Scopri tutti i colori dell'India nelle fantastiche foto di Raghubir Singh

Scopri tutti i colori dell'India nelle fantastiche foto di Raghubir Singh

In alcuni campi della fotografia, soprattutto la street photography, non è una rarità che un autodidatta diventi nel tempo un valido artista. Vedi in Italia il caso di Mario Giacomelli. Autodidatta è stato anche il più grande fotografo indiano, Raghubir Singh.

Se non lo conosci, ti diamo l’occasione di scoprire uno dei pionieri del fotogiornalismo a colori, che ritrasse il suo paese meglio di chiunque altro.

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Raghubir Singh, 1942-1999

Nato nel 1942 in una famiglia aristocratica (appartenente alla casta Rajput) che dopo l’indipendenza del Paese avrebbe affrontato una severa crisi patrimoniale, Singh si appassiona alla fotografia grazie alle foto di Henri Cartier-Bresson contenute nel libro Beautiful Jaipur. Abbandonando una carriera nell’industria del tè, cui sarebbe destinato, si dedica completamente alla fotografia quando, stabilitosi a Calcutta, inizia a frequentare una cerchia di artisti che saranno per lui una grande fonte di ispirazione, come il regista Satyajit Ray.

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Negli anni ’60 inizia a lavorare per le riviste: Life Magazine, National Geographic, New York Times. Nel 1966 riesce a incontrare il suo idolo Cartier-Bresson, seguendone il lavoro per qualche settimana. Tuttavia, a differenza dei pionieri del fotogiornalismo—come Werner Bischof—Singh si dedicherà a una street photography rigorosamente a colori. La fotografia infatti, per Singh, avrebbe dovuto mettere in risalto la ricchezza cromatica come dato identitario del suo Paese.

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I risultati della sua scelta si apprezzano nella sua prima pubblicazione, Ganges, del 1974. Le immagini appaiono decisamente diverse da quelle di ogni altro fotografo straniero che abbia viaggiato in India. Basta vedere questa foto qui sotto, che ritrae dei tuffatori a Varanasi, sulle rive del Gange.

Nei suoi primi lavori Singh si comporta da vero reporter, documentando vita e società delle regioni e delle città indiane: il Rajasthan, il Gange, Varanasi, Calcutta.

Col passare del tempo, complice anche il trasferimento a Parigi alla fine degli anni ’70, il suo linguaggio visivo si fa più complesso, talvolta più concettuale. Al momento della sua morte, nel 1999, avrà pubblicato ben 14 libri fotografici.

Raghubir Singh: lirismo indiano

Singh riteneva che alcuni dei suoi colleghi viaggiassero per l’India mossi specialmente da una curiosità morbosa per l’elemento strano, la miseria, il degrado. Non condividendo quest’interesse, o meglio, non ritenendo di dover sfruttare il degrado come riserva di soggetti fotografici, Singh cercò di elaborare un’estetica che fosse più specificamente “indiana”. Lo fece anche ispirandosi all’arte delle miniature Moghul e del Rajasthan, nelle cui scene, senza un vero e proprio “centro organizzatore”, troviamo più situazioni compresenti. E naturalmente, al pari delle miniature indiane le foto di Singh sono esplosioni di colori.

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Per lo stesso motivo, probabilmente, Raghubir Singh non eseguiva quasi mai ritratti. Nelle sue foto troviamo invece, entro la cornice, sezioni o personaggi differenti, ciascuno con una sua autonomia. A differenza di fotoreporter come Steve McCurry, Singh cercava il significato nell’autenticità della vita in movimento piuttosto che nell’immagine canonicamente bella.

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Attualmente presso il Met Breuer di New York—che fa parte del Metropolitan Museum of Art—è in corso una mostra antologica dedicata a Raghubir Singh. Qui puoi dare un’occhiata al catalogo. 

Immagini: Copertina | 1  – 5  |