I termini stranieri e intraducibili che indicano emozioni che non conosciamo

I termini stranieri e intraducibili che indicano emozioni che non conosciamo

Difficile stabilire con precisione quante siano le parole dell’intero patrimonio linguistico italiano. Quello che sappiamo però è che ne usiamo all’incirca 6500, il nostro vocabolario di base, per coprire il 98% dei discorsi. Delle oltre 500mila parole che possiamo usare non tutte riescono a descrivere ogni cosa. Possiamo usare parole ben precise, tecniche, per indicare una particolare pianta, ma per descrivere una sensazione siamo costretti a fare un giro di parole.

Tiffany Watt Smith è una ricercatrice presso il Centro per la storia delle emozioni umane all’università Queen Mary di Londra. La psicologa ha di recente pubblicato un libro, “Book of Human Emotions”, in cui tratta 154 emozioni, alcune note, come ad esempio l’ansia, altre invece prese in prestito da lingue straniere.

Come abbiamo visto qualche settimana fa, con il lavoro dello psicologo Tim Lomas, è stato redatto un vocabolario di sentimenti ed emozioni positive di tutto il mondo. I termini stranieri che indicano particolari sfumature d’affetto sono tantissimi e intraducibili.

Allo stesso modo Smith ha deciso di concentrarsi sui termini che non si possono non prendere in prestito da altre lingue per indicare emozioni che in italiano non hanno un’immediata traduzione. Eppure si tratta di emozioni che tutti abbiamo provato almeno una volta.

C’è ad esempio “Amae”, una parla giapponese che significa “appoggiarsi sulla buona fede di un’altra persona“. È in pratica quel tipo di emozione che dà per scontato l’amore del prossimo.

5259784249_8d10ebc2d2_b

“Awumbuk” è invece di origine papua e descrive il preciso senso di vuoto che ci può cogliere quando finisce una festa e gli ospiti se vanno. Finlandese è invece l’origine di “Kaukokaipuu” che indica la nostalgia per un posto in cui in realtà non siamo mai stati.

“Pronoia” è invece il neologismo coniato da alcuni psicologi per indicare il contrario di paranoia. In pratica si tratterebbe di quella falsa percezione degli altri che ti spinge a pensare che tutti vogliano aiutarti.

Ci sono anche termini francesi. “L’appel du vide” ad esempio è una strana sensazione che ci può prendere quando in attesa della metro abbiamo un desiderio di saltare sui binari. Non si tratta di voglia di morire, o depressione, piuttosto di una vertigine. Sartre la definiva così: “Quella sensazione snervante di non potersi fidare del proprio istinto“.

16167281696_626030bc96_k

L’altro termine francese è “l’esprit de l’escalier”. Riguarda quella sensazione frustrante di voler replicare a una provocazione verbale, ma la frase giusta ci viene in mente troppo tardi. L’inventore di questo bellissimo modo di dire è l’illuminista Diderot.

Immagine via Flickr | Copertina |1 | 2