Stare insieme senza ferirsi: il

Stare insieme senza ferirsi: il "dilemma del porcospino" di Schopenhauer

Quante volte la cautela, la giusta distanza, l’esitazione a esporsi, ti sono apparsi come un antidoto all’ansia che certe relazioni sembrano implicare, e un modo per evitare di soffrire nei rapporti con gli altri?

Nelle sue trattazioni, Arthur Schopenhauer ha escogitato una parabola semplice e universale—il Dilemma del porcospino—che parla proprio di questo. Non stupisce. Poiché, Schopenhauer ha fatto largo uso di parabole, metafore, similitudini e aforismi, che rendono il suo stile brillante e accattivante. Soprattutto quando parla delle sfide poste dai rapporti umani.

A partire da quel “velo di Maya”—l’illusione cosmica della filosofia indiana—che il filosofo di Danzica elesse a immagine privilegiata della nostra rappresentazione del mondo: che, secondo lui, “rassomiglia al sogno, al riflesso del sole sulla sabbia”. Un breve, incisivo motto, poi, basta al filosofo per sintetizzare la sua convinzione che, se il piacere è solo cessazione del dolore, non è vero il contrario, poiché il dolore è il basso continuo della vita umana: “non v’è rosa senza spine, ma vi sono parecchie spine senza rose!”

Talvolta Schopenhauer mostra un’immaginazione grottesca, vertiginosa. L’istinto di sopraffazione che anima l’essere umano infastidito anche dal più piccolo successo altrui, lo porta a questa immagine: siamo tutti come quel carceriere che “quando scoprì che il suo prigioniero era riuscito faticosamente ad addomesticare un ragno e ne traeva diletto, subito lo schiacciò”.

Come si vede, i rapporti umani, oscillanti tra desiderio d’amore, sopraffazione e dolore, sono il terreno privilegiato delle metafore di Schopenhauer. Veniamo dunque al “Dilemma del porcospino“, o meglio “dell’istrice”. Lo trovi in “Parerga e paralipomena” del 1851. In esso, il filosofo si chiede e ti chiede: qual è la ‘giusta distanza’ reciproca da tenere, affinché si possa vivere in società senza ferirsi a vicenda? Qual è l’ideale livello di intimità nel rapporto con l’altro?

Stare insieme senza ferirsi: il dilemma del porcospino di Schopenhauer

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche. Il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno: di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. Finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Difficile non ricordare che Schopenhauer sia stato il filosofo che abbia rifiutato ogni forma di ottimismo. Dato che la vita, in questa parabola, è “una fredda giornata d’inverno”. Lo “sballottamento” fra la puntura delle spine e il freddo ti ricorda, inoltre, la celebre immagine schopenhaueriana della vita come “pendolo” che oscilla fra dolore e noia. Ma il dilemma del porcospino parla soprattutto dei rapporti umani: come i porcospini, abbiamo bisogno di  trovare una giusta misura nella costruzione dei rapporti affettivi e sociali.

L’esperienza insegna la giusta distanza

Schopenhauer sembra dirci che non c’è un modello standard cui attenersi, nei rapporti con l’altro. A stringere legami, a interessarci, ci spinge la necessità:

Il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro.

Eppure questa ricerca del calore, giunge d’improvviso a minacciare l’autoconservazione dell’individuo. Forse per eccessivo slancio, per invadenza, per incapacità di calibrare i rapporti, ci imbattiamo negli aculei degli altri. E, allo stesso tempo, facciamo sentir loro amaramente i nostri. Perciò, spesso, preferiamo recedere: si ritorna al freddo.

Le loro [degli uomini] molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro.

Al freddo non si resiste a lungo. E il giro ricomincia. Ma Schopenhauer accenna alla possibilità di uscire dall’impasse: è postulata una giusta misura, “grazie alla quale—sostiene il filosofo—è possibile una coesistenza”.

Molta importanza, crediamo, va attribuita al “finché”, che, nella parabola, introduce questa proposta di una “via di mezzo”: sottintende una considerevole esperienza di vita. Sembra necessario infatti, per Schopenhauer, che prima o poi agisca in noi il “disincanto”—e con esso la consapevolezza dei danni reciproci che l’intimità può provocare—che ci faccia rivalutare lo slancio con cui, inizialmente, ci siamo avventati nel rapporto con gli altri. A quel punto, stare con gli altri diventa un esperimento. Uno sforzo di mantenere rapporti positivi che, abolendo la solitudine, non ci sottraggano però la nostra autonomia. Si tratta di una forma di saggezza affine, in un certo senso, alla “temperanza” che i greci, soprattutto in riferimento al rapporto umano-divino, chiamavano σωφροσύνη.

La parabola non finisce proprio qui. Chiosa il filosofo:

Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.

Ma questo “qualcuno”, esisterà mai?

Schopenhauer nel 1815, a 27 anni. Via

Schopenhauer nel 1815, a 27 anni. Via

Per approfondire

Il Dilemma del porcospino è contenuto in Parerga e paralipomena, opera fluviale ma accessibile, pubblicata da Adelphi. Va bene per avvicinarsi al pensiero di Schopenhauer: soprattutto se si inizia dagli Aforismi per una vita saggia in essa contenuti, e pubblicati autonomamente in varie edizioni. Florilegi di massime di ogni tipo, spesso da scritti postumi, sono pubblicati sempre da Adelphi. L’opera principale di Schopenhauer resta comunque Il mondo come volontà e rappresentazione, pubblicato dall’autore a 30 anni. Qui trovi un’ottima introduzione all’opera.

Immagini: Copertina