"Perdonarci l’un l’altro i nostri errori": la tolleranza secondo Voltaire

Voltaire (1694-1778), simbolo dell’età dei “lumi”, fu più giornalista e scrittore che filosofo: un pensatore spesso impreciso e privo di scrupolosità analitica quanto, per contro, iperattivo, intelligente e determinato. Perciò, se oggi potrebbe farci quasi sorridere, ad esempio, la sua concezione della storia nelle grandi linee—né costante evoluzione dell’umanità verso il meglio, come in Immanuel Kant, né progresso come “processo necessario”, qual era per i positivisti nell’800, ma una vicenda senza mèta, che sporadicamente si “illumina” in epoche circoscritte eppure vaghe (l’età “di Cesare e di Augusto”, il Rinascimento)—molte sue opinioni, per audacia, mordente e giustezza, sono attualissime. O forse “inattuali” perché ancora ci rifiutiamo di ascoltarle davvero. Come le sue opinioni sull’importanza fondamentale della tolleranza.

Che cos’è la tolleranza? È l’appannaggio dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura.

Inizia così la voce “Tolleranza” del Dictionnaire philosophique portatif, il Dizionario Filosofico di Voltaire pubblicato anonimo nel 1764, un anno dopo l’uscita di un celebre pamphlet del francese, il Trattato sulla tolleranza, che prendeva le mosse dal “caso Calas”. Il caso: un commerciante ugonotto abitante di Tolosa, sottoposto a processo sommario senza concessione di un avvocato, nel 1762 era stato torturato alla ruota, strangolato e arso perché giudicato colpevole—senza prove concrete a sostegno—della morte del figlio di cui non avrebbe approvato la conversione al cattolicesimo.

La tolleranza secondo Voltaire

Il Trattato è un testo capitale sulla libertà di pensiero. Sul rispetto delle opinioni. Sulla libertà confessionale. Alcuni princìpi che oggi identificano una società civile e democratica. Vi scrive Voltaire, in un passo che sarà richiamato nella relativa voce (e in tante altre voci) del suo Dizionario Filosofico:

La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Non resta che perdonarci vicendevolmente le follie. È questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani.

Voltaire era deista. Un deista ammetteva, per usare termini kantiani, il concetto trascendentale di un essere originario, ovvero, per dirla con Voltaire, il concetto di un “grande orologiaio”. Ma, antidogmaticamente, negava la provvidenza e la rivelazione. Il deista proclamava perciò la superiorità di una religione razionale e “naturale”—poche ed essenziali le sue verità fondamentali—sulle religioni rivelate. Ciò porta con sé, in Voltaire, sfumature anticristiane. Ecco come prosegue, dopo l’incipit, la voce “Tolleranza”:

Alla Borsa di Amsterdam, di Londra, di Surat, o di Bassora, il ghebro [persiano zoroastriano], il baniano [commerciante indiano], l’ebreo, il musulmano, il deicola cinese [confuciano], il bramino, il cristiano greco [ortodosso], il cristiano romano [cattolico], il cristiano protestante, il cristiano quacchero trafficano insieme.

Nessuno di loro leverà il pugnale contro un altro per guadagnare anime alla propria religione. Perché, allora, ci siamo scannati a vicenda quasi senza interruzione, dal primo concilio di Nicea in poi? Costantino cominciò col promulgare un editto che permetteva tutte le religioni, e finì col perseguitarle.

Contro il fanatismo: accettare idee e atteggiamenti diversi dai propri

Voltaire, come il padre dell’empirismo John Locke, autore del famoso saggio Lettera sulla tolleranza, scriveva dopo la Guerra dei trent’anni, una delle guerre di religione più terribili della storia europea. Anch’egli, come il filosofo britannico, si scagliava contro il fanatismo e la meccanica del potere che lo alimenta.

Ogni setta, come si sa, è sinonimo di errore: non ci sono sette di geometri, di algebrici, di matematici, perché tutte le proposizioni della geometria, dell’algebra e dell’aritmetica sono vere. […]

È chiaro che chiunque perseguiti un uomo, suo fratello, perché questi non è della sua opinione, è un mostro. Questo è indiscutibile. Ma il governo, i magistrati, i principi, come si comporteranno con coloro che professano un culto diverso dal loro? Se sono stranieri potenti, è certo che un principe farà alleanza con loro. Il cristianissimo Francesco I, si alleerà con i musulmani contro Carlo V re cristianissimo. Francesco I darà denaro ai luterani di Germania per sostenerli nella loro rivolta contro l’imperatore, ma comincerà, secondo l’uso, col far bruciare i luterani che sono nel suo regno: li finanzia in Sassonia per ragioni politiche. Li brucia, per le stesse ragioni, a Parigi.

E cosa succederà? Le persecuzioni fanno proseliti. E ben presto la Francia sarà piena di nuovi protestanti. Dapprima, essi si lasceranno impiccare. Poi impiccheranno a loro volta. Ci saranno guerre civili, poi verrà la notte di san Bartolomeo. E questo angolo del mondo sarà peggio di tutto quanto gli antichi e i moderni dissero dell’inferno.

Il valore della parola “libertà”

Leggendo l’inizio di questo passo, poi, sembra di ascoltare un anticipo dell’articolo di Kant, Che cos’è l’Illuminismo? (1784), in cui il filosofo tedesco sprona l’uomo a uscire dallo “stato di minorità”.

‘Io posseggo una dignità e una potenza, attribuitemi dall’ignoranza e dalla credulità. Cammino sulle teste degli uomini prosternati ai miei piedi. Se essi si sollevano da terra e mi guardano in faccia, sono perduto. Bisogna dunque che li tenga giù con catene di ferro’. Così han ragionato uomini resi potentissimi da secoli di fanatismo. Essi hanno sotto di loro altri potenti, e costoro ne hanno altri ancora, e tutti si arricchiscono con le spoglie del povero, si ingrassano col suo sangue, e ridono della sua imbecillità. Essi detestano tutti la tolleranza, come i faziosi arricchitisi a spese della collettività hanno paura di rendere i conti. E, come i tiranni, temono la parola ‘libertà.

La capacità di abbandonare antichi pregiudizi e impulsi intolleranti, a partire da un “campo” fondamentale dell’integrazione culturale, quello religioso, era per Voltaire la sola maniera di porre fine alla “orribile discordia che dura da tanti secoli” fra i popoli e i singoli. Come ribadito dalla splendida chiusa della voce “Tolleranza”:

Noi dobbiamo tollerarci a vicenda, perché siamo tutti deboli, incoerenti, soggetti all’incostanza e all’errore. Un giunco piegato dal vento nel fango dirà forse al giunco vicino, piegato in senso contrario: ‘Striscia come me, miserabile, o ti denuncerò perché tu sia divelto e bruciato?’

Qui il Dizionario filosofico di Voltaire. Ti consigliamo di leggere, prima, il Trattato sulla tolleranza

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