Tarantino, Gomorra e Narcos: i film e le serie tv possono essere

Tarantino, Gomorra e Narcos: i film e le serie tv possono essere "diseducativi"?

Perché la gente va a vedere un film violento?

È un film, è fantasia. Non è la vita vera. Vedi un film sul kung fu e ti diverti.

Come fai a sapere che non ci sia un collegamento reale tra la violenza del film e quella nella vita vera?

Non voglio rispondere a questo tipo di domande. No, non mi presto a questo gioco.

Durante un’intervista di qualche anno fa, condotta dal giornalista Krishnan Guru-Murthy per il lancio di Django, Quentin Tarantino è stato costretto a difendere così i suoi film. Tarantino ha perso presto la pazienza. Esplode quando gli viene chiesto di dare delle spiegazioni, perché avrebbe delle “responsabilità” in quanto regista.

Non ho nessuna responsabilità di spiegarti niente che non voglio.

Quello che nel 2013 sembrava essere un argomento “estremo”, oggi è diventato di attualità. Vista anche la diffusione delle serie tv. Un artista si deve prendere delle responsabilità nel modo in cui racconta un certo personaggio? E possono esistere serie tv o film “diseducativi”? Per discutere dell’argomento abbiamo deciso di affrontare due casi emblematici e recenti. Quello di NarcosGomorra.

La “seconda vita” di Pablo Escobar

In un articolo del New Yorker, “The Afterlife of Pablo Escobar”, Jon Lee Anderson racconta l’ambigua parabola di Pablo Escobar. Uno dei narcotrafficanti più violenti del mondo, la cui immagine “positiva” è restituita da film e serie tv. Oggi in Colombia si parla di narcoturismo. Visitatori da tutto il mondo raggiungono Medellín per vedere i luoghi dove Pablo visse. E poi tazze, portachiavi, posacenere, cappellini con il viso del narcotrafficante.

Negli ultimi anni Hollywood ha raccontato la sua storia in vari film. Escobar. Paradise LostThe infiltrator; Escobar. Il fascino del male; Barry Seal. Una storia americana. Senza dimenticare la serie Netflix Narcos. Si stima sia stata vista da 3 milioni di spettatori.

In Colombia la sua eredità riguarda quasi tutti, ma pochi sono d’accordo su quale sia il modo giusto di raccontare la sua vita, se possa essere solo intrattenimento o se debba servire da monito.

Il sindaco di Medellín, Federico Gutiérrez porta avanti una campagna “per respingere quello che lui chiama ‘il passato’, l’eredità del narcotraffico e della violenza.”

E non è facile mettere fine alla narcocultura.

Stiamo inaugurando una mostra al Museo della memoria che ricostruisce la storia dal punto di vista delle vittime.  Non vogliamo che quelli che hanno provocato tanto dolore si propongano come eroi. I veri eroi sono le vittime. Vogliamo essere un simbolo di quanto è successo: una città che è crollata, ma si è rimessa in piedi.

Le responsabilità di una serie tv

Alonso Salazar, giornalista e precedente sindaco di Medellín, ha parlato di “resurrezione di Escobar”. El patrón del mal è una serie tv ispirata al suo libro. Per questo si chiede se anche lui sia colpevole di questa resurrezione.

La serie era equilibrata, mostrava anche le vittime e i generali che hanno combattuto Escobar. Ma non credo che il pubblico la guardasse per questo. Volevano vedere lui.

Questa serie rientra in quelle che vengono chiamate narconovelas. L’antropologo O. Hugo Benavides, le ha raccontate così:

Hanno creato una struttura politica e morale alternativa in cui lo stato, il governo, i politici, le forze dell’ordine, i burocrati e i militari raramente sono i buoni. Gli eroi sono tipi come il cavaliere solitario o narcos incompresi.

Omar Rincón, professore di scienze della comunicazione in Colombia, ha sottolineato una cultura “del narcotraffico”:

Nell’estetica, nei valori e nei riferimenti. Siamo una nazione che ha fatto propria l’idea dei narcotrafficanti secondo cui va bene qualunque cosa ti liberi dalla povertà: un’arma, la corruzione, il traffico di cocaina, combattere con la guerriglia o i paramilitari o entrare nel governo”.

L’esempio di Gomorra in Italia

Anche in Italia, con il successo di Gomorra si sono scatenate polemiche. La serie tv ispirata dal lavoro di Roberto Saviano, per qualcuno, “spettacolarizza il male”. Saviano, in un’intervista a Il mattino, ha risposto “vietiamo anche Medea, altrimenti le donne possono trarne ispirazione”.

Collegare la finzione di una serie alla realtà è un passaggio semplicistico e inutile.

Non è che se io racconto di un killer, chi legge uccide, o se io, al contrario, racconto di Francesco d’Assisi, chi legge diventa santo.

Uno dei passaggi più interessanti è quello che riguarda il concetto di opera d’arte e le sue “responsabilità”. Come cercava di spiegare Tarantino nell’intervista sopra.

L’opera è qualcosa di vivo, che respira, non è un monolite che un autore lancia sulla testa di qualcuno aprendola in due. L’opera è in continua dialettica col quotidiano. Dietro questi attacchi c’è una grande furbizia: quella di attaccare le serie tv o i libri, autoassolvendosi. Visto che non l’ho fatto io, che non l’ho raccontato io, o almeno non in quel modo, allora non mi sento in colpa e do la responsabilità all’opera.

Quando si guardano queste serie, poi, non si può esser preoccupati che possano generare violenze, visto che già avvengono. “Guardare alla serie televisive come a un ufficio stampa del male”, ha detto lo scrittore a Repubblica: “è uno sguardo un po’ superficiale. Possono al massimo dare spunti a chi ha scelto di esser un criminale. Si torna sempre al punto di partenza: alla realtà che ha fatto fare una scelta del genere”.

Il metodo allora che dovrebbe usare una serie o un film per raccontare una storia così delicata è descriverla con maggior rigore possibile. Perché è quando si toglie che si rischiano le “esaltazioni”. Quando “non riesci a descrivere i personaggi e hai bisogno di doparli, renderli carismatici, affascinanti” che allora i ragazzi vogliono imitarne i gesti.

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