"Non sono un pessimista": Il cinema inimitabile di Roberto Rossellini

Lontano dal documentario così come dal dramma o dall’intreccio romanzesco. La direzione degli attori è precisa, potente, e tuttavia la recitazione non si sente. Il racconto è len­to, libero, pieno di rotture, e tuttavia siamo lontanissimi da ogni forma di dilettantismo. Confesso la mia impotenza a definire con chiarezza i meriti di uno stile così nuovo da sfuggire ad ogni definizione.

È Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, uno dei più grandi autori del cinema italiano, nelle parole di Éric Rohmer—da un articolo del 1955 sui Cahiers du Cinéma.

Ipostasi del “moderno cinematografico” per i critici-registi francesi che lo mitizzarono, compreso Godard che vi si ispirerà per Il disprezzo—”Mi sembra impossibile vedere Viaggio in Italia senza sentire con l’evidenza di una sferzata che questo film apre una breccia, e che il cinema intero deve attraversarla per non morire“, scrisse Jacques Rivette—il film del 1953 con George Sanders e Ingrid Bergman, sui due coniugi inglesi la cui estraneità reciproca è amplificata dal viaggio in una terra e in una cultura estranee, fu però, come ricorda Adriano Aprà in questa puntata Wikiradio, “totalmente incompreso” dal resto della critica e del pubblico dell’epoca.

Viaggio in Italia, che andrebbe rivisto nella versione originale inglese per essere completamente apprezzato, è l’ultimo film della trilogia di Rossellini con l’attrice svedese. Ed è forse un punto di accesso ideale al cinema di un regista incapace di scendere a compromessi, che per tutta la sua carriera, secondo Martin Scorsese— il quale ha intitolato My Voyage to Italy il suo documentario sul cinema italiano—ha fatto specialmente una cosa: push the boundaries further, oltrepassare i limiti.

Il cinema oltre i suoi limiti: i film di Roberto Rossellini

Nella stupenda raccolta di scritti, interviste e lettere di Rossellini intitolata Il mio metodo, traspare una cultura della realtà che non scade mai nella retorica. L’insofferenza per i “riti” del cinema. La necessità di mettere se stessi in ciò che si fa. L’insofferenza, ancora, per il concetto di “ispirazione” e per il decorativismo (“detesto raffinarmi”). E una certa paciosa sprezzatura, da parte di un uomo che, come ha ricordato Isabella Rossellini, amava stare a letto il più possibile: come quando, lamentandosi del fatto che dei metodi del neorealismo si era impossessata l’industria cinematografica, definisce i suoi dirigenti, in senso “non dispregiativo”, persone che “non hanno altre preoccupazioni”.

Le emozioni mie non c’entrano proprio per niente. Uno deve guardare e avere l’umiltà di dire le cose che vede, punto e basta. Odio la parola umiltà, perché sennò sembra che uno faccia il moralista. Però è la verità vera. Il vero mestiere che uno deve imparare è il mestiere di uomo, Il mestiere del regista, o del pittore, sono niente, se uno non impara il mestiere di essere uomo, il più possibile.

Capostipite dei “metodi” del neorealismo—a volte imposti dalle precarie condizioni materiali dell’immediato dopoguerra—è considerato oggi l’acclamato, e consapevolmente innovativo, Roma città aperta (1945). Seguito da Paisà (1946) film in sei episodi (noto quello dell’incontro fra il soldato americano e lo scugnizzo), in cui, è stato scritto, “finzione e realtà interagiscono continuamente”. Film a sua volta seguito da Germania anno zero (1948), che è stato, secondo Carlo Lizzani che collaborò alla sceneggiatura, “la proiezione sullo schermo delle lacerazioni e delle ferite profonde lasciate, nell’animo di una creatura innocente, dalla guerra e dall’ideologia che l’aveva scatenata”.

I film con Ingrid Bergman

Dopo L’amore (1948), film diviso in due episodi che esaltano la grandezza di Anna Magnani protagonista di entrambi—La voce umana, versione filmica del monologo di Jean Cocteau, e Il miracolo, con Federico Fellini—Rossellini gira Stromboli (Terra di Dio) con Ingrid Bergman. Quasi una sconosciuta per lui nel momento in cui lei gli aveva fatto recapitare una brevissima lettera in inglese:

Mr. Rossellini,

ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo ‘ti amo’, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei.

Nacque così un famosissimo, scandaloso per l’epoca (erano entrambi sposati), grande amore. Una famiglia (tre figli), e cinque film. Da Stromboli a La paura, passando per Viaggio in Italia, Giovanna D’Arco al rogo e lo straordinario Europa ’51, film che confrontava e criticava le ideologie comunista e cattolica: storia di una ricca donna americana che in seguito al suicidio del figlio inizia un’attività di indiscriminata e misericordiosa filantropia, che, per il fatto di non essere in alcun modo riferita a ideologie o mossa da secondi fini, la fa apparire “pazza”.

Tuttavia durante questi anni, dal ’50 al ’54—in mezzo ci sono altri bellissimi film, come Francesco giullare di Dio, sorta di neorealismo svolto su un soggetto storico, e un’opera di genere “fantastico” scritta da Eduardo De Filippo e assolutamente da riscoprire, La macchina ammazzacattivi—la reputazione di Rossellini calò enormemente rispetto ai tempi del neorealismo. Solo Stromboli, d’altronde, e anche per via dello scandalo, aveva avuto successo.

Rossellini e la “diffusione della conoscenza”

Dopo tre anni di inattività e la separazione con l’attrice nel 1957, Rossellini gira India, quasi un documentario in quattro episodi.

Sempre in cerca di libertà (sia economica che ideologica) e del massimo controllo in tutte le fasi di realizzazione, Rossellini elabora un’idea di cinema quasi indifferente alle consuete norme estetiche, che lo porterà a una svolta “didattica” e al quasi abbandono del cinema stesso.

Girerà ancora alcuni film fino al 1959. Il più apprezzato? Il generale della Rovere, che lui commentò così:

È forse il più convenzionale dei miei film. Ma appena ci si concede un po’ di accademismo tutti dichiarano: ‘è davvero bello’.

Dal 1964 si diede praticamente solo alla televisione. La serie in cinque puntate intitolata L’età del ferro e narrata dallo stesso regista, segna la svolta didattica. Legata al mezzo televisivo giudicato più impersonale, di massa. Di cui era possibile fare un uso “progressivo” e utile. Rossellini progettò un lavoro enciclopedico. Nell’ambito del quale realizzò alcuni profili di personaggi storici come Socrate, Cartesio e Agostino. Nonché profili di epoche, come Atti degli apostoli.

Dopo la morte, nel 1977, Rossellini è entrato ben presto nel novero dei grandi indiscutibili del cinema italiano. Pur se oggi, fortunatamente, la sua immagine non corrisponde pienamente all’immagine del “grande autore” di film d’arte (come Fellini), lasciando a molti la possibilità di scoprirlo senza dover prima demolire uno stereotipo.

Il modo migliore di farlo è vedendo i film e leggendo il già citato Il mio metodo. La citazione iniziale di Rohmer è riportata  in questo libro sulla Nouvelle Vague. 

Immagine: Copertina