Il lavoro che fai determina la tua aspettativa di vita

Il lavoro che fai determina la tua aspettativa di vita

Quando interrompi gli studi esci dall’università il mondo del lavoro appare una nebulosa scura. Il buio dipende soprattutto dall’esperienza che ancora non si ha. 

E alla prima proposta di lavoro si è subito in difficoltà. Come comportarci se non è quello che abbiamo sempre sognato? Spesso i nostri genitori, ma anche la società, ci suggeriscono che la cosa migliore sia accettare, non dire mai di no. Accontentarsi diventa quasi un passo obbligato dettato dalla paura che l’occasione non ritorni mai più.

Secondo uno studio condotto dalle università di Harvard e Stanford, però, la scelta del proprio lavoro dovrebbe essere fatta, quando possibile, con maggiore attenzione. Il lavoro che si intraprende determina in parte l’aspettativa di vita di ognuno di noi.

Sono soprattutto le condizioni lavorative a determinarla, con una percentuale che oscilla tra il 10% e il 38%. In particolare, i lavori più stressanti sono quelli che ci fanno vivere di meno.

Ricerche di questo genere non sono nuovi nel panorama americano. Nel 2000, un altro studio, aveva confrontato la vita dei lavoratori di ufficio e degli operai. I primi vivevano in media 1 anno e mezzo più dei secondi, divario che è aumentato quasi del doppio, secondo le statistiche aggiornate l’anno scorso.

L’educazione è un altro fattore cruciale nella scelta lavorativa: un titolo di studio apre un maggior numero di porte che permette una selezione più ponderata. Negli anni ottanta, l’aspettativa maschile a 30 anni è aumentata, in un decennio, di otto anni per chi era in possesso di una laurea.

A un maggior numero di possibilità lavorative si aggiunge anche l’ipotesi di un reddito più alto che incrementa notevolmente la qualità della vita.

In Italia, sebbene ci si trovi ancora indietro rispetto agli studi condotti oltre oceano, i dati che abbiamo sembrano registrare un divario simile. Il nostro rimane uno dei paesi con la più alta aspettativa di vita del mondo, ma se si aggiunge a questo dato il filtro della disuguaglianza di reddito si possono notare differenze significative.

Lo studio non vuole accrescere l’ansia nei neo-lavoratori ma incoraggiare politiche che favoriscano la realizzazione di ambienti di lavoro più salutari sia dal punto di vista psicologico che sociale e per aiutare prima di tutto le categorie più svantaggiate.

Immagine via Flickr