Gli insegnamenti di Seneca che ti aiutano a vivere meglio

Gli insegnamenti di Seneca che ti aiutano a vivere meglio

Tis aristos bios? Qual è l’ideale di vita? I classici, da Aristotele a Orazio e oltre, passando per Epicuro ed Epitteto, hanno posto a sé stessi molte volte questa domanda fondamentale. Anche Lucio Anneo Seneca se lo è chiesto molte volte, e per invitarti a riscoprire questo grande filosofo della classicità, abbiamo scelto, tra i suoi innumerevoli e mai banali “consigli di vita”, una pillola tesa a mostrarci che la nostra felicità dipende soprattutto da noi.

Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove vuole andare.

Filosofo, politico, “inventore” di generi letterari, tragediografo, scrittore satirico: Seneca nell’antichità era così famoso che si arrivò perfino a inventare un suo carteggio con San Paolo. Dante lo considerava uno dei massimi esempi di uomo illustre—ovvero di qualcuno che, una volta illuminato, risplenda: “è uno di coloro che hanno ricevuto una dottrina eccelsa e impartiscono un’eccelsa dottrina”, scrisse il poeta.

Per questo Hello! World ha deciso di dedicare un video agli insegnamenti di Seneca da riscoprire nella vita quotidiana. Per farlo abbiamo chiesto l’aiuto di Salvatore Natoli, docente e filosofo i cui studi toccano temi come la felicità e il dolore:

La vita di Seneca, filosofo fra “negotium” e “otium”

Le notizie principali sulla sua vita provengono dai suoi stessi testi e dagli Annales di Tacito. Seneca era nato a Cordova, in Spagna. Aveva ricevuto un’istruzione retorica, e aveva studiato filosofia con diversi maestri, avvicinandosi in particolare alla filosofia stoica. In tutta la sua esistenza avrebbe cercato di bilanciare la propria vita fra il principio stoico del giovare, del servire la comunità partecipando alla vita politica, e le virtù dell’otium intellettuale, attraverso cui, ponendosi le domande fondamentali della vita, è possibile comunque giovare a tutti gli uomini anche se si conduce un’esistenza appartata secondo il motto epicureo “vivi nascosto”.

Intrapresa la carriera politica nel 31 d.C., sfuggito a una condanna a morte decretata da Caligola, Seneca non sfuggì però a una relegazione in Corsica inflitta dall’imperatore Claudio. Tornato a Roma, divenne tutore di Nerone, poi suo consigliere, e dal 54 di fatto Seneca resse la guida dello stato durante un quinquennio di buon governo. Che cedette il passo però a un periodo di aspre lotte di potere in seguito al famoso matricidio neroniano. Allora Seneca si ritirò a vita privata, dedicandosi allo studio. Fu coinvolto però, non si sa a che livello, nella congiura di Pisone: e come un altro grande scrittore latino, Petronio, fu costretto al suicidio, passato alla storia grazie al famosissimo racconto di Tacito.

Seneca, impavido, chiese che gli portassero le tavole del testamento. E, poiché il centurione rifiutò, si volse agli amici dichiarando che […] lasciava a loro la sola cosa che possedeva e la più bella, l’esempio della sua vita. […] Frenava, intanto, le lacrime dei presenti[…]. E, richiamando gli amici alla fortezza dell’animo, chiedeva loro dove fossero i precetti della saggezza. E dove quelle meditazioni che la ragione aveva dettato per tanti anni contro le fatalità della sorte. A chi mai, infatti, era stata ignota la ferocia di Nerone? Non gli rimaneva ormai più, dopo aver ucciso madre e fratello, che aggiungere l’assassinio del suo educatore e maestro […]. Come ebbe rivolto a tutti queste parole […] abbracciò la moglie e […] ebbe recise le vene del braccio.

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Perché bisogna leggere le Lettere a Lucilio: la guida indispensabile a una vita quotidiana consapevole

Proprio il racconto delle morte del filosofo con quella allusione ai “precetti della saggezza”, ci introduce alla visione della vita di Seneca: ricerca della libertà attraverso la conoscenza, importanza della ragione nell’elevazione spirituale, una ricerca della misura nelle cose della vita. L’esame di coscienza quotidiano, come via maestra verso il dominio di sé, era una pratica favorita dalle varie scuole di pensiero di cui Seneca aveva incamerato i precetti. E proprio in un vasto e stimolante esame di coscienza “dialogico” consiste di fatto la più celebre opera di Seneca in assoluto: la raccolta di 124 lettere  di argomento vario, forse non tutte incluse in un reale scambio epistolare, indirizzate all’amico Lucilio.

Furono scritte tutte dopo il ritiro di Seneca dalla scena politica. Ispirate senz’altro al modello di Epicuro—autore della lettera sulla felicità a Meneceo—le Lettere a Lucilio inaugurano un genere letterario in forma di colloquio basato sulla quotidiana intimità con l’amico. Seneca stesso era molto orgoglioso dell’iniziativa: proprio attraverso il colloquio epistolare ci ha mostrato l’importanza della filosofia nella vita quotidiana. Lo ha fatto parlando con Lucilio, in ognuna delle epistulae morales, da amico e non da maestro. Meditando con lui su molti argomenti senza mai elaborare sistemi e senza teorizzare, ma invitando sempre alla crescita interiore e al perfezionamento del carattere.

Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così , come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto. […]

Te lo dirò francamente: tengo il conto delle mie spese da persona prodiga, ma attenta. Non posso dire che non perdo niente, ma posso dire che cosa perdo e perché e come.

Come si vede dalla prima lettera qui sopra, dedicata al tema della gestione del tempo (caro a Seneca), a cui bastano pochi giri di frase per trasformarsi in un elogio della consapevolezza delle proprie azioni, ciò che rende irresistibili le epistole, e ce le fa sentire così vicine, è anche il loro andamento divagante. Molte lettere sono dedicate alla felicità, alla sua definizione, ai criteri della sua possibile conquista.

“Spesso soffriamo più per le nostre paure che per la realtà”: la felicità secondo Seneca

Nessuno, per Seneca, è obbligato a correre sulla via del successo, e affannarsi per il superfluo è inutile poiché quanto ci basta è a “portata di mano”. Allo stesso tempo però, afferma il filosofo, nemo sapientiam paupertate damnavit, nessuno ha condannato la sapienza alla povertà. Insomma, in ogni caso i beni materiali sono parte di un’esistenza mutevole e bisogna guardarsi dal cadere in facili opposizioni: l’ideale stoico a cui Seneca si rifà è piuttosto un dominio sulle passioni (apatìa stoica) che lo spirito finalmente saggio può raggiungere liberandosi dai condizionamenti sociali in cui l’uomo comune è irretito. Dunque una condizione fondamentale per la felicità è quella espressa nella nona lettera a Lucilio:

 Non ritenere un bene ciò che può essere tolto.

Poiché quella che può venirci dall’esterno è sempre instabile e incerta (Omnis instabilis et incerta felicitas est), la felicità vera, come si legge in un’altra lettera, è nella virtù (In virtute posita est vera felicitas). Il nostro campo d’azione sul mondo esterno è limitato: è su noi stessi, ci dice Seneca, che dobbiamo lavorare. Così nella tredicesima epistola a Lucilio:

Sono più le cose che ci spaventano di quelle che ci minacciano effettivamente, Lucilio mio, e spesso soffriamo più per le nostre paure che per la realtà. […] È così, mio caro: crediamo facilmente alle supposizioni; non mettiamo a fuoco le cause delle nostre paure e non ce le scuotiamo di dosso.

Ci agitiamo e voltiamo le spalle come soldati che abbandonano l’accampamento per il polverone sollevato da un branco di pecore in fuga o come quelle persone che si lasciano spaventare da racconti di cose prive di fondamento e di cui non è noto nemmeno l’autore. […] È verosimile che in futuro accada qualche male: ma non è proprio sicuro. Quanti eventi inaspettati sono accaduti! E quanti, attesi, non si sono mai verificati. E se anche capiterà, a che giova andare incontro al dolore?

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L’unico modo per conquistare la tranquillità dell’animo è avere un animo forte

L’enfasi sull’appropriarsi del “qui e ora” delle nostre vite, con un impulso quasi oraziano, è forte in Seneca. Non dobbiamo dimenticare che tutta la cultura antica favoriva il criterio del finitum piuttosto che quello dell’infinitum. E che Seneca visse in un orizzonte ancora precristiano, in cui sia l’atarassia epicurea che la apatia stoica sottintendevano un pessimismo per cui la speranza nel futuro è vista come un “dulce malum”: secondo questa concezione del mondo, bisogna vivere nec spe nec metu, senza speranza né timore. È il mondo della prima età imperiale che Marguerite Yourcenar, nei taccuini di appunti di Memorie di Adriano, ha inchiodato con una frase tratta dall’epistolario di Gustave Flaubert:

Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo.

Nella famosa epistola 24, il pensiero della morte conduce a un elogio della forza d’animo. Dobbiamo dare il massimo valore alla nostra vita poiché Sarebbe da sciocchi vivere senza sapere che dividiamo il nostro tempo con la morte, poiché non precipitiamo in essa all’improvviso, ma ci avviciniamo a lei poco a poco: mors non una venit, sed quae rapit ultima mors est. E proprio questa consapevolezza caratterizza l’uomo forte, che sa valorizzare il tempo della vita. 

Moriamo ogni giorno: ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l’infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non la vuota l’ultima goccia d’acqua, ma tutta quella defluita prima, così l’ora estrema, che mette fine alla nostra vita, non provoca da sola la morte, ma da sola la compie. Noi vi giungiamo in quel momento. Da tempo, però, vi siamo diretti.

Aggiungi anche un’altra considerazione simile: è tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte dal timore della morte. Medita su uno qualsiasi di questi pensieri, rafforzerai il tuo animo a sopportare o la morte o la vita; dobbiamo essere consigliati e incoraggiati sia a non amare troppo la vita, sia a non odiarla troppo […]. L’uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita.

Rileggere Seneca

Non ti consigliamo di avvicinarti a Seneca attraverso una banale raccolta di massime, ma leggendo un’opera intera. L’ideale è forse iniziare dalla lettura del meraviglioso dialogo Sulla tranquillità dell’animo, o da Sulla felicità. Per poi passare alla lettura delle Lettere a Lucilio nella traduzione di Luca Canali, che possono essere lette proprio come un vademecum. Qui trovi invece tutte le opere di Seneca nell’edizione Bompiani.

Se invece vuoi conoscere meglio le ricerche del professor Salvatore Natoli, un suggerimento è proprio quello di partire dai suoi scritti sul dolore (L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale) e la felicità (La felicità. Saggio di teoria degli affetti).

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