L'odissea di Ultimo tango a Parigi, un film che “non doveva esistere”

L'odissea di Ultimo tango a Parigi, un film che “non doveva esistere”

È osceno e va bruciato.

È stata questa la recensione della Corte di cassazione al film di Bernardo Bertolucci, Ultimo tango a Parigi. Le vicissitudini censorie hanno accompagnato il film per quindici anni. Ponendo al centro del dibattito culturale la solita domanda: si può censurare un’opera d’arte?

Ne abbiamo già parlato a proposito di Céline, il grande scrittore francese che si macchiò di antisemitismo. Ma nel caso del film di Bertolucci? Quelle accuse di oscenità, che si inasprirono fino al rogo delle copie (unico caso nell’Italia del dopoguerra), oggi ci sembrano goffe. Ci aiutano però a capire il nostro Paese e come i nostri costumi siano cambiati. 

In occasione del suo ritorno nelle sale cinematografiche dal 21 al 23 maggio nella versione restaurata in 4K a cura della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia; abbiamo voluto ripercorrere tutta la sua odissea. O come l’ha definita, più duramente, il critico Paolo Mereghetti: “Un vergognoso calvario”.

L’inizio dello scandalo

Ultimo tango a Parigi è una storia di amore e morte, ambientata in una cupa Parigi post ’68. Paradossalmente, tra i film di Bertolucci, è quello che oggi sembra essere invecchiato peggio. Mostra i segni del tempo. È un film claustrofobico, ambientato principalmente in una camera d’albergo. E di chiusura con il mondo esterno.

Il tango è la sublimazione del corteggiamento e della schermaglia amorosa—ha detto il regista in un’intervista—come lotta, come fatto quasi di sangue, non per caso è nato nel quartiere dei bordelli a Buenos Aires”.

La lavorazione del film è già maledetta. Prima di arrivare a Marlon Brando Bertolucci contattò Belmondo. Che rifiutò di incontrarlo dopo aver letto la sceneggiatura “pornografica”. Sul set furono frequenti i momenti di tensione tra Bertolucci e i due attori. Maria Schneider, anni dopo le riprese, parlerà addirittura di violenze subite sul set. Si riferisce alla scena della sodomizzazione di Brando. Improvvisata dall’attore, con la complicità del regista che non disse niente all’attrice per una recitazione più realistica. 

I primi problemi arrivano nel 1972. Dopo un lungo tira e molla con la commissione di censura del ministero, ci si accorda per tagliare 8 secondi. Sembrano pochi, ma sono “tattici”. Piccoli tagli nei momenti più caldi. Inclusa la famosissima scena del burro. Poco dopo il film viene presentato a New York. Al Lincoln Center. Un evento che segna l’inizio del successo commerciale. La critica Pauline Kael lo definisce sulle colonne del New Yorker:

Il più potente film erotico mai fatto.

A breve però inizierà il calvario italiano della pellicola. Le vicissitudini penali si inaspriscono.

Il processo a Ultimo tango a Parigi

In Italia quando esce è campione di incassi. Fino all’uscita de La vita è bella, il film di Bertolucci registra il più alto incasso di sempre per un film italiano. Un successo anche in un certo senso “agevolato” dall’ombra di film maledetto che si porta dietro per quindici anni. Il 30 dicembre del 1972 viene però sequestrato.

Prima di arrivare alla corte di cassazione—e definito come abbiamo letto all’inizio dell’articolo—viene sottoposto al giudicato della corte d’appello di Bologna per ben due volte. Tra le motivazioni del rinvio al giudizio si parla di:

Esasperato pansessualismo fine a se stesso inteso a sollecitare lo sfrenato appetito dei piaceri sessuali.

Al processo vengono coinvolti oltre al regista e al produttore, anche il distributore e i protagonisti del film. Il processo termina il 29 gennaio 1976, e si conclude con alcune condanne. Lo sceneggiatore, il produttore, il regista e Marlon Brando vengono condannati a due mesi di prigione con la condizionale. Pena poi sospesa. Bertolucci, inoltre, viene anche privato dei diritti politici per cinque anni.

Le copie del film vengono bruciate. Per fortuna ne rimangono alcune, conservate alla cineteca nazionale di Roma. Vengono organizzate proiezioni clandestine alla sede del Partito Radicale. Vengono fatte interpellanze parlamentari. Ma tutto si rivela inutile, il film resta proibito. 

Il caso viene riaperto

Il “caso Ultimo tango a Parigi” si riapre, in maniera improvvisa, nel settembre del 1982. Durante il festival “Ladri di cinema”, organizzato da cinque giovani appassionati di cinema. Tra i registi che intervengono al festival c’è Bertolucci. All’insaputa del pubblico viene organizzata una proiezione del film proibito. “Un film che in Italia non doveva esistere”, come ha detto Emiliano Morreale.

Si riapre di nuovo il processo. Di chi è la copia? “Di Fassbinder“, si difendono i ragazzi. Morto qualche mese prima. Il processo ancora—se possibile—più grottesco del primo, coinvolge oltre i ragazzi, anche i produttori del film, di nuovo, anche se non c’entrano nulla. A difendere gli organizzatori del festival viene in soccorso l’avvocato Massaro. Vecchia volpe del foro che aveva tirato fuori dai guai Ferreri e Pasolini. L’avvocato chiede di rivedere il film, una volta per tutte. Per mostrare a tutti che ormai, in pieni anni ’80, una pellicola così si era allineata ai costumi “più permissivi”. Un altro processo durerà fino al 10 febbraio 1987, con una sentenza:

È dato di comune esperienza che negli ultimi quindici anni il clima sociale sia mutato esprimendo, sempre più, in sostituzione della morale largamente ispirata alla tradizione cattolica, quella propria di una società laica e pluralistica, largamente permissiva e sempre più omologa ai modelli della civiltà avanzate dell’occidente.

Così Ultimo tango a Parigi non è più un film osceno. A febbraio viene assolto. Ma ancora un’ultima beffa. L’anno dopo viene di nuovo censurato per il passaggio in televisione. Bertolucci, che aveva visto troppe volte morire e risorgere il suo film, lo accettò in maniera zen.

Non abbiamo bisogno di nomi qui dentro. Dimenticheremo tutto ciò che sappiamo, tutto. Cose, persone, gli altri, tutto ciò che siamo stati, gli amici, la casa, dobbiamo dimenticare ogni cosa, ogni cosa.

Immagine di copertina