La strage di Marzabotto è una ferita che non si rimarginerà mai

La strage di Marzabotto è una ferita che non si rimarginerà mai

Sulla collina di Miana c’è un monumento, inaugurato nel 1954, in ricordo della Resistenza e degli eccidi nazifascisti. Sull’epigrafe c’è una poesia di Salvatore Quasimodo, composta dal Premio Nobel, nel 1961. Inizia così:

Questa è memoria di sangue
di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo
voluto dai nazisti di von Kesselring
e dai loro soldati di ventura
dell’ultima servitù di Salò
per ritorcere azioni di guerra partigiana.
I milleottocentotrenta dell’altipiano
fucilati ed arsi
da oscura cronaca contadina e operaia
entrano nella storia del mondo col nome di Marzabotto.

Quel numero è ancora oggetto di dibattito e di conferme. Varia dai mille ai più di tremila. 1830—come ricorda Quasimodo—è quello che viene fuori da un confronto con i dati dell’anagrafe. I morti furono in stragrande maggioranza vecchi, donne e bambini.

Si parla di strage di Marzabotto impropriamente, però. Questo è soltanto uno dei comuni colpiti. Ci sono anche Grizzana Morandi e Monzuno. Centri abitativi ma soprattutto casolari, cascine, sparse come ce ne sono sull’Appennino. Più correttamente si parla di eccidio di Monte Sole, tutta l’area della strage. A venticinque chilometri da Bologna.

La marcia della morte di Kesselring

Nell’agosto del 1944 le truppe naziste, operanti sul suolo italiano, stavano facendo “terra bruciata” nelle retrovie partigiane. “La marcia della morte”, la chiamavano, passava sopra intere popolazioni, paesi.

I continui, nervosi scontri tra l’esercito tedesco e la Brigata Stella Rossa comandata da Mario Musolesi rende Kesselring, il feldmaresciallo nazista, furioso. Il comandante tedesco sulla linea gotica aveva promesso incendi, impiccagioni pubbliche, fucilazioni. Ordinò un’azione dura, definitiva, sterminatrice. 

A macchiarsi delle peggiori infamie fu il battaglione guidato dal maggiore Walter Reder, austriaco. Reder aveva già ordinato eccidi in altre zone italiane. Il suo battaglione, 16, SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer, metterà in pratica un vero e proprio piano criminale. Iniziò il 29 settembre, all’alba. L’operazione che avrebbe “annientato i gruppi partigiani e il rastrellamento del territorio nemico”. 

L’eccidio di Monte Sole nell’autunno del ’44

Quattro reparti delle truppe naziste, guidate dai repubblichini (fondamentali per le conoscenze logistiche), accerchiarono le valli del Setta e del Reno. E dalle frazioni di Quercia, Grizzana, Vado, Pioppe di Salvaro puntarono le abitazioni dei civili. Senza indietreggiare, neanche davanti alle scuole, alle chiese. Sparavano incessantemente.

I poveri abitanti in fuga in chiesa per pregare vennero falcidiati da raffiche di mitra. Alla porta dell’oratorio venne appeso un cartello: “Questa è la sorte toccata ai favoreggiatori dei partigiani”. Gli eccidi proseguirono anche in località montane, remote, difficili da censire.

Passammo la notte in chiesa, non avevamo niente da mangiare, si pregava. All’alba del 30 settembre si risalì a San Martino, da lassù vidi bruciare la mia casa, e dissi alla mamma: “Andiamo via, scappiamo nel bosco”. Non ne volle sapere. “Tanto ci ammazzano lo stesso”.

Centinaia e centinaia le vittime. L’attacco giustificato come una “guerra ai partigiani” ne conterà soltanto una cinquantina scarsi. Perirono più di 100 bambini sotto i 13 anni. Anche di pochi mesi. Furono giorni infernali, di violenze, di terrore, di incendi, di morte. Si segnalarono anche alcuni casi di obiettori di coscienza tra le fila dei tedeschi, per comprendere quanto sia stato violento il rastrellamento. La marcia della morte durò fino al 6 ottobre.

Il perdono negato di Marzabotto

Subito dopo lo sterminio le voci che cominciarono a girare tra le montagne furono negate dalle autorità e dai giornali fascisti. “È escluso che ci siano state rappresaglie contro gli abitanti. Le notizie sono esagerate”, dicono i generali fascisti. Così si legge su Il Resto del Carlino dell’11 ottobre:

Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorilegge, ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel comune di Marzabotto… Siamo dunque di fronte a una nuova manovra dei soliti incoscienti destinata a cadere nel ridicolo perché chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l’autentica versione dei fatti.

Soltanto dopo la Liberazione si comincerà a parlare pubblicamente del massacro di Monte Sole. Dal carcere di Gaeta, nell’aprile del 1967, il generale Reder inviò una lettera al sindaco di Marzabotto chiedendo clemenza. Il sindaco indisse un referendum: 4 furono i voti a favore, 282 quelli che gli negarono il perdono.

Per approfondire

Due i documentari interessanti sulla strage di Monte Sole che vale la pena menzionare. Lo Stato di eccezione. Processo per Monte Sole 62 anni dopo, diretto da Germano Maccioni. E I bambini del ’44 diretto da Romeo Marconi e Riccardo De Angelis, con le testimonianza dirette dei sopravvissuti. Da leggere anche il libro omonimo di Anna Rosa Nannetti.

Immagine di copertina | Il tre maggio 1808 di Francisco Goya