A 10 anni dalla crisi, cosa abbiamo imparato?

A 10 anni dalla crisi, cosa abbiamo imparato?

What Have We Learned? Che cosa abbiamo imparato? È la domanda da cui parte un libro uscito nel 2014, curato da alcuni tra i più importanti economisti viventi. Nel libro Joseph Stiglitz, Olivier Blanchard, George Akelorf e David Romer radunano in un unico testo tutte le principali idee emerse da una conferenza organizzata a Washington dal Fondo monetario internazionale nel 2013. In quell’occasione economisti, banchieri centrali, policy-maker ed esperti si riunirono per rispondere a questa domanda: Come possiamo evitare un’altra crisi?

Oggi, a dieci anni dall’avvio della crisi economica, è arrivato di nuovo il tempo dei bilanci, rinnovando la domanda: “Cosa abbiamo imparato?”. Difficile dire quando è cominciata la catastrofe iniziata nel 2007. Secondo il Financial Times, probabilmente si deve fare ancora un passo indietro, al 1995. Quando a Irvine, in California, venne fondata la New Century Financial per elargire prestiti anche a chi, con scarse garanzie creditizie, fino ad allora era stato impedito di farsi un mutuo e acquistare una casa. Presto un nuovo mercato dei mutui subprime avrebbe garantito denaro in prestito a chi prima non poteva permetterselo, innescando la “moda” della cartolarizzazione.  

La storia successiva è nota. L’insolvenza di massa dei mutui subprime divenne realtà. E i finanziatori, come New Century Financial, si trovarono nei guai. Se c’è stato un momento in cui Wall Street si rese conto che stava per scoppiare una crisi, fu il 2 aprile 2007, proprio quando New Century presentò istanza di fallimento. Da lì in poi, l’incendio si propagò in tutto il mondo. E i mercati andarono nel panico.

Dieci anni dopo, sembra che sia diffusa la convinzione secondo la quale molti dei problemi strutturali che hanno causato la crisi siano stati ormai risolti. Ma è davvero così?

I politici di tutto il mondo hanno introdotto diversi regolamenti per ridurre la leva finanziaria delle banche e rafforzare i livelli di liquidità. In What Have We Learned? vengono elencati alcuni esempi di riforme positive intraprese dopo la crisi. Il Congresso degli Stati Uniti, ad esempio, nel 2010 ha introdotto il Dodd-Frank Act, e la legge sulla protezione dei consumatori.

La Dodd-Frank è stata un po’ la medicina con cui la Casa Bianca intendeva curare gli Stati Uniti dopo la crisi: rendendo più stringenti le regole sulla finanza, si sperava di evitare le pericolose distorsioni sui mercati, migliorando allo stesso tempo la tutela dei consumatori. Ma negli ultimi anni questa impalcatura sta vacillando, e sono numerose le proposte per la sua riforma.

Ma potrebbe succedere ancora quello che è accaduto nel 2007-2008? Molti dei problemi alla base della crisi di dieci anni fa non sono in realtà stati risolti. Per fare un esempio: negli ultimi sette anni, negli Usa il mercato dei prestiti per l’acquisto di auto è cresciuto del 70% e le insolvenze hanno raggiunto i massimi livelli degli ultimi sei anni.

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Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia e professore alla Columbia University, da tempo dice che in realtà dalla crisi abbiamo imparato poco. Gli economisti accademici, secondo Stiglitz, avrebbero giocato un ruolo importante nel causare la crisi. I loro modelli erano eccessivamente semplificati, distorti, e trascuravano gli aspetti più importanti, finendo per incoraggiare i politici a credere che il mercato avrebbe risolto tutti i problemi. Ma così, come abbiamo visto, non è andata.

Il problema, ha fatto notare più volte Stiglitz, è che quelli che credevano nel libero mercato prima della crisi ci credono ancora. Pochi hanno cambiato idea, ammettendo: “Ci eravamo sbagliati. Avevamo sottostimato questo o quell’aspetto dei nostri modelli”. L’economista punta il dito soprattutto sulle diseguaglianze crescenti: “Non usciremo dalla depressione se non ci sarà una vera politica redistributiva, che passi anche attraverso la tassazione delle rendite. Da questo punto di vista il ruolo dello Stato è cruciale», ha spiegato. “La cosa drammatica è che, in un’epoca di finanziarizzazione dell’economia mondiale e globalizzazione spinta, le politiche economiche, uniche in grado di gestire una redistribuzione della ricchezza, sono impotenti di fronte alla crisi, i capitali si spostano con rapidità e fuggono dalle politiche dei governi. Non solo. I privati in alcuni casi preferiscono la diseguaglianza perché per loro un basso salario si traduce in minori costi”.

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Un altro Nobel per l’economia, Paul Krugman, è tutt’altro che ottimista sull’avvenuta risoluzione dei problemi che hanno portato alla crisi. Secondo il professore di Princeton, l’America e l’Europa sono prigioniere di una sorta di trappola della liquidità, alimentata dai tassi bassi e dal quantitative easing. Per uscire dal tunnel, bisognerebbe aumentare la spesa pubblica, sollecitando la domanda aggregata. Solo così si potrebbe mettere fine agli sforzi dei cittadini di ripianare i propri debiti e si farà ripartire la domanda.

Nel 2016, in un paper intitolato “What Have We Leanrned From The Crisis?“, sempre Krugman ha anche mosso una critica nei confronti dei suoi colleghi economisti: “Gli economisti e i responsabili delle politiche economiche stanno ancora dicendo nel 2016 le stesse cose che dicevano nel 2007″. Secondo Krugman, pochi economisti sono stati disposti a riconsiderare le proprie opinioni, anche se smentiti dalle prove empiriche. “Se ci può essere un beneficio nella crisi economica è che può essere un’esperienza di apprendimento. Non lasciamoci sfuggire questa opportunità”, ha concluso l’economista.

Foto di copertina di Chris Li via Unsplash |Foto 2 di Armando Arauz  modificata in b&n via Unsplash  | Foto 3 di Mikael Kristenson modificata in b&n via Unsplash