Guida introduttiva a storia e tecniche della fotografia di paesaggio

Guida introduttiva a storia e tecniche della fotografia di paesaggio

Era il 1826 quando Joseph Nicéphore Niépce realizzò un’immagine della veduta della sua tenuta in Borgogna, producendo quella che oggi è considerata una delle prime fotografia della storia. E che era proprio una fotografia di paesaggio. Il ricercatore francese aveva usato un complesso sistema che prevedeva l’utilizzo della litografia unito all’ausilio di una camera oscura e dell’olio di Bitume. Per realizzare lo scatto, ci vollero ben otto ore di tempo di esposizione.

La foto di Joseph Nicéphore Niépce. Immagine via

La foto di Joseph Nicéphore Niépce. Immagine via.

Gli inizi della fotografia di paesaggio

Con l’avvento, nel 1837, della dagherrotipia—che prevedeva tempi di posa di appena 10 minuti—la fotografia di paesaggio si diffuse in fretta. Iniziarono a circolare le prime foto di luoghi lontani e vicini scattate da pionieri (come William Talbot e David Octavius Hill) entusiasti di poter immortalare in così poco tempo tantissimi dettagli del reale.

Da allora, questo genere si è dimostrato un mezzo dal potentissimo valore descrittivo—diventando l’indiscusso protagonista delle cartoline, che iniziavano a diffondersi all’epoca—ma anche documentaristico. Ne sono una testimonianza le foto scattate dall’inglese Robert Fanton durante la Guerra di Crimea (1853 – 56), considerate il primo tentativo di fotogiornalismo.

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Il Campo della cavalleria presso Balaklava, di Rorger Fanton. Immagine via.

Ma oltre a questo, le fotografie di paesaggio rappresentano una forma d’arte. Basta pensare ad Ansel Adams e ai suoi scatti in bianco e nero, realizzati nei diversi parchi nazionali degli Stati Uniti e considerati dei veri e propri capolavori espressivi.

 The Tetons and the Snake River (Parco nazionale del Grand Teton, 1942). Immagine via.

The Tetons and the Snake River (Parco nazionale del Grand Teton, 1942). Immagine via.

Tutto questo è il significato intrinseco della fotografia di paesaggio, e per aiutarci ad approfondirlo Hello!World ha contatto il fotografo Giuseppe Toscano. Docente di fotografia in istituti specializzati—dalla Fondazione Studio Marangoni di Firenze alla New York University—e specializzato in fotografia di paesaggio, Toscano ha esposto i suoi lavori in gallerie e Festival come la Triennale di fotografia di Tampere in Finlandia e il Centre d’Art in Lussemburgo; e la lavorato a progetti di sensibilizzazione come “Terre Ferme,” mostra collettiva sui luoghi emiliani colpiti da terremoto del 2012 . In questo video spiega alcuni trucchi (che vedremo anche in seguito nel dettaglio) per scattare foto impeccabili dei tuoi panorami preferiti:

I maestri della fotografia di paesaggio in Italia e all’estero

Prima di occuparci della parte pratica, però, ripercorriamo insieme i nomi più importanti di questo genere fotografico. Tra loro non si può non iniziare da Luigi Ghirri (1943 – 1992), considerato caposcuola del genere.

I suo scatti crudi e semplici della provincia emiliana, dei luoghi che definì “della memoria,” sono quelli che lo resero noto al grande pubblico. Ma a Ghirri, aprifila in tutto, si deve riconoscere anche la grande abilità di aver fatto appassionare al paesaggio intere generazioni di fotografi. Ne è una prova il suo progetto Viaggio in Italia (1984), contenente fotografie da tutta la penisola, a cui parteciparono decine di fotografi italiani e non; tra questi in particolare citiamo Guido Guidi e Gabriele Basilico.

Anche Guido Guidi (1941) è tra i primi fotografi ad aver immortalato il paesaggio antispettacolare della provincia italiana. Osservando i suoi lavori sulla strada Romea, Porto Marghera e Ravenna si può notare come Guidi conduca un lavoro che può essere considerato uno “scavo stratigrafico” ; raccoglie segni del passato e del presente, li accumula in cerca di risposta, evitando qualsiasi tipo di romanticismo.

