Rukeli, il pugile tedesco di etnia sinti che ha sbeffeggiato il nazismo

Rukeli, il pugile tedesco di etnia sinti che ha sbeffeggiato il nazismo

Ogni grande pugile porta con sé sul ring una storia diversa. Mike Tyson, Tiberio Mitri, Nino Benvenuti, Leone Jacovacci. Campioni “speciali” che hanno affrontato non soltanto un avversario, volta dopo volta, ma anche il fato e la Storia.

Come Johann Wilhelm Trollmann. Il pugile tedesco di origine sinti che ha ridicolizzato il Terzo Reich, con un coraggio straordinario. Nato nella Bassa Sassonia nel 1907, Johann pratica la boxe fin da quando ha otto anni. Si iscrive a una palestra comunale di Hannover. Quei suoi capelli ricci scuri, il suo corpo longilineo, ispirano il suo “primo” soprannome. Rukeli, che in lingua sinti indica “un albero”.

I suoi incontri, quando è ancora un adolescente, sono senza storia. Vince i campionati regionali e prova a gareggiare alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. Ma la sua partecipazione viene ostacolata a causa della sua etnia. Uno zingaro che rappresenta la Germania? Un affronto gravissimo…

I giornali si accorgono del suo talento, non possono farne a meno, ma iniziano a diffamarlo. Sono loro a chiamarlo “zingaro“. Ma Rukeli non si fa mettere i piedi in testa e quel soprannome se lo cuce sui pantaloncini, così da mostrarlo ogni volta che sale sul ring.

Passa ai professionisti nel 1929, nella categoria dei medio-massimi. Il suo stile è caratterizzato da una buona tecnica, ma soprattutto da un passo leggero, agile, di danza. Proprio questo modo di muoversi viene irriso dai giornalisti sportivi e dagli appassionati tedeschi. Quel modo di stare sul ring verrà poi imitato da un altro grande della boxe, Muhammad Ali.

Le donne, segretamente, si innamorano di lui. Sarebbe stato un divo della boxe se non avesse combattuto nel periodo peggiore per un pugile come lui. Il ring sta diventando sotto i suoi piedi uno strumento di propaganda razziale.

Nel 1930 i suoi primi incontri lo vedono tutti vincente. Diventa presto uno dei pugili più forti del Paese. Ma la riforma voluta dal partito nazionalsocialista inizierà a dargli un mortifero tormento.

Uno “zingaro” campione dei medio-massimi

Nel 1933, Trollmann si trova a combattere per la cintura dei medi. Il titolo era stato lasciato vacante dal campionissimo Eric Seelig, ebreo, che aveva dovuto fare in fretta i bagagli e fuggire in Francia dopo pesanti minacce di morte.

In quell’incontro tra Rukeli e Adolf Witt, lo “zingaro” mette giù l’ariano al sesto round. I giudici di gara però scelgono di non dargli la vittoria. “No decision“. Il pubblico, al verdetto, insorge e costringe a “rivedere” il conteggio. Lo “zingaro” vince la cintura, è un traguardo storico. Ma dura poco.

Il titolo gli venne ritirato otto giorno dopo. La scusa è quella di aver tenuto un comportamento anti-sportivo durante il combattimento. Ma la federazione gli “viene incontro”: il 21 luglio 1933 potrà gareggiare di nuovo e magari riprendersi la cintura, contro Gustav Eder. A patto di non muoversi dal centro del ring, abbassare le braccia della guardia e non poter “danzare”. È una beffa.

Rukeli annuncia, sarcasticamente, che “farà di meglio”: assicurando la sua sconfitta al quinto round. Il giorno del match si presenta sul ring con il corpo cosparso di farina e i capelli tinti di biondo. Ecco il campione ariano che volete, avrà pensato Rukeli. Cade, come promesso, alla quinta ripresa.

“In cinque round”, ha scritto Adriano Lo Monaco sulle pagine della Repubblica:

Calpesta un’ideologia vuota e malata con il coraggio di chi è in grado di ironizzare anche nella tragedia.

Il calvario di un campione

Dopo la sconfitta per Trollmann inizia il calvario. Incontri clandestini, lavori forzati e sterilizzazione. Aveva appena fatto in tempo a sposare una donna di origine cosacche e avere una figlia, Rita.

Viene chiamato nel ’39 al fronte, per combattere insieme alla Wehrmacht. Ferito alla spalla torna a Berlino, per essere arrestato e deportato in un campo di concentramento. Johann Trollmann non è più né il campione dei medio-messimi, né un tedesco, né un sinti, né “Rukeli”. È il detenuto numero 721/1943.

Al campo il suo stato di salute peggiora tragicamente. Riconosciuto da un arbitro di boxe delle SS, viene costretto a combattere con gli altri soldati del campo.

In maniera rocambolesca, rubando l’identità di un detenuto morto del campo, si fa spostare in un altro campo. Ma qui trova la morte. Riconosciuto nuovamente da un kapò, ex pugile, gli viene ordinato di combattere. A quel punto Trollmann si ricorda che non è più un numero, ma è “Rukeli”, il campione dei medio-massimi. Stende il suo avversario alla seconda ripresa, nonostante le sue condizioni al limite. Sarà il suo ultimo incontro. Quel kapò sconfitto si vendicherà qualche giorno dopo con una pistola. E “Rukeli” diventerà uno dei 500mila rom e sinti vittime dello sterminio nazista.

Soltanto nel 2003 la federazione pugilistica tedesca ha deciso di riconsegnare la corona sottratta a Trollmann, dandola alla figlia Rita.

Per approfondire la sua storia ti consigliamo il bel libro di Mauro Garofalo, intitolato “Alla fine di ogni cosa” e “Razza di zingaro” del premio Nobel Dario Fo.

Immagine di copertina | Rukeli nel 1928 ad Hannover