Cinque storie dei Mondiali di calcio che raccontano il Novecento

Cinque storie dei Mondiali di calcio che raccontano il Novecento

Il Novecento è conosciuto anche come “il secolo del calcio“. Una disciplina così popolare e seguita, che il suo andamento si è legato spesso in modo indissolubile alla Storia. Raccontandola quasi in modo didascalico. E l’esempio perfetto di questo connubio sono i Campionati Mondiali.

Dall’avvento dei regimi dittatoriali, alla Guerra Fredda, fino ai primi vagiti di globalizzazione: attraverso le storie dei Mondiali, è possibile conoscere più a fondo questi temi. Lo hanno raccontato bene, ad esempio, Federico Buffa e Carlo Pizzigoni, che con il libro Storie Mondiali ripercorrono molte di queste vicende. Ne abbiamo selezionate cinque, fra le più indicative, per far capire quanto il calcio sia in grado di raccontare la Storia.

Il Mondiale dei regimi

Anche se il Mondiale del 1934—giocato in Italia—era già servito al regime fascista di Mussolini per ingrandire la sua potenza retorica, quello del 1938 viene ricordato come la manifestazione sportiva in cui i contrasti fra democrazie e fascismi cominciò a mostrare tutto il terrore che poteva portare. E preannunciava lo scoppio della Seconda guerra mondiale.

La Francia, che ospitava il Mondiale, pullulava letteralmente di fuoriusciti politici ed etnici di Italia e Germania. Il Mondiale, quindi, cominciò in un clima polemico dalle tinte oscure: la Spagna, lacerata dalla guerra civile, non si presentò neanche alle qualificazioni. E una delle partecipanti più accreditate—l’Austria—era esonerata dopo l’Anschluss con la Germania.

Gli animi si infiammarono immediatamente alla partita d’esordio. La Nazionale italiana si presentò contro la squadra di casa facendo fare ai propri atleti il saluto romano. E facendogli vestire delle divise nere per onorare il regime. Un gesto di provocazione che scatenò lo stadio. Come raccontò poi il grande giornalista Gianni Brera.

Dagli spalti di Marsiglia, non meno di diecimila antifascisti fischiavano spietatamente gli azzurri, colpe­voli di vincere—male—per un regime antidemocratico.

La Germania nazista non ebbe un’accoglienza migliore, ma uscì quasi subito contro la Svizzera. Alla fine il torneo si concluse con il secondo successo consecutivo della Nazionale italiana, che però fu ricoperta di insulti in ogni stadio. I contrasti ormai insanabili fra dittature e democrazie europee erano al culmine.

Il Mondiale della Guerra Fredda

I contrasti fra blocco occidentale e blocco sovietico riguardarono un po’ tutte le manifestazioni mondiali fra il 1950 e il 1986. Ma c’è stato un Mondiale in cui questa contrapposizione fu particolarmente evidenziata: quello del 1974. Che vide le due fazioni scontrarsi sportivamente, politicamente e mediaticamente, più volte.

Il primo grande confronto si ebbe già durante le qualificazioni. Quando si scontrarono Cile e Unione Sovietica. Appena due settimane prima dello spareggio, il generale Pinochet—sostenuto dalla CIA—aveva guidato il golpe che lo aveva portato al potere.

L’andata, giocata a Mosca, finì in pareggio. Ma i sovietici—in aperta polemica—decisero di non presentarsi al ritorno in Cile. La Nazionale cilena, qualificata per ritiro dell’avversaria, scelse comunque di scendere in campo e segnare un gol simbolico a porta vuota. Ancora oggi quella gara è conosciuta come “la partita fantasma“.

Per una serie di strane combinazioni, poi, durante quel Mondiale Germania Ovest e Germania Est si ritrovarono a contendersi lo stesso girone. La partita fu estremamente accesa, per ovvi motivi politici. Le due squadre rappresentavano non soltanto una rivalità interna, ma il simbolo della Guerra Fredda. Alla fine vinse la Germania Est per 1-0, e gli avversari ne uscirono distrutti. Ma fu proprio da quella grande umiliazione che la squadra guidata da Franz Beckenbauer trovò le motivazioni e l’orgoglio per arrivare in finale. Dove sconfisse la squadra più forte del mondo: l’Olanda di Johan Cruyff.