#GuidoGuidi #vintage #colourphotography #italy 1988 #collectorsitem

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Al contrario dei primi due, a Gabriele Basilico (1944 – 2013) interessavano le trasformazioni del paesaggio, l’identità cangiante delle metropoli del mondo. I suoi scatti in bianco e nero erano frutto di quella che definiva “pratica della contemplazione”, una paziente ricerca di ciò che rappresentasse meglio il luogo da raccontare.

Tra i fotografi stranieri, invece, è interessante conoscere il lavoro dell’inglese Michael Kenna (1953): uno dei grandi esponenti della fotografia paesaggistica minimalista, basata su immagini pulite e che trasmettono tranquillità nell’osservatore. Kenna scatta spesso di notte e con tempi d’esposizione che possono superare le 12 ore, per ottenere paesaggi eterei, che sembrano quasi di un altro pianeta. Recentemente ha sviluppato un lavoro sulla regione Abruzzo.

#michaelkenna #japan #minimal #hokkaido

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Agli antipodi di Kenna troviamo il tedesco Andreas Gursky (1955), diventato famoso per i suoi paesaggi affollati da persone o oggetti. Qualche tempo fa ha dichiarato al Guardian che la fotografia a cui è più affezionato l’ha scattata nel 1990 proprio in Italia, al porto di Salerno: “Ero sopraffatto da quello che vedevo. […] Ho visto immediatamente quel pattern, quella densità pittorica, quell’estetica industriale. Questa immagine è diventata per me un pezzo importante, un punto di svolta”.

Salerno 1990 – Andreas Gursky. We spent the afternoon at the newly re-opened Hayward gallery in London, exploring the fantastic Gursky retrospective. Absolutely loved this exhibition of supersized photographs. Here, the artist captures a busy harbour in an Italian port town, the accumulation of the cars, containers , buildings and the hills. All in this complex super sharp photograph which was a turning point and paved the way for more epic landscapes after. “It went against all he had been taught “, this image captures almost a world without hierarchy in which each element is as important as the other. On till April- do not miss it! #andreasgursky #largescalephotography #abstractphotography #pacegallery #gagosian #whitecubegallery @hayward.gallery #salerno

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Infine, citiamo il fotografo brasiliano Sebastiao Salgado (1944). All’interno dei suoi lavori documentari si trovano fotografie di paesaggio notevoli, già entrate nella storia della fotografia: basti pensare ai suoi scatti ai pozzi pretroliferi durante la guerra del Golfo o a quelli che immortalano la natura incontaminata dell’Antartide.

Come scattare foto di paesaggi: i consigli degli esperti

Oltre a essere un’arte che possiamo apprezzare, ogni fotografo amatoriale o esperto che sia ha provato a cimentarsi nelle fotografie di paesaggio. Un’esperienza complessa, perché non sempre è automatico intuire in che modo valorizzare il soggetto. Per questo, per migliorare i propri risultati, è sempre utile affidarsi ai consigli degli esperti.

Anche se oggi i tempi di esposizione non sono più paragonabili allo scatto di Niépce da cui è iniziato il nostro viaggio, quella temporale è una dimensione fondamentale in questo tipo di fotografia.

Ne sa qualcosa il fotografo Robert Caputo, che ha curato per National Geographic The Ultimate Field Guide to Landscape Photography. Come primo suggerimento, ricorda qualcosa che non si ripete mai abbastanza: la macchina fotografica non è il tuo occhio, ma una sua estensione. “Il nostro campo visivo comprende gran parte della scena, ma i nostri occhi e cervello hanno la capacità di focalizzarsi sui dettagli che riteniamo più affascinanti,” spiega Caputo. “Lenti e sensori non possono farlo da soli. Hanno bisogno di aiuto”.

