Walker Evans, il maestro della fotografia di stile documentario

Walker Evans, il maestro della fotografia di stile documentario

Walker Evans è stato il maestro americano della fotografia di stile documentario. Non troverai fotografie di guerra nel suo repertorio. Non ci sono neanche ritratti di celebrità. Né moda: il personaggio era quanto di più lontano si possa immaginare da un art director. 

Trovi invece insegne Coca Cola consunte. Chiesuole di legno in mezzo alla campagna. Officine malconce. Architettura popolare. Rifiuti (dal 1973 scatterà migliaia di Polaroid che ritraggono porte, idranti, case, rottami). E uno smisurato numero di volti. Ripresi, a seconda delle epoche, delle scelte, delle necessità, in cento modi diversi. Frontalmente, in posa, oppure in movimento, o di scorcio, e magari quasi a caso. Nonostante ciò, per quanto appaia contraddittorio, Evans affermava di nutrire un interesse limitato negli individui.

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Non sono interessato alle persone nel senso di “soggetti”, nel senso di individui. Mi interessano invece come parti dell’immagine totale. E anonime.

L’onestà dello sguardo

Oggi riteniamo che l’empatia sia un valore fondamentale, per un artista. Ma Evans, che si definiva tale—e perciò chiedeva che le sue foto fossero giudicate non documentarie, ma di stile documentario—ci teneva, in un certo senso, a mostrarne poca. Riteneva la macchina fotografica, considerata come estensione dell’occhio del fotografo, perfettamente in grado di mentire. Perciò teneva in alta considerazione l’onestà dello sguardo: questa coincideva, per lui, con un “senso della distanza”. Anche dalle istanze sociali progressiste.

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È presuntuoso, e ingenuo, credere di poter cambiare la società con una fotografia, o qualsiasi altra cosa… lo considero allo stesso livello della propaganda; è una convinzione di scarso valore.

Chi era Walker Evans

Nacque nel 1903 nel Missouri, morì nel 1975. Di famiglia agiata, dopo la laurea svolse vari lavoretti, senza saper bene che fare. Aveva il mito di Parigi: riuscì a trasferirvisi per un anno nel 1926, dove frequenterà qualche lezione alla Sorbona, appassionandosi a Flaubert, a Baudelaire. Tornato a New York, riprende con i lavoretti. Stringe amicizia con John Cheever e Lincoln Kirstein. Si avvicina alla fotografia.

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Inizia a studiare le fotografie di Matthew Brady, e la “nuova oggettività” tedesca (ad esempio, August Sander). Si fa le sue idee: è nemico del pittorialismo ottocentesco (pensiamo al “flou” di Julia Margaret Cameron). Egualmente prende le distanze dai fotografi che cercavano (e cercheranno, vedi Minor White) un significato trascendente nell’immagine: come Alfred Stieglitz, con la cui produzione si confronta. Non sorprende, dunque, il suo grande interesse per i vecchi palazzi, i cortili, le scene di strada di Parigi che affollano il repertorio del grande fotografo flâneur Eugène Atget.

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La sua fotografia è un racconto dell’America e del suo immaginario. Fotografa a New York tra il 1929 e il 1930. Nel 1935 ottiene l’unico lavoro “vero”, a salario regolare, della sua vita: scattare foto per il Farm Security Administration (FSA). Lo scopo: documentare la recessione negli ambienti rurali. In confronto agli altri fotografi impiegati, Evans scatta poco: ma è un repertorio importante il suo, una ricerca del puro documento.

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I grandi reportage di Walker Evans

Nel 1936, con lo scrittore James Agee, lavora a un reportage sulla Grande Depressione che diverrà un importantissimo libro. Risale al 1938 la sua prima personale, al MoMA: “American Photographs” è la prima personale di un fotografo allestita dal museo. Nei decenni seguenti continuerà a realizzare reportage. Dagli anni ’50 si dedica, parallelamente, all’insegnamento. Negli anni ’60 vedrà pubblicato il reportage “Many are called”, realizzato vent’anni prima. Composto di scatti “rubati” ai passeggeri della metropolitana di New York, lungo una “perlustrazione” durata tre anni.

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Ma il progetto più importante di Evans resta quello iniziato nel 1936. Quando con lo scrittore James Agee accetta una commissione della rivista Fortune. Ritrarre tre famiglie di fittavoli dell’Alabama. Allestendo un ritratto narrativo e fotografico dei contadini poveri nel tempo della recessione. Ben presto il reportage diventa qualcos’altro. Una sorta di avventura spirituale e morale. Rifiutato dalla rivista, finirà per diventare un libro, oggi molto famoso, con una sessantina di fotografie di Walker Evans. Foto impassibili e allo stesso tempo struggenti,

“Sia lode ora a uomini di fama”

Il volume si intitola Let Us Now Praise Famous Men (1941), tradotto e pubblicato in italiano come “Sia lode ora a uomini di fama” (frammento dal libro biblico del Siracide).

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Secondo il traduttore Luca Fontana, il testo costringe:

I più eterogenei materiali dell’esistenza, suoni di natura, suoni della vita organizzata, strazi dell’animo […], fatiche del corpo, […] entro una forma grandiosa che tutto redima, che tutto riscatti e consoli, e sospinga poi verso un paradiso che si sa che non esiste.

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L’introduzione di James Agee, articolata e dura, è stata definita, sul blog letterario Minima&Moralia (dove puoi leggerla per intero), un’“obiezione di coscienza”. Inizia così:

Sembra a me curioso, per non dire osceno e affatto terrificante, se accade che un’associazione di esseri umani riuniti dal bisogno e dal caso, e a fini di profitto costituitisi in azienda, un organo di giornalismo, si metta a spiare nell’intimo le vite di un gruppo di esseri umani senza difesa e spaventosamente deprivati, una famiglia rurale indigente e ignorante, allo scopo di esibire la miseria, lo svantaggio e l’umiliazione di queste vite di fronte a un altro gruppo di esseri umani, nel nome della scienza, del “giornalismo onesto” (qualunque cosa significhi un tal paradosso), dell’umanità, del coraggio sociale.

E per denaro, e per farsi una reputazione di paladini e di imparziali, reputazione che, con le dovute abili riserve, è scambiabile contro denaro in qualsiasi banca (e in politica, contro voti, raccomandazioni, abramolinconismo, etc.); e che queste persone siano capaci di meditare un simile progetto senza il minimo dubbio circa la propria qualifica a fare un lavoro “onesto”, e con coscienza più che limpida, e nella certezza effettiva di quasi unanime approvazione pubblica.

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Scarica gratis sul sito del Getty Museum il catalogo delle opere di Evans che il museo possiede.

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