storia della critica all’università di Siena. Poeta e critico spesso in contrasto con altri colleghi, come ad esempio Carlo Bo, grande ispanista e francesista. Ne “L’ospite ingrato”, del 1966, Franco Fortini compone la poesia dal titolo “Carlo Bo”:

No.

Si tratta della più poesia italiana più breve mai concepita. A Bo, Fortini aveva già dedicato altri versi, più lunghi: “A Carlo Bo non piacciono i miei versi / Ai miei versi non piace Carlo Bo”.

Aram Saroyan

Poeta minimalista americano, Aram Saroyan ha superato i limiti della poesia concentrandosi sulla singola parola e sulla lettera. Nel 1965, allora 22enne, Aram compose la sua brevissima poesia:

Lighght [Light in inglese significa sia luce che leggero].

L’intuizione poetica di Saroyan sta in quel “gh” impronunciabile nella lingua anglofona. Idealmente quel segmento di due lettere può essere allungato all’infinito: “ghghghghghghgh”, senza intaccare la pronuncia ma dando un “senso” alla parola. La poesia gioca infatti con la qualità della luce e ci lascia bagliori che si espandono “in silenzio, leggeri e senza peso, di ‘gh’ in ‘gh’, fino all’illuminazione finale”.

Ma Saroyan è entrato nel Guinness dei primati per un’altra poesia, che non si può scrivere correttamente su una tastiera del computer: si tratta di una m con quattro stanghette invece che tre. Una singola lettera che vuole essere un poema. La lettera rappresenta l’atto di creazione di un alfabeto, mostrando il distaccamento di due lettere separate. Che possono anche significare “I’m”: io sono.

Immagine via Wikipedia