Una giovane poetessa racconta in versi il genocidio del Darfur

Una giovane poetessa racconta in versi il genocidio del Darfur

Avevo dieci anni quando imparai il significato della parola genocidio. 

Con queste poche ma intense parole, si apre la conferenza di TED di Emtithal Mahmoud una giovane poetessa del DarfurNei suoi versi pronunciati ad alta voce, si apre anche dentro di noi una profonda ferita.

Nel 2003, ancora piccola vedeva i suoi genitori protestare contro il governo del Sudan. Non riusciva ad afferrare quello che stava succedendo al suo popolo. Un giorno, vede sua madre piangere, le chiede come mai stessero seppellendo così tante persone.

Oggi Emi non ricorda le parole esatte che scelse la madre per spiegare a una bambina di dieci anni cosa significasse scampare a un genocidio. Ma se Emi non si ricorda bene le parole, ricorda come se fosse ieri la sensazione che provò. “Ci sentivamo completamente soli, come se nessuno potesse sentirci, come se fossimo invisibili”. È quello il momento in cui Emi inizia a scrivere i suoi primi versi.

poesia darfur genocidio

Il conflitto nel Darfur

È bene precisare subito una cosa: il conflitto nel Darfur è ancora in corso. Nonostante non se ne parli molto sui canali nazionali del nostro Paese. Nonostante ci sarebbe una tregua da rispettare.

Il Darfur è una regione che si trova nella parte occidentale del Sudan. Il conflitto vede contrapposti da una parte i Janjawid (che tradotto sarebbe “Demoni a cavallo”), miliziani filogovernativi. Appoggiati dal governo sudanese (anche se mai pubblicamente) che gli dà armi e assistenza. Dall’altra parte della barricata ci sono i civili. I Fur, gli Zaghawa e altri gruppi etnici. 

Coalition for International Justice ha parlato complessivamente di 400mila morti. E di 3 milioni di profughi. C’è chi parla di “pulizia etnica”, chi di “genocidio”. Ma in fondo l’orrore non è poi tanto diverso.

Il massacro, di disumane proporzioni, è stato quasi completamente dimenticato dal resto del mondo. La giornalista Antonella Napoli a La Repubblica l’ha definita “la crisi umanitaria più lunga del secolo”.

La storia di Emi

Per attirare l’attenzione mondiale su quello che sta succedendo in Sudan Emi ha pensato che non sarebbe stato facile. Una cosa è farsi vedere, un’altra è farsi ascoltare. Durante la conferenza di TED, Emi lo spiega molto chiaramente:

Guardatemi: una ragazza africana con una sciarpa intorno alla testa, con un accento americano e una storia che fa sembrare invitante anche il peggiore lunedì mattina.

Il difficile viene dopo le apparenze. L’ha scoperto sulla sua pelle quando al liceo, a New York, la sua insegnante le ha chiesto di raccontare davanti a tutti la sua storia. Prima di cominciare è intervenuta una sua compagna di classe: “Perché devi parlarci di questo? Non pensi a noi e a come ci sentiremo?”

A quel punto Emi non sa come controbattere: “come spiegare il dolore che stavo provando?” La sua memoria vola allora ai giorni, e alle notti, in Sudan quando non si poteva parlare neanche durante il tè “perché gli aerei da guerra in cielo avrebbero inghiottito qualsiasi rumore”. Erano i giorni “che ci dicevano non solo che non meritavamo di essere ascoltati ma che non avevamo il diritto di esistere”.

E a quel punto, a scuola, davanti alla sua classe accadde “un miracolo”. La paura scivola via, ed Emi inizia a raccontare. 

La mia mente si calmò e mi sentii al sicuro.

Tra le tante poesie che hanno al centro il Darfur ne ha scelta una, lunga ma talmente bella che abbiamo voluto riportarla integralmente, per capire cosa sta succedendo in quella lontana parte del mondo. 

Prestiamole qualche minuto del nostro tempo. Le parole che Emi ha scelto sono “viscerali” e ci mostrano cosa i nostri occhi non vedono. La traduzione del testo è di Loredana D’Alfonso, con la revisione di Rosa Agusta.

darfur_sudan_genocidio_4

La poesia: “Head over Heels”

Mi passano il microfono perché le mie spalle cedono al peso di questa pressione.

La donna dice, “La milionesima rifugiata ha lasciato il Sudan del sud. Vuole commentare?”

Sento i miei piedi andare avanti e indietro sui tacchi di mia madre,

chiedendosi:

rimaniamo qui, o sarebbe più sicuro andare via?

Nella mia mente riecheggiano i numeri:

un milione di dispersi,

due milioni di profughi,

400.000 morti in Darfur.

Sento un nodo in gola,

come se ognuno di quei corpi avesse trovato sepoltura

proprio qui, nel mio esofago.

Il nostro paese un tempo,

nord, sud, est e ovest,

così irrequieto che nemmeno il Nilo riusciva a tenerci uniti,

e voi mi chiedete di sintetizzare.

Parlano dei numeri come se non stesse accadendo davvero,

come se 500.000 persone non fossero morte in Siria,

come se 3.000 non stessero partecipando all’ultima battaglia

nel Mediterraneo,

come se non ci fossero interi volumi pieni di pagine sul nostro genocidio,

e adesso vogliono che io ne scriva una.

Fatto:

non parlavamo mai durante la colazione,

perché gli aerei di guerra avrebbero soffocato le nostre voci.

Fatto:

mio nonno non voleva lasciare la sua casa,

così morì in una zona di guerra.

Fatto:

un cespuglio infuocato senza Dio è solo fuoco.

“Misuro la distanza tra ciò che so

e ciò che si può dire al microfono”

Parlo di sofferenza? Sfollati?

Racconto la violenza,

come non sia mai tanto semplice quanto vedete in TV,

come ci siano settimane piene di terrore prima che la telecamera venga accesa?

Le parlo dei nostri corpi,

composti per il 60% da acqua,

ma che continuano a bruciare come sterpaglie,

mandando in fumo i nostri sacrifici?

Degli uomini morti prima, le madri costrette ad assistere al massacro?

Che hanno preso i nostri bambini,

spingendoli oltre il continente prima che le nostre case sprofondassero?

Che anche i castelli cedono ai colpi delle bombe?

Parlo degli anziani, i nostri eroi,

troppo deboli per correre, troppo costoso sparargli,

di come li facevano marciare,

le mani in alto, fucili puntati, verso le fiamme?

Come i loro bastoni mantenevano il fuoco vivo?

Sembra troppo duro da digerire per qualcuno.

Implacabile,

come la valle piena di fumo putrido delle nostre morti.

È meglio in versi?

Una stanza può diventare un lenzuolo funebre?

Sarà meno doloroso raccontato delicatamente?

Se non mi vedrete piangere, mi ascolterete meglio?

Il dolore scomparirà insieme al microfono?

Perché ogni mia parola sembra essere l’ultima?

Trenta secondi di frasi d’effetto,

e adesso tre minuti per la poesia.

La mia lingua si secca come se fossi morta,

diventando cenere, senza mai essere stata carbone.

Sento la mia gamba sinistra intorpidirsi,

e realizzo di aver piegato le ginocchia, preparandomi all’impatto.

Non indosso mai delle scarpe con le quali non posso correre.

Immagini | Copertina | 1 | 2