Anche l’esplorazione è fondamentale: “Parte della gioia di praticare fotografia di paesaggio è immergersi nella natura. Vaga e inizia a prendere confidenza col luogo”, continua Caputo. “Ci vorrà tempo e pazienza per scoprire il modo migliore per mostrare ciò che lo rende unico”. Solo dopo, così, potrai visualizzare la fotografia che vuoi scattare. “Quindi pensa al tempo, alla luce e alla composizione che tradurranno in una fotografia ciò che vedi nella tua mente.”.

Ma come organizzare la foto a livello compositivo? In questo, ci viene in aiuto il fotografo Giuseppe Toscano, che ha individuato per noi cinque regole per scattare fotografie di paesaggio impeccabili.

Regola 1. Foto di Giuseppe Toscano.

Regola numero 1. Foto di Giuseppe Toscano.

Una prima è creare una cornice per inquadrare il paesaggio. Ciò può essere fatto semplicemente sfruttando “un elemento architettonico, oppure naturale, in modo da dare maggiore profondità,” spiega Toscano. Questo trucco, inoltre, è molto utile soprattutto quando un paesaggio risulterebbe “troppo piatto, se fosse fotografato senza un soggetto [che lo racchiude] in primo piano.”

Regola 2. Foto di Giuseppe Toscano.

Regola 2. Foto di Giuseppe Toscano.

Un altro trucco compositivo, poi, consiste nell’utilizzare linee diagonali per mettere in risalto il punto prescelto e su cui si vuole venga prestata maggiore attenzione. Tali linee possono essere naturali o architettoniche e “accompagnano lo sguardo dell’osservatore lì dove il fotografo ha prescelto il suo soggetto,” continua Toscano.

Una terza regola, invece, è quella di aggiungere profondità in modo da riempire tutto il fotogramma. “Questo può essere fatto andando a cercare degli elementi o dei soggetti che si rapportino col paesaggio vero e proprio”, spiega Toscano. In pratica: mettendo in risalto oggetti, animali o persone in primo piano che, rapportati al paesaggio circostante, ne chiariscano la vastità in scala—senza mai dimenticare un dettaglio importantissimo: il soggetto delle foto è il paesaggio, nient’altro.

Regola numero 3. Fotografia di Giuseppe Toscano.

Regola numero 3. Fotografia di Giuseppe Toscano.

Tutto questo, poi, può essere fatto centrando il soggetto; oppure utilizzando la nota regola dei terzi, basata sul posizionamento dell’oggetto prescelto in uno dei punti di intersezione dei nove quadranti che compongono la foto per ottenere maggiore dinamicità nello scatto.

Ma non è detto che non si possano cambiare gli equilibri e basarsi su altri tipi di costruzione dell’immagine. Toscano, infatti, spiega che si possono usare anche le geometrie e i contrasti della luce, o ancora “volgere lo sguardo verso l’alto o verso il basso, in modo da cambiare la percezione della realtà e rendere il nostro soggetto ancora più interessante”.

La sua ultima e quinta regola, infine, si basa su un assunto che tendiamo a dimenticare: rendere l’immagine il più semplice possibile. Per fare questo, “dobbiamo concentrare lo sguardo della nostra fotocamera verso l’oggetto interessato, in modo che l’osservatore abbia ben chiaro dove deve andare a fermare il proprio sguardo, qual è il messaggio che vogliamo comunicare attraverso questa immagine”.

Regola numero 5. Fotografia di Giuseppe Toscano.

Regola numero 5. Fotografia di Giuseppe Toscano.

Insomma, come dice sempre Caputo, “Non accontentarti mai di ciò che vedi dal mirino la prima volta che lo porti all’occhio. Spostati, sdraiati, trova un’angolazione sempre diversa”.

Studiare la fotografia di paesaggio: testi, documentari e corsi utili

Se vuoi affinare e approfondire le tecniche per scattare paesaggi, esistono diversi testi dedicati al tema. Oltre al già citato testo del National Geographic—ricco di consigli per fotografare al meglio specchi d’acqua, boschi o sugli orari migliori—ci sono per esempio la Guida Lonely Planet alla fotografia di viaggio, corredata da 270 immagini, per ritornare “dai vostri viaggi con le fotografie che avreste sempre voluto scattare.” Ma anche la guida “Fotografare i paesaggi: da semplici istantanee a grandi scatti”, edita da Pearson, è altrettanto valida.

