Cosa può insegnarci la storia della pena di morte in Italia

Cosa può insegnarci la storia della pena di morte in Italia

La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione, che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza della impunità; perché i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi umani.

Così scriveva l’illuminato Cesare Beccaria nel 1764 sul suo pamphletDei delitti e delle pene. Il discorso di Beccaria è ancora oggi attuale. Non perché la nostra Costituzione abbia reintrodotto la pena di morte, ma perché per escluderlo in futuro non bisogna abbassare la guardia con l’indifferenza. La storia italiana ce lo ricorda sempre.

A raccontarla è stato Daniele Scaglione, presidente di Amnesty International dal 1997 al 2001, in una puntata di Wikiradio. Per celebrare i dieci anni dall’abolizione totale della pena di morte in Italia, il 2 ottobre 2007.

Prima dell’abolizione il testo della Costituzione recitava così:

Le pene non possono consistere nei trattamenti contrari al senso di umanità, e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi di guerra.

Era infatti prevista nel codice penale militare. Applicabile anche in missioni di guerra all’estero, però.

Ma l’ultima condanna a morte nel codice penale italiano risaliva al 1947.

I primi Stati preunitari che hanno abolita la pena di morte

La prima ad abolire in Europa la pena di morte è stata la Repubblica veneziana. Le ultime condanne risalgono all’inizio del secolo diciassettesimo.

Ma è stato il Granducato di Toscana che per la prima volta con un atto formale abolì la pena di morte. Il 30 novembre 1786, sotto il regno di Pietro Leopoldo Asburgo Lorena. Anche se verrà restaurata nel 1853 ed espunta nuovamente nel 1861.

Dopo il Granducato ci fu la Repubblica Romana che nel 1849 abolì de iure la pena di morte.

Nello Stato Pontificio, invece, l’ultima esecuzione capitale avvenne nel 1870. La Città del Vaticano la abolì de iure nel 1969 per ordine del papa Paolo VI.

La situazione durante l’unificazione degli Stati italiani

Con l’Unità di Italia le legislazioni degli Stati preunitari (eccetto, come abbiamo visto, il Granducato di Toscana) prevedeva la pena di morte. Nel 1889 viene abolita con l’approvazione quasi all’unanimità del nuovo codice penale durante il ministero di Giuseppe Zanardelli.

La pena di morte durante il regime fascista e nel dopoguerra

Ma il dibattito intorno a essa è sempre rimasto acceso. Nel 1928, Benedetto Croce scrive:

L’abolizione della pena di morte era diventata ormai nel nostro Paese un fatto di costume e l’idea stessa della sua restaurazione era inconciliabile con il sentimento nazionale.

Ma quella che sembra una definitiva conquista è in realtà il preavviso di un capovolgimento nefasto. Di lì a poco viene reintrodotta dal regime fascista nel consenso e nell’indifferenza degli italiani.

Sia per punire coloro che avessero attentato alla vita della famiglia reale o del capo del governo, sia per vari reati contro lo Stato. E verrà ampiamente usata. Si contano, durante il regime, più di 118 persone messe a morte per reati non solo di natura politica.

Caduto il regime, il 10 agosto 1944, Umberto di Savoia riduce la pena di morte solo ai reati di fascismo o di collaborazionismo.

Nell’immediato dopoguerra la pena di morte viene reintrodotta anche per i reati comuni. “Come misura temporanea ed eccezionale anche per gravi reati come rapina, estorsione, sequestro di persona” .

L’ultima esecuzione: la strage di Villarbasse

L’ultima condanna a morte è stata eseguita in occasione della strage di Villarbasse. I condannati chiesero al Presidente De Nicola la grazia, ma venne respinta.

Il mattino del 4 marzo 1947 furono accompagnati dal cappellano del carcere al poligono di tiro delle Bassi di Stura a Torino per la fucilazione. L’episodio è stato raccontato in un articolo da Giorgio Bocca, presente al momento dell’esecuzione.

Quella mattina della fucilazione, ricordo che il silenzio era assoluto ma i visi delle persone, l’atteggiamento delle persone, era, oserei dire, quasi, di soddisfazione.

