Chi è stato Tiberio Mitri, il pugile maledetto che ha sfiorato il paradiso

Chi è stato Tiberio Mitri, il pugile maledetto che ha sfiorato il paradiso

A coloro che credono di aver trovato la “strada”, ma che per il solito imprevisto la perdono. In fondo, lo dedico ai diseredati come me, che pur emergendo sono tornati alle origini. Tutto ciò che si crea con fatica in una vita, si può distruggere in dieci secondi.

Per parlare di Tiberio Mitri, abbiamo voluto usare le stesse parole del suo libro autobiografico La botta in testa. Una dedica, che riassume la parabola del pugile e dell’uomo. La malinconia di un campione.

Definito “il più bel pugile dell’Italia del Dopoguerra”. “Faccia d’angelo.” “L’angelo biondo del ring”. Prima di vivere, come l’ha definito splendidamente il critico Massimo Raffaeli: “Un autunno esistenziale segnato da ogni genere di affanni, di dolori, di lutti”. 

Prima di salire su un ring

Quando parliamo di pugili parliamo spesso di strade. Non sfugge al luogo comune neanche Tiberio. Le strade sono quelle di via Rigutti, a Trieste. Una zona, allora, povera e malfamata. Casa di teppisti e prostitute. Figlio di un portuale, presto orfano, Tiberio viene affidato a una vicina di casa. Siamo all’inizio degli anni ’30.

Studia in un istituto correzionale. Più semplicemente un riformatorio. Scappa quando può, approfittando dei momenti di confusione dovuti alla guerra. È qui che il giovane Mitri conosce le “leggi della vita”. Impara a farsi rispettare. Alle fughe, si aggiungono le denunce per rissa e furto.

A quattordici anni lavora dove può. Fa il garzone di un fornaio, il cromatore, il radiotecnico, l’elettricista. Tiberio è un ragazzo sveglio e scaltro. La prima volta che indossa i guantoni lo fa per mostrare agli amici della banda che è un “duro”. Si arruola volontario. Ma poi ci ripensa e scappa ancora. Quando ritorna a casa, Trieste è piena di palestre di pugilato. Ha quindici anni. Sente che la sua storia deve passare di là.

Il titolo italiano ed europeo

In palestra lo segue Bruno Fabris, amico allenatore e manager. Lo fa combattere una volta a settimana. Tiberio è dotato: abbatte tutti i suoi avversari. Non ha quello che in gergo si chiama il “colpo del ko”, ma compensa con il movimento di gambe e le combinazioni di colpi. È un buon incassatore. È anche discretamente elegante.

Quando deve scegliere se lavorare come impiegato al comune, o in palestra, sceglie la seconda. Sente, ancora una volta, che è sul ring il suo destino. Il primo incontro è ad agosto del ’46. Da quel giorno si fa chiamare la “Tigre di Trieste”. Nel ’48 è già campione d’Italia. L’anno dopo vince anche il titolo europeo.

Un matrimonio da favola

Alla fine degli anni ’40, Tiberio conosce Fulvia Franco, Miss Italia 1948. Lei ha diciotto anni, vuole fare l’attrice. Si conoscono e si sposano sei mesi dopo. La celebrazione del matrimonio ha un seguito mediatico notevolissimo per i tempi. Diecimila fan, sono definiti la coppia “più bella e patriottica d’Italia”. È uno dei “matrimoni italiani del secolo”. Da lei avrà un figlio. Niente sembra fermare Tiberio. Brucia le tappe, in fretta. Troppo. Non ha uno staff che lo segue, nessuno lo consiglia bene. Fa di testa sua. Finisce per fare scelte discutibili. Come quella di andare in America.

Il match contro Jake La Motta

Si affida al procuratore Turiello, legato al giro di incontri al Madison Square Garden. Ma è soprattutto una pedina di Frankie Carbo, boss del clan Lucchese di Brooklyn: il re degli allibratori. Il capo assoluto del racket del ring. Controlla tantissimi incontri di boxe negli Stati Uniti. Sa come spostare le puntate. Decide lui che Mitri dovrà combattere contro Jake La Motta, il “Toro del Bronx”. Il pugile protagonista di Toro Scatenato di Martin Scorsese.

È un match valido per il titolo mondiale. Il punto più alto della carriera sportiva di Mitri. Ma non sarà un grande incontro per lui. Perderà ai punti. Rimane comunque in piedi, resistendo ai tremendi colpi di La Motta. Da lì, sempre usando le parole di Raffaeli: “inizierà una caduta, che per più di un motivo, sarà rovinosa e inarrestabile“.

Il cinema

Dopo l’incontro, Tiberio si concentra più sul cinema. Lavora in una ventina di pellicole, senza mai avere il ruolo da protagonista. È sempre il comprimario. Nei film di John Huston, Mario Soldati, Mario Bava, Carlo Lizzani e ne La grande guerra di Mario Monicelli. Ha un ritorno di fiamma con la boxe, diventando nuovamente campione europeo nel 1954, ma si ritira nel 1957. Con un grande score di 101 incontri, 88 vinti e 6 persi. 

Ha scritto Dario Biagi nella nota al libro La botta in testa, a proposito della fine precoce della sua carriera, a soli trentun anni:

Età che al giorno d’oggi gli garantirebbe un altro decennio di carriera, ma ha già vissuto per nove o dieci vite. Vite a precipizio, da cui potrebbe cavare altrettanti romanzi autobiografici.

Senza la boxe Tiberio si perde. Si è separato da Fulvia. Si sposa una seconda volta. Ha un’altra figlia. Si apre un bar al centro di Roma, ma le cose non vanno bene. Rifiuta molte parti importanti per il cinema. 

Io che ero stato qualcuno per lo sport volevo diventare qualcuno anche per la società.

La caduta

È l’inizio della fine per Tiberio. Droga, alcol e debiti. Nell’agosto del 1980 viene arrestato. I suoi figli, Alessandro e Tiberia, muoiono entrambi, giovanissimi. Di morte terribile. Il primo per overdose, la seconda per Aids. Tiberio è malato di Parkinson e Alzheimer. Fulvia morirà nel 1988.

Mitri esce poco di casa, non supera mai i confini del suo quartiere, Trastevere. Ha pochi amici. Il pugile più amato del dopoguerra, “l’angelo biondo del ring”, non interessa più molto. Non riceve neanche il sussidio che gli spetterebbe di diritto per la legge Bacchelli. Chi si ricorda più delle sue imprese? Neanche lui, con la malattia che gli divora la memoria. Alle sei e mezza, la mattina del 12 febbraio 2001, viene trovato un corpo senza vita al ponte di Porta Maggiore. È stato travolto da un treno della linea Roma-Civitavecchia. È Tiberio. Si trovava lì in stato confusionale, ormai senza più ricordi.

Per approfondire la storia di Tiberio Mitri ti consigliamo la lettura di “La botta in testa”, un’autobiografia di Mitri, scritta, più probabilmente da Giancarlo Fusco. La riscoperta di questa gemma è merito del critico Massimo Raffaeli. Proprio di quest’ultimo consigliamo la puntata di Wikiradio. Ce n’è anche una de “La storia siamo noi“, dedicata a Tiberio.

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