Se, poi, sei interessato a capire il pensiero dei grandi fotografi di questo genere, ti consigliamo due differenti testi. Il primo è il saggio “La bellezza in fotografia,” scritto da Robert Adams (1937), fotografo statunitense che ha dedicato una vita al cambiamento del paesaggio del New West. Al contrario di Ansel Adams (l’omonimia è un caso), ha una visione meno ‘romantica’ della fotografia. Eppure nel suo realismo, sostiene che la forma della cose è essa stessa bellezza, “perché ci aiuta ad affrontare la nostra paura peggiore, cioè a dire il timore che la vita non sia che caos e che la nostra sofferenza non abbia dunque alcun senso.”

Il secondo libro, invece, è “Lezioni di fotografia” di Luigi Ghirri. Il testo è una raccolta ordinata delle lezioni che il fotografo emiliano ha tenuto nel biennio 1989-90 all’Università del Progetto di Reggio Emilia, accompagnate da 180 fotografie a colori dello stesso autore. Non è un libro solo sulla tecnica: Ghirri ricorda in molti punti che è necessario usare anche testa e cuore.

Se passiamo poi ai documentari, il primo è sicuramente “Racconti di Luce”, una serie del 2016 composta da sei puntate, in cui “famosi fotografi esplorano località remote e catturano straordinarie immagini che gettano una luce nuova su natura e culture.” Il secondo invece è “Moving Art,” una serie in due stagioni, create da Louise Schwarzen, in cui rumori bianchi, musica classica e soprattutto immagini di viste mozzafiato (di oceani, foreste, deserti, etc.), ti aiuterà a sviluppare l’occhio fotografico che serve per immortalare i paesaggi. Entrambe le serie si trovano su Netflix.

#luigighirri #art #photography #italy #italian #colorist #kodachrome

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Infine esistono diversi workshop teorici e pratici. Come quelli che organizzano la Nikon School e la Digital Camera School in diverse città italiane o luoghi incontaminati d’Italia. Tra i prossimi: il 22-23 settembre tra le cime di Lavaredo, il 28-29 settembre in Val d’Orcia, il 27-28 ottobre nel Parco nazionale delle Cinque Terre, l’1-2 dicembre nel Parco naturale di Portovenere. Ma esistono molte realtà amatoriali che organizzano gite di gruppo. In questo caso, ti consigliamo di fare qualche ricerca sulla tua zona.

Glossario di fotografia

Oltre a memorizzare, capire e scegliere le modalità compositive da utilizzare a seconda delle situazioni, è altrettanto importante conoscere il mezzo fotografico. Se, infatti, la modalità automatico (Auto) inizia a “starti stretta,” significa che è arrivato il momento di cimentarti con il manuale (M). Ciò significa gettarsi sicuramente in una sfida molto più eccitante, ma anche che dovrai studiare un po’ di teoria.

In questo breve glossario abbiamo riassunto le nozioni teoriche più importanti che devi conoscere per iniziare a scattare in manuale, nello specifico per le tue foto di panorami.

Sensore: è un rettangolo di silicio fotosensibile, all’interno del corpo macchina, equiparabile alla pellicola delle macchine analogiche. Davanti al sensore, come davanti alla pellicola, c’è una sorta di “palpebra” che si alza e “cattura” la luce nel momento in cui scatti: è proprio in questo frangente che nasce l’immagine che andrai a vedere successivamente nel display.  

ISO: indica la sensibilità del sensore alla luce. In pratica, meno le condizioni di luminosità sono ottimali, più dovrai aumentare l’ISO. La scala dell’ISO parte da 50, poi i valori raddoppiano di volta in volta (50, 100, 200, 400, 800, 1600, 3200, e così via)

Otturatore: è il dispositivo che ha il compito di controllare il tempo di esposizione per il sensore. Quando si preme il pulsante di scatto, l’otturatore si apre per permettere il passaggio della luce e si richiude una volta concluso il tempo d’esposizione settato in precedenza. Facendo un parallelismo, l’otturatore è come la “palpebra dell’occhio umano”.

