Le ultime interviste di Roberto Bolaño sono un inno alla letteratura

Le ultime interviste di Roberto Bolaño sono un inno alla letteratura

Roberto Bolaño è stato uno degli ultimi innovatori del romanzo come forma espressiva. Insieme a David Foster Wallace era diventato quasi il simbolo—nella seconda metà degli anni Novanta—di una strada che andava percorsa per uscire da una stasi letteraria.

Il postmodernismo negli anni Sessanta aveva spazzato via molte convenzioni della letteratura, ma non aveva lasciato niente di sostanziale dietro di sé. Nessuna vera alternativa su come sostituire quelle false convenzioni senza rendere la letteratura un mero esercizio di stile e teoria.

L’ultima conversazione

Le mode letterarie che si erano succedute da allora—il minimalismo “sporco” di Raymond Carver, e quello cinico del Brat Pack di McInerney e Bret Easton Ellis—non erano riuscite a scavare veramente un solco, e si erano limitate a incarnare una breve fase di transizione. In questo contesto di atassia, presero le mosse giovani romanzieri che tentavano di dare una risposta. Tra cui, appunto, David Foster WallaceRoberto Bolaño.

Entrambi cercavano, seguendo strade diverse anche se accomunate da una vena massimalista, di dare un senso contemporaneo alla letteratura in un’epoca dominata dall’ironia, dall’autocoscienza, e dall’intrattenimento mainstream. Ma là dove Wallace continuava a incagliarsi nuovamente in reiterazioni postmoderne—in una dinamica quasi ricorsiva— Bolaño tentò un’altra via.

La sua era una scrittura misteriosa, quasi onirica, che sembrava resuscitare gli aspetti migliori del modernismo ancorandoli al presente. In poche parole, se Wallace è stato quasi profetico nell’indicare in che direzione sarebbe andata la cultura del ventunesimo secolo, lo scrittore cileno aveva invece indicato dove sarebbe dovuta andare.

Del credo letterario di Bolaño, e della sua idea di letteratura, esiste un documento inestimabile. Una raccolta di interviste—l’ultima realizzata pochi mesi prima della morte—intitolata L’ultima conversazione. Leggiamo alcuni punti salienti.

Uno scrittore senza patria e formazione

Una parte fondamentale dell’aura letteraria che traspare dai suoi lavori, deriva sicuramente dal fatto che Bolaño è stato uno scrittore girovago. Senza un’identità definitiva: caratteristica che lo distingueva dalla maggior parte dei grandi scrittori della sua epoca, che erano tutti, bene o male, nordamericani.

Cileno di origine, durante l’adolescenza i genitori trasferirono la famiglia in Messico. Qui Bolaño si formò culturalmente e politicamente. Ma lo fece in un contesto familiare, sociale e personale privo di schemi. Proveniva da una famiglia di illetterati, e il suo amore per la lettura non aveva un origine ben definita.

La mia famiglia paterna si trascinava dietro 500 anni di analfabetismo costante e rigoroso. Mentre quella materna se ne trascinava dietro 300 di indolenza, altrettanto costante e rigorosa. Credo che lo scrittore fosse l’ultima cosa che volessero facessi.

In Messico il futuro scrittore non tardò ad ambientarsi. Perché non aveva preconcetti culturali. Questa costante elasticità e desiderio di non identificazione si nota anche nella sua formazione politica.

Credo di essere un bastian contrario. Non mi piaceva la vena clericale del partito comunista. Ma sono sempre stato di sinistra, e non sarei di certo passato alla destra. Così diventai trotskista. Ma a quel punto scoprii che non mi piaceva la vena clericale dei trotskisti. E quindi diventai un anarchico.

Nel 1973 Bolaño decise di tornare in Cile. Ma il golpe di Pinochet rendeva la patria inospitale. Dopo essere stato imprigionato come anarchico, lo scrittore riuscì a evadere e a tornare in Messico. Nel 1977, però, il futuro scrittore decise di emigrare in Spagna, Paese che divenne così la sua terza patria.

L’infrarealismo e l’avanguardia

Al suo ritorno in Messico, Bolaño aveva conosciuto un giovane poeta, Mario Santiago Papasquiaro. Insieme avevano fondato il movimento poetico infrarealista. Un’avanguardia messicana che si poneva in antitesi ai canoni culturali del Messico, dettati da artisti e scrittori come Octavio Paz.

Il loro intento era quello di rivoluzionare la letteratura. È qui che nasce la volontà di Bolaño di identificare dei canoni che si sposino con le dinamiche della propria generazione, e che non mutuino soltanto dagli schemi del passato.

In grande misura tutto quello che ho scritto è una lettera d’amore o una lettera d’addio alla mia generazione. Rivoluzionare l’arte e cambiare la vita. Reinventare l’amore.

I detective selvaggi e 2666: una nuova letteratura possibile

E al di là degli esordi letterari, il suo intento Bolaño lo raggiunse grazie soprattutto ai suoi due romanzi più famosi—anche se le sue raccolte di racconti non sono da meno—I detective selvaggi e 2666.

Nel primo romanzo, uscito nel 1998, Bolaño svolge un esercizio formale che replichi un tipo di narrazione al passo con i tempi. Se il mondo è caotico, frammentato, e in balia di input culturali che arrivano ovunque, allora anche la narrativa deve seguire questo approccio.

Ne I detective selvaggi lo scrittore crea una narrazione circolare, smisurata, non controllata da interposizioni di tempo dettate dal narratore. Le avventure dei due protagonisti—gli alter ego dello stesso Bolaño e di Papasquiaro—non sono dettate dai loro ricordi o da un narratore fuori campo. Ma dai testimoni. Bolaño mette insieme una narrazione spinta da un centinaio di storie descritte da cinquantatré punti di vista diversi.

E così è anche per 2666: quello che da molti viene considerato il capolavoro di Bolaño. Un libro enorme—lungo quasi 1000 pagine e diviso in cinque parti—che tenta di mettere insieme una narrazione mistica. Che descrive le varie anime che hanno innervato la vita e la scrittura di Roberto Bolaño. L’Europa, il Sudamerica—con i suoi mostri e le sua ricchezze—in una miscela perfetta. Cinque storie separate fra loro, ma che si ricongiungono tutte in un unico luogo.

Questi due romanzi rappresentano il lascito di Bolaño alla letteratura. I due tentativi di guardarsi in quello che nelle interviste lo scrittore descrive come:

Lo specchio inquieto delle nostre frustrazioni e della nostra infame interpretazione della libertà e del desiderio.

Immagini: Copertina