Anche se l’anno successivo la pena di morte rientra soltanto in ambito militare, il dibattito sulla pena di morte, in Italia, resta vivo. Negli anni successivi l’opinione si schiera, in maniera netta.

Un dibattito sempre vivo e accesso

Nel 1949, ricorda Scaglione, l’istituto di sondaggi DOXA chiese agli italiani se erano d’accordo che la nuova Costituzione proibisse la condanna capitale. Il 64% degli intervistati disse “no”.

Quello fu il trend per gli anni a seguire. All’inizio del 1980, il 58% degli italiani era favorevole al suo ripristino. Quando le domande che venivano fatte erano più specifiche (“Sei favorevole alla reintroduzione della pena di morte per chi uccide i bambini?” o “per i rapitori che uccidono gli ostaggi?”) la percentuale di favorevoli saliva anche al 70%.

Un ruolo fondamentale lo svolgevano (e lo fanno tutt’ora) i fatti di cronaca e di sangue. Che i leader politici sanno usare a proprio vantaggio. Nel 1978, dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, Ugo La Malfa auspica la pena capitale per i terroristi. 

Nel 1982, il Movimento Sociale Italiano presenta in Parlamento una mozione per chiedere la proclamazione dello Stato di guerra (causa terrorismo) e il ripristino della pena di morte. La mozione, dato oggi impressionante, aveva ricevuto un milione e duecentomila firme.

Il segretario della DC, Arnaldo Forlani, afferma che per i rapitori che uccidono il sequestrato devono essere puniti con la pena di morte.

Dal 1992 le cose iniziano a cambiare

Daniele Scaglione data al 1992 l’inizio di una controtendenza. Nonostante sia un anno terribile per le stragi di mafia. Soprattutto dagli Stati Uniti arrivano storie di condannati a morte che toccano la sensibilità dell’opinione pubblica italiana. Come l’episodio di Robert Atlon Harris che prima di morire impiegò più di dieci minuti. Nonostante sia una vicenda macabra, insinua un dubbio: sicuri che questo tipo di condanna abbia dei risvolti conciliabili con una civiltà evoluta?

“Sono favorevole alla pena di morte, come la maggioranza degli Italiani, ma mi fa schifo”. Scrive Vittorio Feltri, pochi giorni dopo la condanna.

Anche dopo l’esecuzione di Rocco Barnabei l’Italia sembra ritornare a una sua tradizione anti pena di morte. Promuove una moratoria alle Nazioni Unite, anche se politicamente sembra avere una doppia faccia. Da una parte assume un ruolo di primo piano nella battaglia, dall’altra stringe alleanze con Paesi che ne fanno uso.

L’effetto deterrente funziona?

L’aveva già detto Cesare Beccaria nel frammento sopra riportato. Durante tutto il ventesimo secolo si sono susseguiti studi e analisi del fenomeno. Sul cosiddetto “effetto deterrente”. Sapere a cosa si va incontro disincentiva il reato? No. Nessuno di questi studi ha mai affermato che la pena di morte abbia il benché minimo effetto deterrente. I dati acquisiti sembrano invece dire il contrario. Nei Paesi in cui non è prevista la condanna a morte ci sarebbero meno delitti gravi.

Certo, bisogna anche risolvere la questione sul piano etico: chi ha ucciso, tolto la vita, perché non dovrebbe subire lo stesso trattamento? Perché, sempre su un piano etico, è inaccettabile che lo Stato si comporti come i delinquenti.

Opere letterarie e cinematografiche sulla pena di morte

Per approfondire l’argomento ti consigliamo il film Dead Man Walking diretto da Tim Robbins, Il miglio verde tratto da un’opera di Stephen King, Dancer in the Dark di Lars von Trier (premiato anche a Cannes) e Monster, con una bravissima Charlize Theron.

Anche opere letterarie: come le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, a cura di Malvezzi e Pirelli, e Porte aperte di Leonardo Sciascia.

Immagine di copertina | dettaglio del “Trionfo della morte” di Pieter Bruegel il Vecchio