"Incantata e abbagliata insieme": la storia d'amore tra Dino Campana e Sibilla Aleramo

Sappiate che il colpevole della guerra sono io, che la causa di questa guerra è il mio amore con Sibilla Aleramo!

A urlarlo, in piedi sopra un tavolo della birreria Pilsen di Firenze, a Piazza Strozzi, è Dino Campana. È il 1917, ed è già conosciuto come “il mat”. La sua storia d’amore con Sibilla si potrebbe dire finita, ma è difficile avere la certezza. La loro è stata una relazione, durata poco più di un anno, tra le più accese, tormentate e passionali che la letteratura del primo Novecento ricordi.

“Dinuccio” e “Rinuccia”

Dino Campanaerrante per antonomasia, è alla stazione meteorologica Rifredo Mugello, “orribilmente annoiato”. Agli inizi di luglio del 1916, Dino non è al fronte. Gli è stata già diagnosticata, un anno prima all’ospedale di Marradi, una malattia psichiatrica.

La vita di Campana, che merita un approfondimento a parte, inizia qui il suo precoce declino. Poeta, mai pienamente riconosciuto dall’accademia, aveva pubblicato nel 1914 una raccolta di poesie dal titolo “Canti Orfici”. Era la seconda stesura di un primo manoscritto che inviato a Papini e Soffici per una lettura era andato perduto. L’opera era stata riscritta a memoria e ripubblicata a sue spese, riscuotendo ben poco successo. Oggi le poesie di Campana, grazie anche al lavoro di recupero compiuto da Carmelo Bene, hanno trovato un più vasto riconoscimento.

In quella fresca estate, Dino riceve una lettera. Firmata Sibilla Aleramo. È lo pseudonimo di Marta Felicina Faccio. Scrittrice, poetessa, figura cruciale per la nascita del movimento femminista in Italia. Aveva collaborato alla rivista Unione Femminile. Anche se poi ne prenderà le distanze. Tormentata anche nel suo orientamento politico, oltre che sentimentale. Visto che passerà dall’essere fascista a comunista nell’arco di un ventennio.

Al tempo della corrispondenza con Campana, Aleramo è scrittrice riconosciuta in Italia, e non solo. Il suo primo romanzo, Una donna, uscito nel 1906, era stato un caso letterario, tradotto anche in Europa. È uno dei primi libri femministi.

Le sue relazioni amorose precedenti hanno coinvolto alcuni tra gli intellettuali (uomini e donne) più noti del panorama culturale italiano: Lina Poletti, Giovanni Boine, Umberto Boccioni, Eleonora Duse, Giovanni Papini e Salvatore Quasimodo.

“Chiudo il tuo libro, snodo le mie trecce…”

Dopo aver letto i Canti Orfici di Dino ne rimane così colpita che vuole scrivere all’autore. Si definisce “incantata e abbagliata insieme”. Qualche giorno dopo, il 22 luglio, gli spedisce una poesia, dedicata a lui.

Chiudo il tuo libro,

snodo le mie trecce,

o cuor selvaggio,

musico cuore…

con la tua vita intera

sei nei miei canti

come un addio a me.

Smarrivamo gli occhi negli stessi cieli,

meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo,

liberi singhiozzando, senza mai vederci,

né mai saperci, con notturni occhi.

Or nei tuoi canti

la tua vita

intera

è come un addio a me.

Cuor selvaggio,

musico cuore,

chiudo il tuo libro,

le mie trecce snodo.

Il primo incontro al Barco di Firenzuola

Sibilla e Dino sono anime diverse. Lei mondana, lui schivo. Lei è in vacanza nella Villa La Topaia a Borgo San Lorenzo. Lui in una stazione climatica per rimettersi dopo una paresi che aveva coinvolto il lato destro del corpo. Alla poesia di Sibilla (dagli evidenti richiami erotici), Dino risponde con un invito. Di passare a trovarlo. Accetta:

Forse resterò anche la sera – siamo poeti notturni, le stelle ci propizieranno l’avvenire.

La donna lo raggiunge al Barco il 3 agosto. Restano insieme tre giorni. Trascorrono le ore più liete. Che saranno ricordate anche tempo dopo. “Il ricordo di quei mattini ch’eravamo due cose d’oro.” Quel primo incontro viene ricordato così dalla scrittrice:

I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo.

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Abbraccio – Egon Schiele, 1917

Le parole sono fin da subito infuocate:

Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamani, c’è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che m’hai detto amore?

Per cogliere l’intensità del rapporto (“Ti farò gridare di gioia quando ci riprenderemo”) oltre al contenuto del carteggio eloquente anche la frequenza con la quale i due si scrivono. Appena un giorno dopo la precedente lettera, Sibilla scrive:

Tremo aspettando che mi scriva. M’hai amato, quei giorni. T’ho avuto tutto nel primo sguardo, così interamente. Perché tremo?

