La Trilogia della Città di K: il capolavoro oscuro di Ágota Kristóf

La Trilogia della Città di K: il capolavoro oscuro di Ágota Kristóf

Una delle attrattive dei grandi romanzi è che riescono a comunicare in modo espressivo anche la tragicità della vita. Anche se forse non è piacevole ammetterlo, ai libri noi chiediamo anche di trasmetterci il dolore, e non solo la conoscenza o la speranza. E pochi scrittori hanno saputo trasmettere la tragicità dell’esistenza come Ágota Kristóf.

La scrittrice ungherese che con la sua Trilogia della Città di K ha creato uno degli stili di narrazione più strani, crudi ed espressivi di sempre. I tre romanzi che lo formano sono un viaggio all’interno degli angoli più disperati e angoscianti dell’animo umano, immerso in un panorama arido in cui non c’è spazio per la speranza. È una lettura veramente dolorosa, ma al tempo stesso bellissima.

Ágota Kristóf e l’infanzia

Nata a Csikvánd, in Ungheria, nel 1935, Ágota Kristóf crebbe in un ambiente estremamente isolato e inospitale. Un piccolo villaggio senza luce elettrica, senza acqua corrente, e senza mezzi di comunicazione. Non c’erano telefoni, e la stazione ferroviaria più vicina distaccava molti chilometri.

Imparò a leggere e scrivere quasi da sola, visto che anche la qualità della scuola era estremamente bassa, e si rifugiava nella lettura e nella scrittura appena poteva. Non aveva mire letterarie, non sapeva nemmeno che si potesse aspirare ad avere una carriera come scrittori: utilizzava la scrittura come semplice valvola di sfogo, e mezzo per esorcizzare la propria solitudine.

Non appena divenne un’adolescente, la famiglia—molto arretrata culturalmente, e dura nello stile educativo—la iscrisse a un istituto scolastico per sole donne. Nonostante la repressione del collegio, Kristóf ricorderà questa esperienza come uno dei periodi più floridi della sua esistenza.

La fuga in Svizzera

Dopo essersi diplomata, conobbe un giovane ragazzo ungherese e decise di sposarsi per sottrarsi all’influenza della famiglia. Ma il matrimonio fu anche il mezzo attraverso cui fu costretta a lasciarsi alle spalle tutto quello che conosceva. Nel 1956, infatti—durante la rivolta popolare ungherese per l’invasione sovietica—il marito, terrorizzato dalla prospettiva di essere ucciso dai russi, decise di fuggire dal paese.

Ágota Kristóf, quindi, si ritrovò catapultata in Svizzera, a Neuchâtel. Dove cominciò a lavorare in fabbrica per sostenere la famiglia. Furono anni estremamente duri: la prospettiva di non poter rimettere piede in patria la faceva soffrire immensamente, e la vita in quel paese straniero e alieno—di cui imparò a malapena a padroneggiare la lingua, che adotterà anche come idioma letterario—la rese infelice per tutto il resto della sua vita. Non perdonò mai al marito, infatti, di averla costretta a terminare la sua vita in un paese estraneo.

Fu la scrittura, però, a salvarla. Nella seconda metà degli anni Ottanta, infatti, cominciò a pubblicare i suoi libri. Che ottennero immediatamente l’attenzione del pubblico internazionale.

La Trilogia della Città di K

I romanzi che compongono questa trilogia sono rispettivamente Il grande quaderno, La prova, e La terza menzognaMa nella traduzione italiana sono tutto compresi in un unico volume. Intitolato appunto Trilogia della città di K.

Racconta la storia di due gemelli,  Lucas e Klaus, che vivono in un piccolo villaggio di un paese mai nominato, ma sotto il giogo di un invasore straniero. Abbandonati dalla madre alle cure di una nonna spietata e fredda. Che li obbliga a punizioni corporali e umiliazioni. Per temprarsi alla vita grama che li aspetta.

Nella prima parte del racconto i gemelli decidono di tenere un diario. Per annotare tutto quello che vedono e che li circonda. Per realizzarlo, decidono di utilizzare una tecnica molto particolare: non possono annotare niente che deformi la realtà con le loro impressioni personali. Nessun aggettivo, nessuna sfumatura o riflessione. Devono limitarsi a trasporre quello che vedono così com’é. Ne esce un dipinto estremamente crudo e duro della loro esistenza, che attraverso la sottrazione riesce a essere comunque estremamente espressivo.

Col passare del tempo i gemelli si separeranno: uno fuggirà dal paese natale, mentre l’altro rimane intrappolato in quella realtà. Fino a che, con diversi colpi di scena, le loro identità e la verità verrà a galla per entrambi. Kristóf attraverso questa storia compie un esercizio letterario di grande impatto: sviscera al contempo la solitudine di ogni essere umano, e la tragicità del Novecento europeo.

La Trilogia della città di K è un libro che non lascia scampo: perché non rende mai il dolore retorico. Non lo nasconde con le parole. È una lettura impegnativa, forse a tratti sconvolgente, ma che ha mostrato al mondo un grande talento.

Immagini: Copertina