Le espressioni di Shakespeare che usiamo ancora oggi in italiano

Le espressioni di Shakespeare che usiamo ancora oggi in italiano

In un divertente post sulla pagina Facebook “Steve the vagabond and silly linguist” sono raccolte tutte le espressioni inventate da Shakespeare che sono diventate patrimonio comune, e che usiamo ancora oggi

Sono veramente tantissime. Ma, come vedi nell’immagine qui sotto, non ci troverai citazioni letterarie ormai proverbiali come “Essere o non essere”, “C’è del marcio in Danimarca” (Amleto), “O Romeo, Romeo, perché sei tu, Romeo?”(Romeo e Giulietta), o come “Il mio regno per un cavallo” (Riccardo III) e “Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni” (La tempesta).

Troverai invece espressioni comuni per noi, talmente abusate da aver perso il legame con la fonte shakespeariana. Del resto, qualcuna di esse era probabilmente diffusa nel parlato già ai tempi di Shakespeare, che è stato il primo, o uno dei primi, a porla su carta. Per la maggior parte le espressioni sono patrimonio peculiare della lingua inglese. Come “green-eyed monster”: la gelosia, così definita da Iago in Otello.

Molte espressioni shakespeariane però sono utilizzate anche in italiano. Vediamone dieci.

Toc toc, chi è?

Questa espressione onomatopeica si trova in Macbeth, all’inizio della terza scena del secondo atto. È ripetuta nel monologo del portiere, che, sentendo bussare ostinatamente, immagina di essere l’occupatissimo portiere dell’inferno, che non può fermarsi un attimo. Toc toc, chi va là? La fantasia del portiere inventa i più diversi ospiti dell’inferno: nella messinscena del Macbeth il monologo del resto è suscettibile di improvvisazioni scherzose.

Tutto è bene quel che finisce bene

All’s well that ends well è il titolo di una delle opere di Shakespeare composte in età giacomiana. Un’opera, ispirata da una novella di Boccaccio, che molti critici letterari—perfino Harold Bloom, l’estensore del “canone occidentale”—considerano tra le meno riuscite del drammaturgo. Fa parte dei tre cosiddetti problem plays, in bilico tra il dramma “serio” e la commedia.

Non ho chiuso occhio

Pisanio, un personaggio di Cimbelino, una delle ultime tragedie di Shakespeare (1609), dice “I have not slept a wink”—, cioè “non ho dormito un istante”. Vale a dire, per noi, non ho chiuso occhio. È anche il secondo verso di I’m so tired dei Beatles, capolavoro del White album.

Rompere il ghiaccio

“Che se voi rompete il ghiaccio, e compite questa impresa di prendervi la maggiore, e lasciar così libera per noi la seconda…”: chi parla sta cercando di convincere Petruccio a sposare la bisbetica Caterina, affinché il padre permetta anche alla sorella Bianca, che ha molti corteggiatori, di sposarsi. È da La Bisbetica domata, una delle delle prime (e delle più note) commedie di Shakespeare. Oggi significa più che altro “iniziare una conversazione”.

L’amore è cieco

Gli innamorati perdono lucidità e fanno cose da pazzi, come avviene nel capolavoro La dodicesima notte. Non da lì però, ma dal Mercante di Venezia viene questa espressione. Jessica si traveste da uomo per poter vedere l’amato Lorenzo. Proprio a lui, siamo nella sesta scena del secondo atto, confessa: “ho assai vergogna di mostrarmi nel mio travestimento. Ma amore è cieco, e gli amanti non vedono le amabili follie cui s’abbandonano. Perché, se le potessero vedere, Cupido stesso arrossirebbe tutto a vedermi mutata in un ragazzo”.

Un cuore d’oro

Un’anima gentile, una persona per bene e degna di stima: un cuore d’oro, A heart of gold. In Enrico V il sovrano, travestito, chiede al vecchio amico Pistola (che ne ignora la vera identità), se si senta superiore al re. Quello risponde: “Il re è un bel galletto, un cuore d’oro, un ragazzo che fa la bella vita, un germoglio di gloria, buona progenie e pugno vigoroso. Io gli bacio la scarpa inzaccherata e l’amo dalle fibre del mio cuore”.

Fair play

Verso il finale della Tempesta, Miranda e Ferdinando, innamorati a prima vista, giocano a scacchi.

[M]Mio adorato, tu bari.

[F] No, carissimo amore,

Non lo farei nemmeno per il mondo.

[M] Sì, invece, ma anche se lo facessi

Solo per qualche regno

Ugualmente ti direi

Che il tuo gioco è leale.

Fair play, anglicismo che anche in Italia fa parte del lessico sportivo, e foul play (“gioco sporco”), sono entrambe espressioni coniate da Shakespeare e più volte da lui utilizzate. Riferito a un più ampio spettro di “giustizia” può essere utilizzato anche in contesti competitivi non sportivi.

Quel che è fatto è fatto

Ovvero: “quel che è fatto non può essere disfatto”. Una delle prime attestazioni scritte di questa espressione si trova in bocca alla Lady Macbeth shakespeariana, nella seconda scena del terzo atto della tragedia. La moglie del generale, che, assetata di potere, vuole arrivarvi per la via più breve nonostante gli scrupoli del marito, afferma: “Ciò ch’è senza rimedio, non val che ci si pensi più di tanto: quello che è fatto è fatto”. Non è un’invenzione di Shakespeare: si tratta di un proverbio medievale.

Aver visto giorni migliori

To have seen better days compare in Sir Thomas More, un dramma in collaborazione del 1590 scritto a sei mani. Una di queste è Shakespeare. Che ha usato la frase più volte nei suoi lavori, come nel Timone d’Atene del 1607. Anticamente, come in Shakespeare, l’espressione si usava in riferimento a persone (i giorni migliori erano giorni più prosperi, più danarosi). Oggi si usa soprattutto in riferimento alle cose.

Rispondere al fuoco col fuoco

Fight fire with fire, come recita anche un adrenalinico pezzo dei Metallica: rispondi al fuoco col fuoco. In King John, un dramma storico composto intorno al 1590, il personaggio di Filippo di Falconbridge, figlio di Riccardo Cuor di Leone, dice a Re Giovanni:

Siate duro, come son duri i tempi,

fuoco col fuoco, minaccia a minaccia,

ed affrontate l’accigliato volto

dell’orrore smargiasso. In questo modo

gli occhi degli inferiori che dai grandi

prendono esempio ai lor comportamenti,

col vostro esempio si faranno grandi

e sapranno anche loro rivestirsi

d’uno spirito indomito e deciso.

Immagine: Copertina