Cinque capolavori per avvicinarsi a Truffaut, maestro del cinema francese

Cinque capolavori per avvicinarsi a Truffaut, maestro del cinema francese

Credo che non debbano esserci più categorie di spettatori. Che il cinefilo, che vede cento film all’anno, trovi più cose di colui che va al cinema una volta l’anno, è normale. Ma il film deve presentarsi esteriormente nello stesso modo per tutti e due.

Questo riguardo per lo spettatore, chiunque sia, ha sempre caratterizzato François Truffaut. Dapprima critico cinematografico—che mostrò ammirazione incondizionata per Hitchcock, Buñuel, Bergman, Renoir, Welles—poi regista dalla metà dei ’50. Per questa “considerazione del pubblico”, Truffaut è stato perfettamente calato, dal gusto comune, nei panni del più “gentile” e forse più “borghese” fra i protagonisti della stagione della Nouvelle Vague, mentre il ruolo dell’iconoclasta spetterebbe a Godard.

Ma Truffaut—amatissimo dagli italiani (e dagli americani) probabilmente più che dai francesi—resta pur sempre un narratore molto vitale e sempre spinoso. Paul Thomas Anderson—attualmente nelle sale italiane con “Il filo nascosto”in un’intervista la mette così:

I miei registi preferiti sono quelli che conoscono e abbracciano tutte le regole, ma, alla fine, lanciano in cima alle regole qualcosa di assolutamente punk-rock: insomma, François Truffaut.

Difatti colui che oggi, per tutti, è l’autore-tipo dei bei film di una volta, a venticinque anni era ribelle, anticonformista, insofferente e polemico. Sui Cahiers du cinéma, insieme ad altri futuri registi, escogitò la nozione di “Autore” di cinema. Principio estetico che malmenava il cinema cosiddetto “di qualità” del suo tempo. L’esaltazione dell’autore responsabile di gran parte del processo creativo—come Bresson, o Dreyer—o capace di “visione” personale all’interno del processo industriale—come Hitchcock—era per Truffaut una sfida al cosiddetto “cinema di papà” in cui il regista, perlopiù, metteva in scena adattamenti letterari scritti da altri.

Insomma, Truffaut rispettava il pubblico ma voleva “parlare in prima persona”, e lo fece sempre. Come affrontare la sua filmografia? Liberi dalla pretesa di essere esaurienti, abbiamo scelto solo 5 film per iniziare, che suggeriscono altrettante “prospettive” da cui guardare l’autore. Non è una top 5, ti consigliamo di vedere anche tutti gli altri. I film di Truffaut sono quasi tutti belli, e si danno senso l’un l’altro.

I 400 colpi

Nato nel 1932, Truffaut scopre da adolescente di essere figlio illegittimo. Il rapporto con la famiglia è conflittuale. Cattivo allievo, si infila sempre in qualche guaio: a 15 anni entra in riformatorio per il furto di una macchina da scrivere. È “salvato” dal cinema e dalla letteratura. Intermediario: il mitizzato critico André Bazin, che ne intuisce il valore, lo protegge, letteralmente gli trova lavoro (più di uno). Finché Truffaut non finisce a scrivere sui Cahiers du cinéma. Tutta l’attività di critico è una preparazione al primo film. Si legge in un suo articolo:

Come sarà il film di domani? Lo vedo ancora più personale di un romanzo, individuale e autobiografico come una confessione o come un diario. […] Il film sarà un atto d’amore.

I 400 colpi, presentato al Festival di Cannes 1959, è un “film di domani”. Uno dei film più belli sulla prima adolescenza e sulla ribellione. Ancora oggi un punto di riferimento per molti registi, anche giovani: come Xavier Dolan e Greta Gerwig.

