Cosa rende ogni film di Stanley Kubrick un capolavoro?

Cosa rende ogni film di Stanley Kubrick un capolavoro?

Chiunque abbia visto qualcuno dei suoi 13 film se lo sarà chiesto. Immaginando che la risposta non è semplice, e che soprattutto è lunga, avrà sorvolato. Vale anche per noi: finora ti abbiamo parlato dei dieci film preferiti da Stanley Kubrick. Delle bellissime fotografie scattate a 17 anni dal futuro cineasta. Dei suoi film, mai.

Un bel video della piattaforma di approfondimento cinetelevisivo ScreenPrism ci dà occasione di farlo. Si parte: “Sai che stai vedendo un film di Kubrick se…

Le immagini parlano da sole

In gioventù Kubrick è stato un assiduo fotografo. Il che ha allenato il suo talento naturale nel comunicare per immagini, altra cosa dal saper fabbricare immagini belle. Kubrick sapeva che in un film, se un personaggio parla troppo di sé, rischia di annoiare. Ecco allora che in Barry Lyndon la società immobile contro cui urtano gli infausti tentativi di ascesa sociale del protagonista è “raccontata” spesso dal contro-zoom: i personaggi restano intrappolati in un quadretto settecentesco. Oppure, in Shining, Jack chiuso dalla moglie nella dispensa: Kubrick lo inquadra dal pavimento, come se il demone che lo possiede guardasse dal basso.

Il significato non è mai “servito”

“Un’esperienza non verbale“: così Kubrick ha sempre descritto i suoi film. A domande del tipo “Cosa ha cercato di dire?” il regista non sapeva cosa rispondere. Anche nei momenti in cui la regia sembrerebbe indicare una via di lettura precisa, Kubrick non ci dice mai cosa pensare. Basta ricordare il match cut più famoso della storia del cinema: l’osso primitivo in 2001, che ruotando scavalca in un istante ere geologiche trasformandosi in un satellite.

Non solo immagini e parole: la musica

Subito dopo lo stacco appena citato, in 2001, la navicella volteggia nello spazio al ritmo di un valzer viennese: il più celebre, “Sul bel Danubio blu“. Una sarcastica strizzatina d’occhio agli ideali di “armonia del mondo” che dice già molto dell’intelligenza di Kubrick in fatto di scelte musicali. “La maggior parte dei film non sono molto più di commedie teatrali con più atmosfera e più azione”: questi erano, secondo Kubrick, i film convenzionali. Grazie a un uso geniale della musica, il regista intendeva ridurre l’eccessivo ricorso al linguaggio verbale che rischia di offrire un significato precotto.

Fra meraviglia e paura

Le inquadrature di Kubrick ci appagano perché sono belle, ma l’ordine, la simmetria ostentata in molte di esse ci fa anche sentire a disagio. Del décor ammiriamo la precisione, ma allo stesso tempo qualcosa di selvaggio e incongruo, in esso, o nei costumi, ci opprime. Come se qualcosa non tornasse. O qualche fatto terribile stesse per accadere. L’attrito fra il puro cinema  e gli argomenti talvolta spaventosi, come in Shining, può rendere un film di Kubrick insieme interessante e nauseante.

La freddezza di Kubrick

Il sentimentalismo non è da Kubrick. C’è un senso della distanza nei suoi film—anche nei confronti della violenza—che, come sopra, intriga e scosta. Ma permette anche una visione “oggettiva” sugli aspetti della condizione umana di cui il regista ci parla. L’uso del grandangolo “visualizza” questa distanza: lo vedi utilizzato, qui sotto, in Orizzonti di Gloria. 

Ambientazioni lontane dal presente

Futuro prossimo, passato (anche remoto), “distopia urbana” (Arancia Meccanica), luoghi quasi astratti, come l’Overlook Hotel. Non sentiamo le storie “vicine a noi”: è come se guardassimo la natura umana dibattersi sotto una lente di ingrandimento.

L’umorismo nero di Kubrick

Nero pece, secondo Malcom McDowell. Pensiamo a Singin’ in the rain durante l’assalto dei Drughi in casa dello scrittore. Ai riferimenti erotici nel Dottor Stranamore. Alla Marcia di Topolino intonata dai soldati sul campo, alla fine di Full metal Jacket. O alla scena qui sotto.

Fiducia nell’uomo, nonostante tutto

Le “opinioni sulla vita di Kubrick, quali emergono anche da alcune interviste, tra cui quella, celebre, pubblicata su Playboy del settembre 1968 (scaricalo qui), sono quelle di una persona priva di fede nel “progresso”. Secondo cui, come per Camus, il mondo è assurdo, il cosmo indifferente. Tuttavia, fare qualcosa di significativo può salvare l’uomo:

Un bambino cresce, vede morte e dolore ovunque, e inizia a perdere fiducia nella bontà fondamentale dell’uomo. Ma se è abbastanza forte, e fortunato, potrà emergere da questo crepuscolo dell’anima per veder rinascere lo slancio vitale.

Immagini: Copertina