Il terremoto del 1980, una ferita tremenda che colpì il sud Italia

Il terremoto del 1980, una ferita tremenda che colpì il sud Italia

È una domenica sera di novembre, in una stanza vuota dell’osservatorio di Monte Porzio Catone l’ago del sismografo accelera il suo ritmo, sembra impazzire. Segnala oltre il diagramma per un lunghissimo minuto e mezzo. Nessuno è lì a controllare. L’Italia più ricca si prepara ad andare a cena, quella più povera ha appena finito di mangiare. Sono le 19:35 del 23 novembre 1980, nessuno raccoglie il muto allarme di quell’ago.

Il 23 novembre 1980, nella zona dell’Irpinia e del Vulture, si scatena un terremoto di magnitudo 6.8. La scossa dura circa 90 secondi. Un’eternità. Si propaga per un’area vastissima di oltre 17mila chilometri, con lesioni e crolli fino alle zone costiere e a Napoli.

Interi comuni, come Castelnuovo di Conza, Laviano (dove i morti furono un quinto della popolazione), Lioni, Senerchia e Santomenna vengono rasi al suolo. Nelle province di Salerno, di Avellino e di Potenza i danni maggiori.

Il disastro del terremoto

Il terremoto dell’80, conosciuto come quello dell’Irpinia, causa 280mila tra sfollati e senzatetto, quasi 9mila feriti, e 2914 morti. È stato, nel Novecento, il terremoto più significativo per l’Italia dopo quello di Messina.

Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano—Alberto Moravia

All’inizio non si ha ben chiara la portata del disastro. Le linee telefoniche interrotte impediscono di lanciare l’allarme. È con il passare delle ore, addirittura dei giorni, che quella che è stata definita inizialmente come “una scossa di terremoto in Campania”, mostra il suo volto reale e drammatico. I giornali non si mettono d’accordo neanche sul numero dei morti. Su Il mattino si contano “centinaia di morti”, su La Repubblica “migliaia”.

Sandro Pertini, in un’intervista al Tg2 del 26 novembre, lancia un grido d’accusa fortissimo:

Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione, di sepolti vivi.

I soccorsi da tutte le regioni d’Italia

A rendere più drammatica la situazione sono i ritardi nei soccorsi. Mancava, è bene ricordarlo, come abbiamo visto per la morte di Alfredino Rampi, la Protezione civile che organizzasse con efficienza i mezzi di soccorso. Ci furono però molti volontari, da tutta Italia. Tanto che Isaia Sales ha detto che quel terremoto è stato forse “l’ultimo atto di solidarietà tra il nord e il sud del Paese”.

Sono arrivati a centinaia da tutte le regioni i volontari che cercano di aiutare i terremotati. I giovani sono la presenza più massiccia e notevole, questi volontari sono l’ossatura segreta del paese, quelli che non aspettano le lentezze della burocrazia, i ritardi delle autorità ufficiali, che passano sopra le divisioni politiche, che affrontano qualunque situazione drammatica con la voglia di rendersi utili e aiutare.

Il terremoto dell’80—il che lo rese ancora più devastante—andò a colpire aree che avevano già grandissimi problemi, tra le più povere e arretrate del mezzogiorno. Quando arrivano i soccorritori dal nord si rendono conto della reale situazione in cui vivevano quelle popolazioni, non tanto distanti da quelle descritte da Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Anche Napoli soffrì, il terremoto era andato a colpire una crisi abitativi già forte in città.

“L’affare” del terremoto dell’Irpinia

Arrivarono, come previsto, numerosi fondi pubblici per la ricostruzione. Soldi e personale specializzato dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita, dall’Austria, dall’Algeria, dalla Francia. E la più grande tragedia naturale che l’Italia abbia conosciuto nel secondo dopoguerra si trasforma in uno dei più grandi affari della storia.

L’uso di 50-60 mila miliardi stanziati per l’Irpinia—ha scritto Indro Montanelli in Le stanze—rimase un porto di nebbia.

La ricostruzione post-sisma viene intesa, da alcuni politici, come “un risarcimento storico” per come era stato trattato da sempre il meridione. Oggi, a distanza di quasi quarant’anni, quella ricostruzione è passata alla storia come uno “dei peggiori esempi di speculazione su di una tragedia”. Proprio sotto quell’etichetta del risarcimento storico tanti ne hanno approfittato. Anche, ovviamente, la camorra, le cui bande sono state protagoniste in negativo della ricostruzione.

Basti pensare che con lo stanziamento dei fondi si moltiplicò il numero di comuni colpiti. Arrivando a 687, “l’8,4% del totale dei comuni italiani”. Vennero costituite imprese ex novo solo per intascare i contributi, e che dichiaravano subito il fallimento.

Il terremoto dell’Irpinia è stato anche questo. Ha mostrato da una parte la faccia bella del nostro Paese, quella della solidarietà, dall’altra un vizio che avrebbe caratterizzato sistematicamente ogni disastro naturale in Italia.

Per un minuto e mezzo un tremendo brivido geologico percorre la spina dorsale del mezzogiorno d’Italia e precipita nella catastrofe tutto un mondo di antiche civiltà.

Per approfondire

Da vedere è il documentario di Lina Wertmüller, È una domenica sera di novembre, mentre da ascoltare ti consigliamo Lamalanotte, un audiodocumentario di Marcello Anselmo. Sul cosiddetto, invece, “Irpiniagate”, e non solo, puoi leggere Terremoti.Spa il libro-inchiesta di Antonello Caporale.

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