È vero però, come ha scritto Renato Martinoni nella formidabile edizione dei Canti Orfici edito da Einaudi, che spicca un “atteggiamento teatrale e dannunziano”. Sicuramente da parte di lei. “Il poeta è molto più distaccato”, scrive Martinoni: “E continua a darle del voi”. Anche se, subito dopo la partenza dal Barco, Campana le invia una poesia composta apposta per lei:

I piloni fanno il fiume più bello

E gli archi fanno il cielo più bello

Negli archi la tua figura.

[…]

“La passione di un fanciullo, d’un selvaggio e di un pazzo”

Dopo la breve esperienza insieme si rivedono a Casetta di Tiara prima di trasferirsi a Marina di Pisa. Sibilla si dà da fare per aiutare a trovare un editore per l’opera poetica del suo amante. Invia una lettera, e una copia dei Canti Orfici, ad Angiolo Orvieto, fondatore del periodico “Il Marzocco”:

Vi mando il suo volume: Canti Orfici, di Dino Campana. L’uomo ha trent’anni. L’errante, l’emigrante italiano, la manifestazione del nostro più violento, più sofferente, più libero genio. Che si ritrova italiano, nella più pura tradizione, fra le correnti mondiali. Credo che lo saprete patire, e amare.

Alternati ai momenti più dolci cominciano a manifestarsi quelli più duri della malattia di Dino. Frequenti sono le sue crisi di nervi. Anche violente. Le lettere di Sibilla, inviate all’amico Emilio Cecchi, sono dolorose:

Malato profondamente, neurastenia con mania continua di fuga, di annientamento. È atroce quel che la vita può su un uomo.

Quando i due si vedono però sembrano annientare i giorni difficili. O meglio, superarli. Due anime di Dino, quella di amante e di malato, si sovrappongono anche al cuore di Sibilla. Che scrive il 22 ottobre:

Mi ama: con la passione di un fanciullo, d’un selvaggio, e, ahimè, di un pazzo. Ed è una cosa divina e sacra.

Ma quella “cosa divina e sacra” è sempre più in pericolo. I due litigano spesso. Dino minaccia di lasciare l’Italia per sempre. Il loro amore viene spesso trafitto e mortificato da quella follia. Campana le scrive:

Sono tre mesi che ci strappiamo di mano i resti del nostro amore.

Si separano. Lui torna a Casetta di Tiara. Lei a Sorrento.

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Il bacio di Edvard Munch, 1897

Il Natale del 1916

Si rivedono a dicembre, a Settignano, ma non è un bell’incontro. A “Dinuccio” e “Rinuccia” si sostituiscono il “Mentecatto” e la “Pitonessa”. Il loro è un incontro drammatico e violento. Una testimone, riporta Martinoni, dice: “Tutta la notte si sono battuti e graffiati, si ammazzano senz’altro, se qualcuno non interviene”. L’esperienza verrà poi raccontata (ed edulcorata) dalla scrittrice nel libro del 1925, Il passaggio.

Il Natale lo trascorrono a Marradi (città Natale di Dino). In un albergo. È un momento tenero, uno degli ultimi che vivranno insieme. Lei vuole aiutarlo e gli presenta uno psichiatra. Dino scappa. La odia per questo, ma non può smettere di scriverle. Anche quando anni dopo sarà in manicomio, scrive:

Cara, se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita.

Sono lettere di lontano, di nostalgia e di enfasi. Uno dei loro ultimi incontri fisici avviene in carcere. Sembra un finale emblematico per una coppia come la loro. Mentre forse cerca di raggiungere Sibilla in Piemonte, Dino viene scambiato per un tedesco e viene arrestato a Novara, il 13 settembre 1917. Sibilla va a trovarlo in carcere. Poi scrive all’amico Cecchi, che quella “cosa divina e sacra” si è irrimediabilmente perduta.

L’ultimo addio

L’ho rivedevo così, dopo nove mesi, attraverso una doppia grata a maglia. È stato un colloquio di mezz’ora, i carcerieri avevan quasi l’aria di patire sentendo lui singhiozzare e vedendo me irrigidita […] Ho invidiato – forse, forse sì – lui, ch’era rimasto dentro con qualcuno che almeno lo ascoltava piangere. Ditegli che lavori, che abbia fede… non ho potuto promettergli nulla – e pure ero sua, sono rimasta sua, lo sapete. Forse tutto è veramente bene.

A cui sembra rispondere, idealmente, Dino quando le invia questa lettera. In cui confessa:

Non ho più lagrime. […] Spero ancora in una tua buona parola, di quelle che si scrivono ad un amico inutile e lontano, un tuo sorriso di riflesso e tante tue notizie sulle righe. Cara, chi ti fu caro, fu Dinuccio è vero?

Per approfondire ti consigliamo il volume Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1918 edito da Feltrinelli che raccoglie il carteggio tra i due amanti. La storia d’amore ha anche ispirato il film omonimo, diretto da Michele Placido. Per chi volesse invece leggere le opere di Dino e Sibilla consigliamo rispettivamente Canti Orfici e altre poesie (anche attraverso la voce di Carmelo Bene) e Una donna.

Immagine di copertina | “Il bacio” di Henri de Toulouse-Lautrec, 1892–1893