Jadav Payeng, l'indiano che ha piantato una foresta di 550 ettari da solo

Jadav Payeng, l'indiano che ha piantato una foresta di 550 ettari da solo

Probabilmente conosci Sebastião Salgado, artista brasiliano di fama mondiale a cui Wim Wenders ha dedicato un film, Il sale della terra. Il nome di Salgado, fotografo “umanista” nel senso in cui lo era anche Werner Bischof, è legato dalla fine degli anni ’90 alla protezione della foresta subtropicale in Brasile.

Assieme alla moglie, Lélia Deluiz Wanick Salgado, il fotografo ha infatti fondato nel 1998 l’Instituto Terra. Grazie all’opera del quale è stata piantata una foresta nei dintorni della proprietà di famiglia. Che Salgado, tornando a casa, aveva trovata devastata.

Se per una celebrità come Salgado l’impresa di riforestazione è già ardua, e dunque encomiabile, pensa quanto può esserlo per una persona comune. Una persona come Jadav Payeng.

Jadav Payeng è nato a Jorhat, nello stato indiano dell’Assam. National Geographic o il Times of India ne parlano come di un uomo straordinario, che ha “fatto” una foresta da solo. Una foresta più estesa del Central Park di New York. Un’esagerazione? No, è proprio così.

Un breve, bellissimo documentario, diretto da William Douglas McMaster e narrato dal giornalista, nonché amatore di fotografia naturalistica, Jitu Kalita, ci racconta la storia di Payeng.

Jadav Payeng sull’isola di Majuli

Poco a nord della città di Jorhat c’è l’immenso fiume Brahmaputra. Le cui catastrofiche esondazioni, nella stagione dei monsoni, provocano enormi danni al territorio.

L’area del Majuli è fra queste. È una delle isole fluviali più grandi del mondo. Un paradiso per l’appassionato di natura, il birdwatcher, il fotografo. Ci vivono 150.000 persone. Dal 1917 a oggi, tuttavia, la superficie si è ridotta della metà a causa dell’erosione. A un ritmo sempre più accelerato. In 20 anni potrebbe scomparire.

Per caso Jitu Kalita, il narratore del nostro documentario, navigando il Brahmaputra presso Majuli, vide un giorno qualcosa come una foresta in lontananza. Comparsa all’improvviso in mezzo a una distesa di terra brulla e sterile. C’era anche un uomo. Lo seguì. Questi, molto diffidente all’inizio, disse infine che era lì per piantare alberi. Che lo faceva dagli anni ’70.

La diffidenza iniziale fu scacciata dalla nascita di un’amicizia, Kalita scrive un articoletto sull’iniziativa di Jadav Payeng per il giornale locale. E, incredibilmente, Payeng diventa celebre. Addirittura il presidente indianoAbdul Kalam, lo chiama a Mumbai, per conferirgli un’onorificenza.

La foresta di Jadav Payeng

“Forest Man”, così viene soprannominato il nostro, vive in una casa di legno nella “sua” foresta, con la famiglia. Ha iniziato a piantare nel 1979. Oggi, come ricorda lui quasi con aria di sufficienza, “dicono che la foresta sia di 550 ettari” (Central Park è 341 ettari). D’altronde, a Payeng non importa nulla di quanto misuri la foresta: lui, semplicemente, la vuole più grande possibile.

Jadav Payeng, via

Jadav Payeng, via

Lo fa per gli animali. Per proteggerli dall’uomo. Ora, ricorda, vivono nella sua foresta 115 elefanti per tre mesi all’anno. Rinoceronti. Cervi. Tigri. Dal 2012, a quanto gli risulta, anche avvoltoi.

Tutti sono animali su questo pianeta, inclusi gli uomini. L’unica cosa che differenzia l’uomo dagli altri animali è il fatto che indossa abiti. Non ci sono mostri, nella natura, tranne gli uomini. Consumano tutto, finché non rimane più nulla. Nulla è al sicuro dagli uomini, neanche le tigri, o gli elefanti.

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Quando quasi quarant’anni fa Payeng è arrivato a Majuli da Jorhat, dove oggi sorge la foresta non c’era nulla. All’inizio, ricorda, piantare richiedeva molto tempo. Ora è più semplice: Payeng può prendere i semi direttamente dagli alberi.

L’uomo ha ricevuto molti premi, è stata inoltrata anche una richiesta affinché l’UNESCO protegga la sua creatura. Eppure,  tutte queste onorificenze lo innervosiscono un po’. Finora infatti, delle sue molte idee per salvare Majuli, non ne è stata messa in pratica neanche una. Per esempio, Payeng ritiene utile una densa piantagione di palme da cocco. Alberi dal fusto alto, drittissimo, che limiterebbero l’erosione. Basterebbero 5 anni, secondo lui, per salvare Majuli.

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Le istituzioni si complimentano, studiano il problema, prendono tempo. Kalita pensa a quanto anche una sola persona, benintenzionata, può fare per l’ambiente. E il caparbio Payeng? Proseguirà a fare quello che ha sempre fatto.

Riempire di alberi Majuli è il mio sogno. Continuerò a piantarne fino al mio ultimo respiro.

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