La tragedia di Superga che sconvolse il calcio: la fine del

La tragedia di Superga che sconvolse il calcio: la fine del "Grande Torino"

Il lutto è atroce. La tragedia ci appare come una maledizione biblica, non meritata dal Torino né dall’Italia. Quei meravigliosi ragazzi non sono più con noi. E l’acerbo rimpianto non ha fine.

Gianni Brera racconta così, commosso, il vuoto che aveva lasciato nel cuore degli italiani l’incidente aereo avvenuto il 4 maggio del 1949. Un evento che passò alla storia come la tragedia di Superga.

Quando il velivolo con a bordo l’intera squadra del Grande Torino si schiantò contro la collina della città dove svetta la basilica di Superga. 31 le vittime. Oltre ai calciatori, l’equipaggio, i dirigenti della squadra, gli allenatori e alcuni giornalisti. Per ricordare quel “lutto atroce”, come lo ha chiamato l’indimenticato Gianni Brera, la FIFA ha proclamato il 4 maggio la “giornata mondiale del gioco del calcio”.

Il “Grande Torino”

Quando si parla di Superga si parla, per gli appassionati di calcio, non del Torino, ma del “Grande Torino“. Una squadra di club e colonna portante della Nazionale italiana. Ricordata ancora oggi come una delle formazioni più forti della storia del calcio.

La squadra stava vivendo, negli anni quaranta, quello che in gergo si chiama un “ciclo di vittorie”. Cinque gli scudetti vinti di fila, e una Coppa Italia.

La svolta si ebbe con l’industriale Ferruccio Novo, che assunse la presidenza della squadra nel 1939. Alla base della rivoluzione granata c’erano: una riorganizzazione societaria sullo stampo di quella dei cugini juventini guidati dall’imprenditore Agnelli. E poi una serie di acquisti di qualità da schierare in campo.

Il primo scudetto del “Grande Torino” arriva nel ’42-’43. L’ultimo nel 1949. Una formazione tipo (con qualche piccola variante di anno in anno) era questa: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II. Tanti i record stabiliti. Il maggior numero di partite casalinghe consecutive da imbattuti, maggior segnature in un campionato e in una singola partita. Con un formidabile 10 a 0 rifilato all’Alessandria. Giustamente, erano chiamato “Invincibili“.

Vittorio Pozzo, uno dei primi ad accorrere nel luogo dell’incidente a Superga, che aveva allenato quei giocatori nella Nazionale, così racconta il “Grande Torino”:

Coloro che non l’hanno vista all’opera non possono immaginare il dinamismo, e l’accordo stilistico e spirituale che da essa emanava quando l’unità si sentiva messa alla prova. Rimane come un esempio, un esempio unico, un fulgido esempio per tutti l’opera del Torino caduto a Superga.

L’incidente di Superga

Dopo aver disputato un’amichevole contro il Benfica—per aiutare il capitano di questa squadra, in difficoltà economiche (davvero “un altro calcio” rispetto a quello di oggi)—, la squadra rientra a casa su un trimotore Fiat G.212.

Il tempo su Torino è pessimo. Il pilota vede poco e male. In una dinamica ancora non accertata, forse a causa di problemi all’altimetro, o per il forte vento che aveva causato una deriva all’aereo, non si accorge di avere la fatale collina davanti, e non a destra come credeva. A una velocità di 180 chilometri orari, con una visibilità di 40 metri si accorge troppo tardi dell’errore. Non riesce a tentare alcuna mossa. Perdono la vita tutti i passeggeri.

Il 6 maggio si tengono i funerali. È il redattore capo cronache della RAI, Vittorio Veltroni, (padre di Walter) a seguirne la diretta. In piazza scende quasi un milione di persone.

Il campionato di calcio non viene sospeso ma viene proclamato a tavolino come vincitore il Torino. Per le restanti quattro partite gli avversari (così come era costretto il Toro) schierano i giocatori delle giovanili.

La paura che potesse ripetersi un incidente aereo spinge l’anno dopo la Nazionale italiana a partire alla volta dei Campionati del mondo in Brasile, in nave. Uno dei più bei ricordi del Grande Torino resta sicuramente quello scritto sulle pagine del Corriere della sera da Indro Montanelli.

Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede e così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta.

Per approfondire: consigliamo “Il romanzo del Grande Torino”, di Franco Ossola (figlio di un giocatore che perse la vita a Superga) e Renato Tavella. Da vedere anche il bel documentario di Bricca e Tavella intitolato “Sulle orme del grande Torino”.

Immagine di copertina | Il “Grande Torino” nella stagione 1948-1949