"Considerate se questo è un uomo": la straordinaria lezione di Primo Levi

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo…
Considerate se questa è una donna…

Questa epigrafe introduce uno dei libri più importanti della nostra storia, un classico della letteratura mondiale. Il libro-testimonianza, scritto tra la fine del 1945 e l’inizio del ’47, con il quale Primo Levi raccontava la sua esperienza nel campo di sterminio di Auschwitz: Se questo è un uomo.

Primo Levi era stato, prima di diventare scrittoretorinese, chimico e partigiano antifascista. Arrestato il 13 dicembre in Val d’Aosta, dove il suo gruppo—i partigiani del Colle di Joux—operava, viene deportato. Prima nel campo di concentramento di Fossoli, dove arrivarono, da tutta Italia, migliaia di deportati. Anche dal Quadraro di Roma. Poi, nel febbraio del ’44, insieme ad altri 650 ebrei, va ad Auschwitz. Il suo numero sarà 174.517. Di quei 650, ne torneranno 20.

L’esperienza nell’inferno di Auschwitz

Ad Auschwitz con le poche conoscenze di tedesco e come chimico, inizia la terribile lotta per la sopravvivenza nel campo. Raccontata minuziosamente in Se questo è un uomo. Uno dei primi memoriali di deportati ebrei nei campi di sterminio.

Levi, tornato a casa, sente sulle spalle il pesante e terribile privilegio di essere un sopravvissuto. Nonostante la solida mente razionale di scienziato, non riesce a liberarsi dal senso di colpa. Da sempre non credente, l’esperienza in Polonia lo porta a un assoluto ateismo.

C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.

Levi aveva il bisogno di capire, ma quel capire non lo porterà mai a perdonare.

Che cos’è il perdono? Me lo sono chiesto tante volte, ma non sono mai riuscito a capirlo. […] Davanti a questa colpa commessa contro gli ebrei io provo un prepotente bisogno di giustizia, non di vendetta. […] Il mio perdono consiste in questo. […] Ma il perdono davanti al colpevole che non si pente, non lo accetto.

L’importanza del raccontare e non dimenticare

Torna a Torino nel ’45, dopo la liberazione russa in gennaio. Inizia a lavorare come chimico in una fabbrica di vernici che finirà poi per dirigere. Due anni dopo il suo rientro, si rivolge al piccolo editore De Silva per vedersi pubblicare il suo libro. Einaudi l’aveva in un primo momento rifiutato. Ma sarà la ripubblicazione da parte della casa editrice torinese, undici anni dopo, a dare a Se questo è un uomo l’attenzione mondiale.

Il grande critico letterario Massimo Raffaeli ha raccontato così l’unicità di uno scrittore e testimone come Primo Levi:

Forse è l’autore—al di là della sua grandezza di scrittore, della forza della sua pagina, così spoglia e così semplice, così elementare e così potente—forse è l’unico scrittore che ha saputo rispondere alla nota proibizione di Adorno, che aveva detto ‘dopo Auschwitz non è più lecito scrivere poesia’. È come se Primo Levi, gli avesse tacitamente risposto, ‘No, dopo Auschwitz è possibile scrivere poesia, solo su Auschwitz. O meglio, ‘È possibile scrivere su ogni cosa tenendo presente l’ombra impenetrabile, eterna, di Auschwitz’.

Levi diventa uno scrittore, uno scrittore di ricordi. In ogni sua pagina scritta, anche se non riguarda direttamente il lager, si percepisce quest’ombra. Questa “materia alonata, oscura”.

Nel ’63 pubblica il bellissimo La tregua, un libro picaresco che racconta il suo ritorno a casa. Fino al 1987, l’anno della sua morte, escono, tra gli altri, Vizio di forma, Il sistema periodico, La chiave a stella.

Tutte opere caratterizzate principalmente da uno stile realista, con una prosa asciutta. La differenza tra queste e Se questo è un uomo, è che quest’ultimo tradisce una straordinaria urgenza di raccontare. Un testo unico nella storia della nostra letteratura. Bellissime anche le sue poesie, raccolte in Ad ora incerta del 1984.

E i saggi, da segnalare soprattutto quello del 1986, I sommersi e i salvati. Che attraverso un bilancio della sua vita di uomo e di scrittore, chiude la trilogia con Se questo è un uomo e La tregua.

Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia il petto in cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
A notte menano le mascelle
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c’è.
“Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è colpa mia se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni”

“Il superstite”, composta il 4 febbraio 1984

Per approfondire

Fondamentale è la trilogia di Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati. Ti consigliamo anche il libro di Philip Roth che raccoglie le sue interviste: Chiacchiere di bottega. Tra queste c’è una bellissima conversazione con lo “scienziato e sopravvissuto” Primo Levi.

Immagine di copertina | Primo Levi insieme alla scrittrice Francesca Sanvitale, in occasione del premio Strega