Sergio Leone, guida al regista che ha reso grande lo

Sergio Leone, guida al regista che ha reso grande lo "spaghetti western"

I generi cinematografici che hanno reso grande il nostro cinema sono fondamentalmente tre: la commedia all’italiana, il neorealismo e lo spaghetti western. Se per i primi due si possono identificare diversi registi che hanno contribuito alla grandezza del genere, per il terzo il nome da fare è principalmente uno: Sergio Leone.

Ma ovviamente il genio del regista romano non si è limitato a incarnare un genere: il suo filtro visivo, unito a un sapiente uso delle inquadrature e del montaggio gli hanno permesso di unire nuovi stilemi alla grammatica cinematografica mondiale. Tanto che Quentin Tarantino agli inizi della sua carriera chiedeva ai suoi operatori di fargli “un’inquadratura alla Sergio Leone”.

Nato a Roma nel 1929, Leone cresce in una famiglia con una grande cultura cinematografica: il padre è un regista, mentre la madre è un’attrice molto talentuosa. Questa grande passione viene trasmessa al giovane figlio, che già a 18 anni comincia a fare le prime esperienze nel mondo del cinema, percorrendo i primi passi di una lunga gavetta che gli consente di apprendere gli aspetti tecnici del mestiere.

In qualità di aiuto regista e direttore di seconda unità inizia a farsi un nome a Cinecittà, tanto che collabora alla realizzazione di due colossal holliwoodiani girati negli studios romani, Quo vadis? e Ben-Hur.

Il suo esordio alla regia avviene nel 1959, quando viene incaricato di realizzare la sceneggiatura de Gli ultimi giorni di Pompei. In realtà, però, il suo nome non viene accreditato nei titoli di coda. Avendo preso il posto del regista originale, Mario Bonnard, a causa di una malattia, il suo esordio è solo pratico e non formale.

Grazie a questo film, però, ha l’occasione di farsi notare: due anni più tardi, infatti, viene incaricato di dirigere Il colosso di Rodi. Un film importante che rappresenta un classico del genere peplum.

All’inizio degli anni Sessanta i film epici passano di moda, in favore di un genere che sta cominciando a ottenere grande successo negli Stati Uniti, il western. Intuendo la portata di questo fenomeno, e stregato dai primi grandi titoli americani che aveva avuto modo di vedere, Leone decide di provare a realizzare un film seguendo questo filone. Nel 1964, quindi, gira Per un pugno di dollari.

Il film ricalca in salsa western la trama di un film giapponese, La sfida del samurai, ma possiede comunque tutta una serie di particolari e dettagli che lo rendono irresistibile per il pubblico. Innanzitutto Leone intuisce il grande impatto che avrebbe avuto su questo genere l’attore Clint Eastwood—che fino a quel momento aveva lavorato quasi solo per produzioni televisive americane—e poi affida la realizzazione della colonna sonora a un musicista che presto sarebbe diventato un titano del settore: Ennio Morricone.

Il successo ottenuto dal film è così clamoroso che Leone negli anni successivi decide di cimentarsi in altri due titoli molto simili che insieme a questo primo esperimento andranno a comporre la famosa “Trilogia del dollaro“: Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo.

Questi tre titoli vanno a formare un trittico che fonda il genere “spaghetti western”: successi clamorosi al botteghino che sono accompagnati da una regia attenta e innovativa. I primi piani stretti, le lunghe sequenze musicate, i dialoghi a effetto: i dettagli dei film sono curati fino all’ossessione da Leone.

A questo punto il regista inaugura una nuova stagione della sua produzione cinematografica. Il fondale narrativo è sempre quello western, ma il tono della sua narrazione cambia: nel 1967 gira infatti C’era una volta il west, un film in cui si sente nettamente un richiamo verso la tematica del ricordo e del tempo passato. Il film inaugura un altro trittico leoniano, “La trilogia del tempo“.

Il secondo titolo di questa nuova trilogia è un altro capolavoro stilistico, Giù la testa (1971). In questa pellicola Leone racconta una storia affondata nella violenza della Rivoluzione messicana, e lo fa adoperando ancora una volta il suo sguardo unico. Leone è un regista estremamente tecnico: i suoi film riescono a raccontare storie non basandosi solo sull’importanza della sceneggiatura e dei personaggi, ma attraverso l’accostamento di immagini.

Dopo questo film, il regista romano si prende un lungo periodo di pausa: durante la seconda metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta si dedica alla produzione. Fra gli altri, lancia anche un giovane comico romano destinato a rivitalizzare il genere della commedia in Italia, Carlo Verdone.

In realtà, per oltre un decennio Leone continua a prendere appunti su un progetto a cui tiene moltissimo: la storia di un gruppo di giovani gangster americani e della loro amicizia lunga oltre 50 anni. Al centro della narrazione sta proprio il legame che il tempo e la fedeltà sanno instaurare fra gli uomini: come questo possa essere tradito e sprecato, e che significato assume per ognuno di noi. Alla fine riesce a schematizzare il soggetto e la sceneggiatura, e finalmente ottiene il via libera per girare questo suo ambizioso progetto: C’era una volta in America. Il film esce nel 1984, ed è da subito un successo clamoroso, nonché il capolavoro del regista.

Dopo questo ennesimo successo, Leone si rimette a lavoro: ha in progetto di realizzare un grande colossal sull’Assedio di Stalingrado. Ma il 30 aprile 1989 fu colto da un improvviso attacco di cuore, a soli 60 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel cinema italiano.

Immagini: Copertina