Tempo di esposizione: indica l’intervallo di tempo durante il quale l’otturatore (vedi sopra) rimane aperto. Più lungo sarà l’intervallo, maggiore sarà la quantità di luce che entra. Il tempo di esposizione si misura in frazioni di secondo, e in condizioni ottimali di luce, solitamente il tempo da usare è di 1/60 s.

Ma in base a cosa decidiamo se usare un tempo di esposizione breve o lungo? Useremo tempi brevi di esposizione – per esempio 1/1000 s – se vorremo immortalare oggetti o persone in movimento (animali che corrono, un giocatore di tennis in movimento, etc.). Tempi così corti, però, riducono di molto la quantità di luce che passa dal sensore – quindi dovrai aumentare l’ISO, l’apertura del diaframma o entrambe le cose.

Useremo, invece, tempi lunghi di esposizione – per esempio che superano i trenta secondi – se vorremo fotografare il panorama di una città o un paesaggio in situazioni notturne. Per questi tipi di foto, però, ti servirà sicuramente un treppiedi, in quanto la macchina dovrà stare il più ferma possibile, onde evitare di ottenere una foto completamente mossa.

Apertura o Diaframma: è il meccanismo usato per regolare la quantità di luce che attraversa l’obiettivo. Nella fotografia di paesaggio, l’apertura di diaframma è fondamentale: è il primo elemento da settare per capire quanto debba essere lungo il tempo di esposizione e se sia il caso di usare un treppiedi. La sequenza del diaframma dal numero più basso al più alto è la seguente: f/1 – f/1,4 – f/2 – f/2,8 – f/4 – f/5,6 – f/8 – f/11 – f/16 – f/22 – f/32 – f/45 – f/64 – f/90 – f/128. Facendo un parallelismo, il diaframma è come l’iride dell’occhio umano.

Profondità di campo (PDC): è la porzione della fotografia in cui i soggetto sono estremamente nitidi. Più ci si allontana da questa zona, più la nitidezza diminuirà e gli oggetti saranno sfuocati.

Parleremo di ampia profondità di campo quando questo intervallo tra gli oggetti è minimo—ovvero quando rimangono tutti nitidi (pensa per esempio a un paesaggio). Viceversa, parleremo di ridotta profondità di campo, quando l’intervallo è subito netto (pensa, per esempio, a un ritratto dove il soggetto è nitido e tutto il resto è sfuocato).

Rumore: è definibile come quel “disturbo,” che si presenta come una patina granulosa sull’immagine, quando scattiamo delle foto aumentando di molto l’ISO perché ci ritroviamo in una situazione scarsa di luminosità. Nelle prime fasi in cui si cerca di familiarizzare con la macchina fotografica, il rumore si può prevenire usando un flash, o aumentando i tempi di esposizione (e di conseguenza riducendo l’ISO) se gli oggetti che vogliamo immortalare sono fermi.

Fotografia sovraesposta: si dice che un’immagine è sovraesposta quando alcune porzioni dell’immagine si perdono (o in gergo si “bruciano”) perché una quantità eccessiva di luce ha raggiunto il sensore   

Fotografia sottoesposta: si dice, invece, che un’immagine è sottoesposta quando alcune porzioni dell’immagine si perdono (in gergo diciamo che la foto è “buia”) perché la quantità di luce che ha raggiunto il sensore era insufficiente.

Triangolo dell’esposizione: a livello teorico, è un triangolo equilatero a cui i vertici troviamo: ISO, tempo di esposizione e diaframma – ovvero i tre elementi fondamentali che devono essere bilanciati tra loro per ottenere una buona fotografia. Nel caso in cui questi tre elementi non sono bilanciati in modo ottimale, otterremo—se non voluti—degli errori (ovvero una fotografia sovraesposta o sottoesposta).