La strage di Portella della Ginestra, un caso ancora irrisolto

La strage di Portella della Ginestra, un caso ancora irrisolto

A pochi chilometri da Palermo, c’è una chiana—come dicono i siciliani—che ospita la più grande comunità arbëreshë d’Italia. Per questo si chiama Piana degli albanesi. Incastonata tra i monti di Pizzo delle Cavalle ci sta Purtelja e Jinestrës, Portella della Ginestra. In onore dei “fiori del deserto”—eternati da Leopardi—che fioriscono in primavera. 71 anni fa, era il primo maggio del 1947, questo luogo ameno si trasformò nel teatro della prima strage della neonata Repubblica italiana.

Duemila persone, per lo più contadini, provenienti dalle zone limitrofe si riunirono a Portella della Ginestra per celebrare la giornata dei lavoratori e la recente vittoria del Blocco del Popolo (una coalizione tra il PSI di Nenni e il PCI di Togliatti) alle elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana. Per manifestare tutti uniti contro il latifondismo.

Quando dal monte Pelavet uomini armati fecero fuoco sulla folla. Uccidendo sul posto 11 persone (altre 3 moriranno poi) e ferendone a decine. Dopo l’attentato di Portella della Ginestra ne seguirono altri, a Monreale, Cinisi, Partinico e altri paesi del palermitano. Indirizzati contro le sedi del Partito Comunista. Il nome di Salvatore Giuliano venne fuori dai volantini lasciati sui luoghi degli attentati. Il bandito di Montelepre incitava i suoi conterranei a ribellarsi al dilagare del potere rosso. Mesi dopo, il suo nome venne ricondotto anche alla strage di Portella della Ginestra. Ma non era l’unico. Nel rapporto dei carabinieri si faceva riferimento, non soltanto al bandito e alla sua banda, ma a “elementi reazionari in combutta con i mafiosi”.

Chi fu il mandante dell’eccidio di Portella della Ginestra?

Così ha scritto Carlo Ruta nel prologo de Il binomio Giuliano-Scelba, libro-inchiesta del 1995:

Sugli scenari che si aprirono con la strage di Portella della Ginestra rimangono ancora oggi aperti alcuni quesiti: fino a che punto quegli eventi tragici videro realmente la correità dello Stato? E quali furono le effettive responsabilità di taluni personaggi chiamati in causa dai banditi? […] Nessuna vera riforma morale della politica è oggi possibile se non si restaura per intero la verità della prima Repubblica, a partire proprio dal “fuoco” di Portella, e dal patto delittuoso che lì venne consacrato.

La verità dietro quel presunto “patto delittuoso” non è stata ancora rivelata. Le ipotesi restano tali a distanza di 70 anni. Quella avanzata da Ruta, confermata anche da Giuseppe Casarrubea (in La scomparsa di Salvatore Giuliano, indagine su un fantasma eccellente in aggiunta all’ipotesi di un coinvolgimento da parte dei servizi segreti americani per fermare l’avanzata “rossa” in Italia). E da Paolo Benvenuti (Segreti di Stato. Dai documenti ai film), soltanto per fare qualche nome.

Il 2 maggio del 1947, l’allora ministro dell’Interno Mario Scelba rispose a quelli che già intravedevano un coinvolgimento di alcune cariche dello Stato. Assicurando che dietro l’episodio non c’era alcuna finalità politica. Alla fine del processo vennero identificati come unici responsabili della strage gli uomini di Giuliano (il bandito era morto durante la cattura).

I ruoli di Gaspare Pisciotta e Mario Scelba

Durante il processo Gaspare Pisciotta, luogotenente di Salvatore Giuliano, si attribuì l’assassinio di Giuliano (anche quella una pagina di cronaca ancora tutta da chiarire), lanciando pesanti accuse verso alcuni deputati, tra cui proprio Scelba che secondo Pisciotta (e altri della banda di Giuliano) si erano riuniti, prima della strage, con i mafiosi per pianificare l’attentato. La Corte d’Assise dichiarò infondate le accuse di Pisciotta.

Dopo qualche mese, in base alle prove raccolte durante il processo, emersero dati che facevano supporre una “stretta conoscenza” tra Giuliano e Scelba. Nel 1951, Girolamo Li Causi, segretario del PCI in Sicilia, in un intervento alla Camera dei deputati disse:

Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l’attestato di benemerenza, la firma di Scelba. C’è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi; tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d’accordo con noi? […] Perché avete fatto uccidere Giuliano? Perché avete turato questa bocca? La risposta è unica: l’avete turata perché Giuliano avrebbe potuto ripetere le ragioni per le quali Scelba lo ha fatto uccidere. Ora aspettiamo che le raccontino gli uomini politici, e verrà il tempo che le racconteranno.

Il 21 aprile 2017 il Presidente del Senato Pietro Grasso ha annunciato: “C’è una direttiva della Presidenza del consiglio per togliere il segreto di Stato sulla strage”.

Per ora, a Portella della Ginestra c’è solo un memoriale, gli albanesi lo chiamano “Përmendorja”. Un’opera di land art, come il Cretto di Burri a Gibellina. Realizzata da Ettore de Conciliis alla fine degli anni settanta. Sulla lapide commemorativa si legge in siciliano:

U me cori doppu tant’anni ea purtedda enta petri e nto sangu di cumpagni ammazzati.

Per approfondire

Oltre ai titoli menzionati all’interno dell’articolo, ti consigliamo le letture del lungo articolo di Andrea Cionci pubblicato su La Stampa, “Dopo settant’anni rimane ancora senza mandanti la strage di Portella della Ginestra”; e quello su MicroMega, Stato-mafia, l’origine del patto: Portella della Ginestra e Salvatore Giuliano. Se ancora non l’hai fatto, procurati il bellissimo film di Francesco Rosi, Salvatore Giuliano.

Immagine di copertina | Scena tratta dal film “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi, 1962