"Su filindeu", la pasta più rara del mondo che viene fatta a Nuoro

C’è una Sardegna che conoscono tutti e una Sardegna che si mostra a pochi. Quando pensiamo alla meravigliosa isola è facile pensare subito alla bellezza del suo mare. Quasi sempre presente nelle classifiche dei luoghi più belli d’Italia dove trascorrere l’estate, è ricca di spiagge più o meno note, ma tutte a modo loro imperdibili.

La Sardegna però non è soltanto natura, ma anche cultura. Cantata da Fabrizio De André nel bellissimo pezzo “Hotel Supramonte”, dove il “Faber” ricorda uno dei momenti più importanti (e drammatici) della sua vita, o l’inconfondibile “Canto a tenore”, uno dei suoni più antichi del mondo, che ha affascinato anche il regista Werner Herzog.

Ma quando parliamo di cultura non possiamo non citare il cibo, e la Sardegna in questo mantiene una sua identità antichissima e originale, conservando tesori culinari che affascinano non soltanto i buongustai italiani, ma anche quelli internazionali. Oltre ai più famosi prodotti tipici sardi (maialino, pane carasau, formaggio, molto noti anche “nel continente”), c’è un tipo di pasta, poco famosa, che ha una storia unica da raccontare.

Si chiama “su filindeu” (fili di Dio) e viene prodotta soltanto a Nuoro, per la precisione da non più di una decina di persone. La loro storia è stata raccontata anche da “Great Big Story”.

La redazione l’ha definita la pasta più rara al mondo e quando si sono chiesti quale fosse il segreto della sua realizzazione, la risposta è stata: “Non c’è il segreto nel filindeu: il segreto è nelle mani”. A dirlo è stata Paola Abraini che realizza questa pasta da più di 40 anni e che ha imparato dalla madre, in una tradizione lunga più di 300 anni.

Gli ingredienti del filindeu, come la maggior parte delle ricette di una volta si basano sulla semplicità, ma è proprio questa la loro forza: semola di grano duro, acqua e sale. A fare la differenza è la tecnica che usa Paola, in grado di ottenere da un rotolino di pasta 256 fili sottilissimi.

La difficoltà nello spiegare come preparare questa pasta sta nel fatto che non ci sono tempi da rispettare o regole, bisogna capire d’istinto quando la pasta è pronta per essere trasformata in fili. Per ottenerli Paola con un movimento preciso ed energico delle mani avvolge il rotolo di pasta otto volte, e poi lo adagia su un fondo circolare di legno per tre volte, formando altrettanti strati intrecciati. Una volta disposta la pasta su questo telaio la si lascia essiccare al sole.

Una volta seccato questo strato compatto di pasta viene spezzato e immerso in un brodo di pecora, insaporito magari con del pecorino. Questa pasta viene preparata da Paola (cinque ore al giorno per un mese) per i pellegrini che vanno a visitare il Santuario di San Francesco di Lula ogni anno.

L’aspetto unico di questa pasta è che non può essere riprodotta con nessun macchinario. Si può fare soltanto a mano. Il problema è che la tradizione viene generalmente tramandata di madre in figlia, ma quelle di Paola non ne vogliono sapere di imparare a farla. Per questo motivo il rischio è che possa sparire per sempre.

Paola ha provato a insegnarlo ai visitatori che vengono da tutta Europa ma ancora nessuno è riuscito a farla come lei. Addirittura il cuoco inglese Jamie Oliver si è cimentato per due ore ma ha poi gettato la spugna. Il “Gambero rosso” però ha deciso di invitarla nelle sue cucine e riprenderla mentre la realizza, così che questa formidabile tecnica possa essere conservata nella memoria. “Per me è una benedizione saper fare i filindeu”, ha detto Paola: “spero di poter continuare a farli per molti anni ancora, ma se un giorno non potessi più, almeno potrò vedermi il filmato”.

Immagine via YouTube