Ugo Tognazzi, ritratto di uno dei “mostri del cinema italiano”

Ugo Tognazzi, ritratto di uno dei “mostri del cinema italiano”

In Italia abbiamo sempre avuto quella cattiva abitudine di etichettare tutti quelli che non rientravano nei limiti del buon costume. Una pratica che dagli anni del dopoguerra abbiamo mantenuto viva. Le nuove generazioni però, quelle a cui si affidavano spesso questi artisti anomali per essere compresi, hanno imparato a non essere così frettolose con le etichette.

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Un caso evidente è stato quello di Ugo Tognazzi. Polarizzato su due aspetti antagonisti ai costumi di allora: da una parte “Don Giovanni”, “rubacuori”, “Casanova”, e dall’altra “cinico”, “arrivista”, “amorale” e “mascalzone”. Tognazzi, durante la sua vita e la sua carriera, non ha mai nascosto le sue passioni e ha fatto di tutto per confondere i suoi spettatori e i suoi critici. “Non amo definirmi, preferisco lo facciano gli altri, anche se ogni volta non ne sono mai soddisfatto”. Forse l’unica definizione che gli rende giustizia è quella di un altro grande “incompreso” artista del Novecento italiano, Marco Ferreri: “Uomo e personaggio prima, solo dopo veniva l’attore”.

La personalità, il lavoro, le passioni di Tognazzi si possono afferrare soltanto a sprazzi, come un puzzle a cui mancano alcuni pezzi, un’interezza impossibile da colmare.

Ugo nasce a Cremona il 23 marzo 1922 (si spegnerà a Roma il 27 ottobre 1990). Il padre lavora come ispettore di una società di assicurazioni e costringe la sua famiglia a continui spostamenti in varie città. Ugo è un ragazzo timido, gli amici lo ricordano addirittura goffo con le ragazze.

Quando torna a Cremona, tredicenne, frequenta nel tempo libero il teatro del dopolavoro aziendale. Si avvicina all’avanspettacolo, perché sente il bisogno di uscire dal “gregge” in cui stava crescendo: “Non sapevo cosa volevo essere, ma ero sicuro che non sarei mai diventato un impiegato”. “Mia madre mi voleva prete, mio padre un giorno mi mise un violino in mano”.

La sua prima, adolescenziale, infatuazione è per la carriera da calciatore (sogni che svaniscono presto dopo la rottura del menisco). Non ha un titolo di studio, il padre malato deve ricoverarsi costringendolo ad andare a lavorare al salumificio Negroni come contabile e frequentare le scuole serali. “Ho pensato a questa cosa dell’attore così, perché andavo a vedere gli spettacoli a Cremona da solo e mi divertivo a ricopiare le battute”. E pensare che l’insegnante di scuola ricorda Tognazzi come l’unico allievo “senza senso dell’umorismo”.

Oltre al teatro, Tognazzi lega presto la sua immagine alla televisione e al cinema. L’esordio sul grande schermo avviene nel 1950 con I cadetti di Guascogna (insieme a Walter Chiari) e poi con La paura fa novanta e Una bruna indiavolata. In una RAI nata da poco, Tognazzi trova la sua prima fortuna con gli sketch accanto a Raimondo Vianello, dal 1954 al 1960.

Ma è nel cinema che il talento di Tognazzi trova finalmente la sua forma piena. Come ha scritto Gian Piero Brunetta: “Tognazzi ha esplorato il mondo di una serie di uomini senza qualità portandone alla luce la ‘mostruosità quotidiana’; è stato l’attore che meglio ha osservato le varietà specifiche dell’italiano del nord, dell’uomo della Padania, molto spesso proletario, ma con aspirazioni borghesi, in cui la cialtroneria è più mascherata da perbenismo, il cinismo è più freddo e calcolato, l’opportunismo più ragionieristico”.

Il suo volto è apparso in più di 100 film che hanno raccontato l’Italia dal dopoguerra alla crisi, passando per il boom economico. Dall’inizio degli anni sessanta Tognazzi si dedica principalmente a un cinema satirico, lavorando con Marco Ferreri che lo dirige in ruoli eccezionali, come Una storia moderna-l’ape regina, La donna scimmia, Marcia nuziale e La grande abbuffata. La fama arriva grazie a Dino Risi che gira “I mostri” del 1963, indimenticabile nell’episodio sull’educazione sentimentale del figlio.

Fortunata è stata anche la sua interpretazione in un altro capolavoro della commedia all’italiana che ancora oggi riscuote grande successo di pubblico: Amici Miei di Mario Monicelli del 1975 dove Tognazzi è il conte Mascetti.

Ma Ugo non è soltanto un attore divertente (“Quando si vuol far ridere bisogna farlo quasi senza saperlo”), ma è anche un raffinato attore drammatico. Proprio una di queste interpretazioni gli fa ottenere il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes del 1981 per La tragedia di un uomo ridicolo diretto da Bernardo Bertolucci.

Tognazzi, oltre a essere attore è stato anche regista, con cinque pellicole (Il mantenuto, Il fischio al naso, Sissignore, Cattivi Pensieri e I viaggiatori della sera), prima di dedicarsi, nell’ultima parte della sua carriera, al teatro.

Di Tognazzi, come spesso si è sottolineato, viene celebrata la sua goliardia, la passione per le donne e per la cucina (scrisse anche un libro di cucina). Ovviamente era anche tutto questo: “L’ultimo epicureo.

Per raccontare la prima si può ricordare l’episodio del 1979 quando compie uno degli scherzi mediatici più clamorosi della storia italiana. Per il settimanale satirico Il Male, Tognazzi si fa fotografare ammanettato da carabinieri e tre finte prime pagine di giornale (del Giorno, della Stampa e del Paese Sera) riportano la notizia, anche questa falsa, che si trattava di un capo delle Brigate Rosse.

Con le donne si definiva un “illegale regolare”. In un’intervista con Enzo Biagi ha detto: “Devo sempre essere onesto con gli altri e con me stesso”. Una passione, quella per le donne, che ha schiacciato la sua carriera d’artista. Spesso gli hanno chiesto se avesse cominciato a lavorare a teatro per avvicinare le belle donne, ma lui, sempre con lo stesso spirito, rispondeva: “No, le avvicinavo già prima”.

In ultimo il suo talento culinario. A raccontarlo ci pensa Paolo Villaggio che lo ricorda come una delle persone più intelligenti che abbia mai incontrato. “Aveva solo un difetto, era certo di essere un ottimo cuoco, e invece era un disastro”. I venerdì sera Tognazzi invitava gli amici a casa per quella che definiva “l’ultima cena dei dodici apostoli”. I suoi piatti forse troppo audaci, non soltanto per i commensali (il maiale tonnato o il coniglio di paranza), non sempre riscuotevano il giusto apprezzamento. Anzi. Una di quelle sere a tavola con Ferreri, Monicelli, Benvenuti, Salce, Celi, Gassman e Villaggio; Tognazzi chiede un parere sulla cena. Per evitare l’imbarazzo Villaggio propone delle votazioni segrete. Mentre vengono scrutinati i giudizi, tragicamente negativi, scende un silenzio lugubre a tavola. Rotto all’improvviso da Ugo che chiede a Villaggio di ridargli i bigliettini. “Cosa te ne fai?”, “Li porto da un grafologo”.

Immagine via YouTube