Assegno divorzile: cosa cambia dopo la recente sentenza della Cassazione

Assegno divorzile: cosa cambia dopo la recente sentenza della Cassazione

Un vero e proprio “mutamento giurisprudenziale, secondo le parole degli alti giudici della Corte di Cassazione, considerato “a distanza di quasi ventisette anni … non più attuale”.

È questa la portata della recente sentenza degli Ermellini, la n. 11504/2017 che, stravolgendo quello che è stato l’indirizzo comune finora seguito (con la sentenza delle sezioni unite del 1990, n. 11490), promette un sostanziale cambio di rotta in tema di assegno divorzile: niente più allineamento dell’assegno di divorzio con quello che era il tenore di vita in costanza di matrimonio, e abbandono anche della considerazione da parte del legislatore della natura composita di tale assegno (che ora sarà esclusivamente “assistenziale”).

Per orientarti nelle ultime novità in questione, e in attesa di una legge per suggellare questi cambiamenti, Hello!Money ha preparato una guida alle principali sentenze che hanno rivoluzionato il divorzio all’italiana.  

La sentenza Grilli (n. 11504/2017)

A dare il “là” a questa rivoluzione è la stessa sentenza Grilli (dal nome dell’ex coniuge che ha ‘avuto la meglio’ nella causa di divorzio dalla moglie)—ovvero la già citata n. 11504/2017 che, sulla scorta dell’art. 5 comma 6 della legge 898/1970, poi sostituito dall’art. 10 della legge 74/1987, definisce il diritto all’assegno di divorzio.

Si legge: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.”

In sostanza, la norma prevede che il diritto all’assegno di divorzio è subordinato al riconoscimento, da parte del tribunale, della mancanza di “mezzi adeguati” dell’ex-coniuge richiedente l’assegno, o comunque dell’impossibilità dello stesso di “procurarseli per ragioni oggettive”.

Quel che è bene sottolineare fin da subito è una sostanziale differenza: infatti se con la separazione non si ha uno scioglimento del matrimonio, e quindi le obbligazioni di contribuzione e sostegno economico reciproco rimangono sostanzialmente invariate, è invece con il divorzio che, secondo la recente pronuncia degli Ermellini nell’ambito della sentenza Grilli, “il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi “persone singole”, sia dei loro rapporti economici-patrimoniali e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale”.

assegno divorzile 2

Una nuova definizione di matrimonio

Incontriamo già qui un primo grande riconoscimento: quello della figura “singola” dell’ex coniuge—che dopo il divorzio, cessa di essere considerato come “parte” di un qualcosa (la coppia).

Considerazione che si pone in linea con l’indirizzo in precedenza fornito dalla pronuncia n. 11490/1990, che prevedeva di “responsabilizzare il coniuge che pretende l’assegno, imponendogli di attivarsi per realizzare la propria personalità, nella nuova autonomia di vita, alla stregua di un criterio di dignità sociale”. Dignità sociale e autonomia di vita dell’ex coniuge più debole che però doveva trovare, secondo i giudici degli anni Novanta, un proprio equilibrio col tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

Ma è proprio qui che s’incunea la sentenza Grilli, secondo la quale ormai nel 2017 il matrimonio deve essere considerato “come atto di libertà e di autoresponsabilità” e, in quanto scelta libera, responsabile e consapevole non più in grado di fornire, una volta cessato, quel sostegno economico che poteva coscientemente garantire in itinere.

Sulla base dei cambiamenti sociali osservati in Italia negli ultimi 27 anni, i giudici della Suprema Corte hanno insomma aggiornato, agli occhi della legge, il significato del matrimonio e, con questa nuova definizione, le obbligazioni ad essa conseguenti.

Questo nuovo indirizzo giurisprudenziale prevederà due fasi: una prima in cui si deciderà se vi può essere o meno il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile da parte di uno dei due ex coniugi (fase dell’an debeatur); e la seconda—conseguente solo in caso di esito positivo della prima—in cui verrà deciso l’ammontare di tale assegno (fase del quantum debeatur).

Altro carattere fondamentale saranno gli “indici”, individuati dagli Ermellini, per accertare se e quando un ex coniuge richiedente l’assegno divorzile disponga di quei “mezzi adeguati”, tali da garantirgli l’indipendenza economica.

Questi sono individuati nel possesso di redditi di qualsiasi specie, di cespiti patrimoniali, nella capacità e possibilità effettiva di un lavoro personale e nella stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Quali saranno gli effetti della sentenza

Una sentenza storica, dunque, che però porterà i giudici a valutare caso per caso, con la massima elasticità e comprensione, quelle che sono (state) le dinamiche all’interno di ogni singola famiglia. In ragione della complessità della materia vi sono sentenze, benché dei giudici di merito, che già a distanza di qualche mese dalla pubblicazione della n.11504/2017 se ne discostano.

Si veda il tribunale di Udine, che il 13 luglio è ritornato a riconoscere il diritto all’assegno divorzile all’ex moglie sulla base del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; così come il tribunale di Roma ha optato, il 9 ottobre scorso, per assegnare, sempre all’ex moglie, un assegno divorzile che riprendesse le abitudini economiche occorse durante gli anni del matrimonio a causa dell’insorgere di una grave patologia che, sempre secondo quel giudice, le impedirebbe d’ora in avanti di acquisire una piena indipendenza economica.

Probabilmente saranno tanti ricorsi che verrano fatti alla luce di questa pronuncia della Suprema Corte. Ma è lo stesso presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani, Gian Ettore Gassani, a tranquillizzare gli animi: “per i divorzi tra coppie di reddito medio bassi non ci saranno scossoni, perché se ci sono due coniugi che lavorano la donna non ha il mantenimento o la casa per sé ma per i figli.” In attesa di una legge che ponga nero su bianco questo cambiamento, infatti, secondo l’avvocato un primo punto fermo rimane: “Le fasce deboli della società non sono toccate”.

Isotta Scenna

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