Il disastro dello Zaire

Dopo decenni di colonialismo da parte del Belgio, nel 1960 la Repubblica Democratica del Congo venne dichiarata indipendente. Subito dopo, però, nel Paese esplose una guerra civile spaventosa. Al termine della quale salì al potere un despota nazionalista e spietato: Joseph-Désiré Mobutu.

Già dall’inizio degli anni Settanta il nuovo Capo di Stato decise di cominciare un’opera di rafforzamento dell’identità nazionale e nera, cambiando anche il nome del suo Paese. Tentò quindi di rafforzare la propaganda del proprio regime. Una delle prime manifestazioni di questa volontà, fu quella di rafforzare le squadre di calcio del Paese, al fine di creare una Nazionale forte e rappresentativa. Che infatti si qualificò ai Mondiali del 1974.

Mobutu sognava una grande impresa dei propri calciatori, che doveva rappresentare l’orgoglio nero e africano. Ma i calciatori che erano riusciti ad accedere al Mondiale—ottenendo immense onorificenze in patria—non furono all’altezza delle sue aspettative. Vennero sconfitti in tutte e tre le gare, e durante la seconda incassarono nove reti dalla Jugoslavia. Alcuni ex giocatori di quella Nazionale sostengono che addirittura il regime arrivò a minacciarli di morte, se nella partita finale contro il Brasile avessero perso più di 3-0. E quando tornarono in patria, furono totalmente dimenticati.

La grande umiliazione al Mondiale, spinse Mobutu a organizzare in Zaire la più grande kermesse di sport e musica nera della storia. The Rumble In The Jungle: l’epico incontro di pugilato fra George ForemanMuhammad Ali. Che arrivava al culmine di tre giorni di musica afroamericana.

L’ultimo Mondiale della Jugoslavia

La Jugoslavia è stata uno dei grandi simboli del comunismo europeo. Oltre che una fucina calcistica di grandissimo valore. Alla fine degli anni Ottanta nella “Jugo” giocavano alcuni dei giocatori più forti del panorama mondiale. Come Dragan StojkovićDejan SavićevićDavor Šuker. I Balcani in quel momento erano al centro del calcio mondiale, tanto che nel 1991 la Stella Rossa di Belgrado vinse la Coppa dei Campioni. Ma il Mondiale italiano del 1990 fu l’ultima occasione in cui questi campioni giocarono insieme come una nazione unita.

Nel 1989 infatti, con la caduta del Muro di Berlino, il sistema costruito dal maresciallo Tito stava cominciando ad andare in frantumi. In ogni Paese della Jugoslavia si respirava aria di nazionalismo, che in pochi anni sarebbe sfociato nel disastro delle Guerre jugoslave. Lo sgretolarsi di quella Nazionale, insomma, rappresentò anche lo sgretolarsi di un sistema nazionale e politico. Nel 1998 si presentò per l’ultima volta una Nazionale denominata Jugoslavia, ma ne facevano parte solo giocatori serbi. Nella stessa manifestazione, infatti, era presente anche la Croazia.

Il Mondiale cosmopolita della Giamaica

All’inizio degli anni Settanta la presidenza della FIFA passò a João Havelange. Un manager brasiliano che voleva espandere i confini del calcio. Fino al suo avvento, infatti, questo sport era stato appannaggio di una ristretta cerchia di Nazionali nobili. E i Mondiali di calcio ammettevano soltanto 16 nazioni. Fin da subito adottò politiche che incoraggiassero la crescita del calcio anche nei Paesi satellitari che non emergevano mai, e il suo progetto arrivò a pieno compimento nel 1998. Con una formula a 32 squadre, in cui anche i Paesi più piccoli potevano sognare di competere.

Una visione globale dello sport, per un mondo in cui la globalizzazione si faceva sempre più forte. I simboli di quel Mondiale furono due: la Francia, composta da molti giocatori che rappresentavano la sua storia coloniale—Zidane, Desailly, Henry—e la piccola favola della Giamaica. Fino agli anni Novanta la Giamaica non aveva nemmeno una Nazionale ufficialmente riconosciuta: la creò l’allenatore Renê Simões. Andando a scovare talenti calcistici in giro per l’isola.

La Giamaica non riuscì a fare molta strada ai Mondiali, venne eliminata subito durante il girone. Ma in una partita storica, riuscì comunque a battere il Giappone 2-0. Dimostrando che anche gli outsider potevano far parte del calcio mondiale.

Immagini: Copertina