Jean-Pierre Léaud a 14 anni è indimenticabile. L’incontro tra lui e il regista sarà l’occasione per la formazione del venerato “ciclo di Antoine Doinel”, inizialmente non previsto e anche per questo felicemente dispersivo. Dedicato all’alter ego Antoine Doinel, alle prese con storie d’amore e drammi familiari. Quattro lungometraggi e un corto: Antoine e Colette da “L’amore a vent’anni”, Baci rubatiNon drammatizziamo…è solo questione di corna (una delle titolazioni italiane più surreali che ci siano), e L’amore fugge. Per alcuni, il meglio di Truffaut.

Jules e Jim

Truffaut amava la letteratura: emblematico l’adattamento di Fahrenheit 451. Dopo “I 400 colpi” gira un film di genere (a modo suo), il capolavoro Tirate sul pianista, con Charles Aznavour, tratto dall’omonimo (per gli italiani) romanzo noir. Ma il suo miglior film “tratto da” un libro è forse il successivo “Jules e Jim”, dal romanzo di Henri-Pierre Roché (del quale rifarà anche “Le due inglesi”, con Léaud). Jules e Jim era una conscia negazione degli adattamenti cinematografici classici di opere letterarie. Dialoghi brillanti si alternano infatti a spezzoni del libro, introdotti dalla voce fuori campo. È un film, per l’epoca, libertario e appassionato: è possibile l’amore al di fuori delle convenzioni?

La sposa in nero

Truffaut e il noir: un rapporto che durerà per tutta la carriera. Letteramente: fino all’ultimo film, “Finalmente domenica!” Straordinario il dramma borghese del 1964, “La calda amante”, interpretato dalla maggiore delle sorelle Deneuve, Françoise Dorléac (la minore, Catherine, avrebbe interpretato, nel 1969, “La mia droga si chiama Julie”). La sposa in nero è un thriller, musicato da Bernard Herrmann, in cui Jeanne Moreau interpreta una “Lady Vendetta” che vuole far fuori uno dopo l’altro i responsabili della morte del marito, ucciso nel giorno del loro matrimonio. Julie è un angelo della morte in pieno stile Nouvelle Vague: la violenza è pochissima. Di grande ispirazione per il Tarantino di Kill Bill.

Effetto notte

Il Truffaut anni ’70 è considerato più “classico”. Ciò non significa che sia più conciliante. Basta pensare a un film ossessivo e cupo come La camera verde. Nel decennio, il regista conosce i suoi più grandi successi: come Gli anni in tasca (Truffaut è notoriamente un grande direttore di bambini), L’uomo che amava le donne, Adele H e Effetto notte. Con questo, uno dei film in cui è anche attore protagonista, Truffaut vince l’Oscar. È meta-cinema, il più celebre di sempre: film parlatissimo, malinconico e divertente, ambientato sul set caotico di un film mélo.

L’ultimo metrò

A proposito di melodramma, concludiamo con il film del 1980 che insieme al successivo, “La signora della porta accanto”, sembra quasi inaugurare una nuova fase, solo apparentemente affine al cinema “di qualità” disprezzato in gioventù, che non avrà seguito per la morte improvvisa di Truffaut nel 1984. L’ultimo metrò è un film d’epoca, ambientato nella Parigi occupata del 1942. Teatro (nel teatro), triangoli amorosi, resistenza politica: è sempre Truffaut, solo più pacato, più “olimpico” nel parlarci delle passioni.

Per me, il cinema è un’arte della prosa. Definitivamente. Si tratta di filmare della bellezza senza averne l’aria o senza avere alcuna aria.

Il libro-intervista di Truffaut a Hitchcock si legge ancora con piacere: all’incontro è stato dedicato anche un film. Due libri molto belli: uno, Autoritratto, raccoglie l’epistolario. L’altro, I film della mia vita, le passioni cinematografiche dell’autore. Per aspiranti cinefili: qui trovi gli articoli di Truffaut per i Cahiers du cinéma. Qui, invece, un classico “castoro” dedicato al regista (da cui abbiamo tratto le citazioni nell’articolo). 

Immagini: Copertina