Transparency report: cosa sono e a cosa servono

Transparency report: cosa sono e a cosa servono

I transparency report sono documenti pubblicati da grandi compagnie attive su Internet in cui sono elencate le richieste effettuate da enti governativi e forze dell’ordine di vari Paesi per avere accesso a dati e informazioni contenuti negli account di utenti coinvolti in indagini ufficiali.

Prima del caso Datagate erano in pochi a interessarsi ai numeri contenuti in questi dossier. Ma da quando la privacy digitale è diventata una necessità ancora più stringente, i transparency report sono finiti al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica perché sono in grado di dare un’idea di quanto i governi stiano facendo sempre più spesso ricorso a risorse del web per ottenere informazioni sui cittadini.

Ecco cosa emerge dai rapporti diffusi da alcune delle maggiori aziende della Rete. Nel suo nono report, riferito alla seconda metà del 2013, Google ha raccolto 27.477 richieste di dati da parte di istituzioni di sicurezza e tribunali dei vari Paesi del mondo e hanno riguardato gli account di 42.648 utenti. Rispetto alla prima metà dell’anno, il numero di richieste è cresciuto di circa 100 mila unità. Se si fa il confronto con il 2009, anno in cui è stato pubblicato il primo rapporto, il volume di richieste da parte degli enti governativi è aumentato del 120% circa. Un incremento continuo.

La maggior parte delle richieste vengono fatte per gli Stati Uniti (10.574, con un coinvolgimento di 18.524 account). Ma anche l’Italia non scherza, visto che nel secondo semestre del 2013 le richieste di informazioni provenienti da istituzioni italiane sono state 896 e il numero degli account di utenti messi “sotto esame” è stato pari a 1.084.

Facebook, a differenza del colosso di Mountain View, ha divulgato meno rapporti di trasparenza. Nell’ultimo, che copre il periodo da luglio a dicembre 2013, l’Italia è stata uno dei Paesi da cui sono provenute il maggior numero di richieste. Se ai primi posti ci sono sempre Stati come Usa (circa 12 mila richieste e circa 20 mila account coinvolti), India (3.245 richieste, 4.144 account) e Regno Unito (1.975 richieste, 2.337 account) e Germania (1.886 richieste, 2.068 account), il nostro Paese si colloca al quinto posto nel mondo, con 1.705 richieste di dati e 2.306 utenti dei quali è stato sollecitato l’invio di informazioni personali.

Le domande possono essere inoltrate solo in caso di presunte violazioni di norme o di attività criminali (furti, rapine, sequestri di persona…). Di solito si tratta di illeciti di rilievo penale per cui sono scattate citazioni, ingiunzioni del tribunale e mandati di perquisizione. Quanto più è grave il provvedimento preso dalle autorità statali tanto più a fondo si può andare nelle richieste.

Le società però sono tenute a rispondere e ad accogliere le richieste solo se queste sono presentate senza vizi formali e se provengono dalle autorità che hanno la giurisdizione su determinati territori e determinate attività illecite. In genere, se c’è anche una minima possibilità, per legge, di non accogliere una domanda, un’azienda è portata a sfruttarla per potersi dimostrare ai suoi utenti quanta cura ha della loro privacy.

In ogni caso, tanto per Google quanto per altre società, le informazioni richieste in maniera legale non hanno niente a che vedere con operazioni come quelle condotte dall’Nsa e da altre agenzie di sicurezza americane per accedere in modo coatto ai dati degli utenti delle grandi società di Internet.